Presentato in anteprima ad Alice nella Città 2020, Sul più bello ci racconta la storia di Marta, una giovane ragazza affetta da fibrosi cistica, in un mix perfetto di commozione e spensieratezza.

Prima di cominciare a parlare di Sul più bello devo fare una precisazione. Mia sorella ha la fibrosi cistica. È un appunto fondamentale che sento di dover condividere, altrimenti potrebbe non spiegarsi la mia reazione di cominciare a piangere dal minuto uno del film fino alla sua conclusione, partendo praticamente dai titoli di testa senza sapere nemmeno dove e come il film potrà poi finire. Va bene, forse sto esagerando, la teatralità prende sempre la mano, ma che le lacrime siano cominciate a comparire appena la protagonista ha presentato la sua malattia genetica questo non lo posso negare.

E per chi si ritrova a dover scrivere recensioni come me, sento questo più come un voler parlare francamente allo spettatore, magari intento a cercare una valutazione limpida e cristallina sul nuovo film di Alice Filippi, che si ritrova invece davanti a un pensiero critico mai stato tanto assoggettato come davanti alla visione del teen movie su di un male che, come espresso nel film, è incurabile. Quello della critica cinematografica non è comunque uno di quei mestieri in cui il coinvolgimento è vietato dalla legge o in cui sentirsi totalmente immersi nella vicenda trattata dall’opera può compromettere il tuo lavoro. Insomma, non sono la poliziotta in cerca dell’assassino di suo figlio che deve scegliere se farsi vendetta da sola o se riporre fiducia nel servizio giudiziario.

Eppure l’approccio che ho sempre sentito di avere, e che ho voluto coscienziosamente impormi per trovare la mia personale maniera di rapportarmi a un oggetto per me sacro come il cinema, è saltato completamente quando mi sono ritrovata davanti al futuro di una persona a me cara. Non soltanto cara, di una sorella. Mia sorella ha quattro anni, la protagonista di Sul più bello diciannove. Ma la morte, nonostante le due età, è sempre presente. Nella vita non ne parliamo così direttamente, non per raccontarci false fantasie consolatorie, ma perché la vediamo – e vogliamo sia – un’alternativa così lontana e contro umana per una bambina così piccola che viene difficile anche solo da concretizzare. Ma ci ha pensato Sul più bello a rendermelo costante per l’intera sua durata. Marta sta uscendo dall’adolescenza, è pronta a vivere nella casa lasciatale dai genitori e ha una consapevolezza della morte che pervade l’intera pellicola.

Ma nonostante proprio questa consapevolezza di poter sentirsi mancare il respiro da un momento all’altro, quello che la ragazza mette in mostra, a sé stessa e agli altri, è la possibilità di poter costruirsi dei ricordi che siano, anche illusoriamente, duraturi e che possano valere quegli istanti che le sono stati concessi prima di sentire i suoi polmoni riempirsi di un male poco gestibile. A sì, perché come in tutti i film che trattano di amore e malattia, anche qui la protagonista è costantemente in bilico tra il suo sogno amoroso col personaggio di Arturo Selva e la possibilità di collassare da un momento all’altro. Ed ecco che ritorna fuori il non-senso critico. Quello che ha mandato totalmente in panne il ragionamento minuzioso e spassionatamente in cerca di imparzialità nella mente di questa – a quanto pare impressionabile – critica, è stato proprio il rendersi conto che, per la prima volta, credeva realmente nella malattia che nel film diventa l’antagonista per eccellenza, senza storcere il naso o obiettare sull’eccessiva fragilità – e a volte l’ho pensato, psicosi? – dei suoi protagonisti.

Tutta colpa delle stelle? “Ok, ma dai, com’è possibile che in questa storia stanno tutti male?”. Prima della mezzanotte? “Vabbé, ma perché, una può essere realmente allergica al sole e peggiorare solo per essere stata sfiorata da un raggio all’alba?”. Con una facilità che non credevo possibile, tutte quelle solite domande che di fronte a un teen movie sulla malattia si è soliti fare, sono scomparse sostituite dalla conoscenza che sì, è vero, chi soffre di fibrosi cistica – che alla protagonista piace chiamare con l’altro nome di mucoviscidosi, molto più ad effetto – ha davvero così tante attenzioni da dover tenere presente, così tante cure a cui dover sottostare. E mica per assicurarsi un’esistenza sana e longeva, ma soltanto per provare a rendere più lunghe, e con meno muco nel proprio apparato respiratorio, le giornate.

Bisogna parlare infatti di giorni quando ci si riferisce a un’eredità genetica come quella della fibrosi cistica. Di settimane in cui andare avanti. Di mesi, di anni che sembrano, però, azzardati da avanzare col pensiero. Di ricoveri saltuari se si è fortunati, di periodi di permanenza più duraturi e sfibranti se le infezioni si fanno aggressive. Si vive di attimo in attimo, di minuto in minuto. Di respiro in respiro. Tra un aerosol fatto prima di cominciare la giornata e di enzimi da assumere per assimilare il cibo nel proprio stomaco. Così, vedere trasposta con tale fedeltà una malattia che sento tanto vicino, non ha potuto che abbassare completamente i freni inibitori che vanno dalla mia mente ai condotti lacrimali, ma soprattutto non ha potuto impedirmi di pensare a come la vita a cui aspira la protagonista è quella a cui, un giorno, aspirerà mia sorella e a cui, di traverso, aspirerò io per lei.

Quello che desidera Marta non è nulla più se non condividere la piccola famiglia che ha creato con i suoi due migliori amici, il poter frequentare un ragazzo, senza paura che questo la allontani a causa della sua malattia. Quello che desidera è costruire un futuro, mantenendo ben chiaro il limite oltre cui la sua visione non può andare, scendendo a un triste patto con questo, sapendo che non è totalmente impossibile, ma ben difficile e che averlo chiaro aiuta a godersi qualsiasi opportunità le offre la vita. Anche quella di uscire con il ragazzo più bello che abbia mai visto.

“Questo è quanto, ma non preoccupatevi, il peggio deve ancora arrivare”. È questo l’intercalare che Marta più di altri utilizza nella storia di Sul più bello ed è quello che, più di ogni altra cosa, ha spezzato definitivamente questa millantante critica, ma che dico critica, la persona, la sorella maggiore che è in me. Perché quel peggio che dovrà ancora venire lo aspettiamo tutti dietro l’angolo, ma per riuscire ad andare avanti serenamente dobbiamo vivere come se non si presentasse mai. Perché guardi a un personaggio di finzione di quasi vent’anni e ti rendi conto che, in fondo, c’è un po’ di quello che speri per tua sorella in quella sua spensieratezza responsabile, in quella sua abilità di non prendersela con la vita per averle detto che può usufruirne, ma al prezzo di un suo polmone.

Quello che mi sono ritrovata a provare di fronte a Sul più bello, sarò sincera, non mi era mai capitato prima. La vulnerabilità che mi ha suscitato il film è stata scaturita da un’onestà della messinscena, dalla genuinità della sceneggiatura, da una comicità così fresca e rispettosa dell’argomento che ha capito che non è un errore esorcizzare ciò che di peggio (quello che “non preoccupatevi, arriverà”) rappresenta la malattia. Mi ha fatto sperare che anche la mia sorellina avrà la tenacia della giovane Marta, che saprà scherzare su un male che l’accompagnerà per tutta l’esistenza, che tratterà con rispetto la propria salute precaria, non sprecando il bellissimo tempo che ci è stato concesso di trascorrere con lei. E sinceramente spero anche che riesca ad accalappiarsi davvero uno altrettanto prestante come Giuseppe Maggio, anche solo per fare un po’ di invidia alla sorella maggiore.

E quindi il mio giudizio per Sul più bello si è trasformato, fin dal principio del film, in un esame di resistenza e in un quadro in ciò che è e potrà essere la mia, la nostra vita. Ma anche in una speranza, in un augurio che il film sembrava fare alla sua protagonista, ai suoi amici, al suo amore, ma anche a tutti coloro che sanno cosa significa viverla e conviverla questa mucoviscidosi. È il giudizio di una critica che, per la prima volta nella sua vita – e spera anche ultima, sapete, questione di professionalità – si è ritrovata più come sorella che occhio esterno. E che si è sentita accanto a tutti coloro che sanno cosa significa vivere sperando che tutto non finisca proprio sul più bello. Siamo tutti col fiato sospeso. Ma possiamo insieme tirare ancora un respiro.

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