Stardust, il film su David Bowie che racconta Ziggy Stardust passa in anteprima alla Festa del Cinema di Roma

Stardust è un film morto sul nascere. Nessuno ha dato il permesso al regista e sceneggiatore Gabriel Range di prendere la figura del Duca Bianco e realizzarne un proprio biopic, spingendo il figlio Duncan Jones a discordarsi dal tentativo di speculazione narrativa attivato attorno all’alieno Ziggy, negando il prodotto audiovisivo delle sonorità fondamentali che hanno fatto parte della vita di David Bowie. Autorizzazione mancante che non ha comunque frenato la voglia del cineasta di addentrarsi in un particolare momento dell’esistenza del dandy canterino, distaccandosi fermamente dalla produzione di un film che, non potendo usufruire degli umori mutabili delle canzoni di Bowie, ha dovuto adattarsi a un tappeto sonoro che deve perciò essere schivo e distante, svuotando l’immagine di uno degli artisti più illuminati di un’intera generazione.

Come se la benedizione assente fosse stata motivo scatenante di destini funesti per il film, Stardust conferma i pregiudizi di tanti mal riposti che dal primo momento non hanno potuto che vedere confermato il proprio sospetto davanti al lavoro impacchettato del regista, il cui deludente script assemblato assieme allo sceneggiatore Christopher Bell sembra partire proprio da tutto ciò che su David Bowie non si poteva né dire, né ascoltare. Una partenza monca che si trascina per l’intera pellicola di Gabriel Range, che dà propriamente la sensazione di un’incompletezza dovuta  a quei vuoti che bisognava riempire, non concentrandosi, dunque, sulla storia da voler raccontare in quanto tale, ma costringendosi a pensare in termini di risoluzioni e tappa buchi.

E così Stardust va inquadrando un momento assai specifico della vita del musicista, circoscrivendo quello che doveva essere il tour del successo in America, rivelatosi piuttosto il momento di scoperta di chi realmente era David Bowie o, meglio, chi e quante erano le personalità che coabitavano nel mito. E proprio sul versante della differenziazione e dell’attenzione a un istante specifico della sua esistenza puntava Gabriel Range nel tentativo di portare dalla propria parte l’accettazione familiare per il film sulla figura eclettica della discografia universale, rendendo così univoca la maniera in cui leggere l’inconsistenza della ricerca di Bowie, che pervade con incidenza e pesantezza il viaggio di indagine della pellicola.

Ma se questa di avventura viene segnata dalla rincorsa a una fama che crea solamente delusioni, anche Stardust non può che perpetrare lo stesso moto di frustrazione derivante da tutto ciò che nell’opera non può essere inserito e che trasforma il seme della pazzia in una descrizione grezza di un disagio innato che ha perseguitato Bowie per tutta la vita. Legare il quadro delle sue origini all’inseguimento delle proprie identità, con l’alternanza delle vicende schizofreniche del fratello maggiore, non aiuta un film che ha solamente abbozzato il soggetto della propria indagine, credendo essere sufficiente potersi avvalere dell’iconografia di un artista caleidoscopico, svestendolo però della sua grinta, sensibilità, irriverenza, tratteggiandolo come il meno incisivo dei caratteri, rendendolo ombra di ciò che veramente è stato quando è atterrato su questo pianeta.

Colpa da attribuire anche al suo interprete Johnny Flynn, le cui insicurezze non vanno a incidere tanto nella definizione dell’animo del cantante, quanto in quelle della sua performance. Passo falso per il giovane britannico, che dalla notorietà guadagnata con l’Emma di Autumn de Wilde, passa subito all’impersonificazione macchiettista di un David Bowie la cui colpa è nuovamente attribuibile al regista Range, una direzione apparentemente priva di conoscenza del personaggio, che conduce l’attore a una sottolineatura di imprecisioni e smorfie inadeguate che risaltano con fastidio nell’espressività del carente Flynn.

Nell’assurda convinzione che sia possibile discernere il musicista dalla propria musica, il poeta dalle sue parole, Stardust crede troppo in quelle potenziali che è l’unico a riuscire a vedere, mettendole in dei personaggi e in una storia posticcia che si travestono da grandi star. Ma soltanto coloro che non hanno bisogno di maschere possono permettersi di ricoprirsi di sovrastrutture. Chi sa di avere la scintilla e non deve infantilmente, superficialmente, misticamente rincorrerla sa di poter aspirare ad altro. Chi sa essere un eroe, anche per una notte sola. E non chi finge di interpretarlo.

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