“Esiste una teoria secondo la quale nasciamo con una piccola quantità di alcol nel sangue.” La recensione di Un altro giro!

Lo 0,5% di alcol nel corpo porterebbe l’essere umano a una vita più spigliata, piena di coraggio, di gran lunga più ricettiva di quella che svolge quotidianamente, con una spinta a conversare e confrontarsi che in situazioni normali non riuscirebbe a presentarsi. Teoria esposta dalla scienza stessa, a cui il gruppo di amici di Un altro giro non può certo sottrarsi, visti gli effetti benefici che potrebbe portare nelle loro vite. C’è il protagonista di Mads Mikkelsen, l’introverso Martin, che potrebbe finalmente ritrovare la verve che serve per insegnare la grande storia ai suoi studenti liceali e avere finalmente la forza di affrontare i vuoti del suo matrimonio. C’è il Nikolaj di Magnus Millang che potrebbe trovare la reattività adatta per affrontare i suoi tre figli e le notti insonni che gli fanno passare. Ci sono poi Tommy (Thomas Bo Larsen) e Peter (Lars Ranthe), che nella moria dei loro studenti hanno l’opportunità di riaccenderne la scintilla dello sport e della musica.

Quattro professori, quattro uomini comuni, un unico esperimento da seguire secondo le regole ferree e le direttive che gli stessi partecipanti si sono dati. Raggiungere quella percentuale in più di alcol da far scorrere nel sangue è un obiettivo scientifico legato all’umanità, fatto di fasi e di esperienze di gruppo e individuali che vanno a segnare i possibili miglioramenti della vita dei personaggi. Una storia che chiunque vorrebbe farsi raccontare, se non addirittura avere lo sghiribizzo di volerla, anche solo per un po’, vivere. Perché quei due o tre bicchieri al giorno, quel cocktail dal sapore più forte e dal tasso alcolemico decisamente alto, possono farsi da innesto per un vulcano che sta programmando solamente di eruttare, sapendo che lo farà senza alcuna esitazione, dovendo solo decidere quando.

Eppure è proprio nel suo comprimersi fino a sopprimere tutto ciò che era stato preparato che Un altro giro di Thomas Vinterberg finisce per ritrovarsi, pellicola presentata al Toronto Film Festival, al BFI London Film Festival e alla Festa del Cinema di Roma, ma solo dopo essere stata bollata come appartenente all’originario, benché mai esistito listino di opere in concorso al Festival di Cannes. Con un potenziale irruente che dall’opera sarebbe potuto dilagare attraverso una detonazione composta da rabbia, frustrazione, incoscienze e visione sprovveduta degli accadimenti e dagli effetti che può riservare l’esistenza, il film di Vinterberg va giù come un buon bicchiere di champagne fresco e frizzante per larghissima parte della sua iniziale durata, non portando però a termine l’esasperazione che ci si sarebbe attesa dalla stravaganza e problematicità del tema, ribilanciando invece il tutto.

Come tornando su binari più facilmente convenzionabili, riquadrando una sceneggiatura che, scritta dal regista assieme a Tobias Lindholm, ha in mano semplicemente un’idea declinabile in trovate incredibili, Un altro giro ha scritto nel suo destino di veder sfumare la sua capacità di inebriare. Tirandosi indietro al posto di affrontare un’assurdità che si vorrebbe veder portata alle estreme conseguenze, ma che, pur avendo insegnato qualcosa ai protagonisti a partire da se stessi fino alle relazioni con gli altri, finisce come una bevanda in verità annacquata, l’opera danese fa perde un po’ l’entusiasmo allo spettatore che aveva riposto la massima fiducia nel test preso in esame dai protagonisti.

Un reale dispiacere vista la brillantezza che Thomas Vinterberg riesce a ringalluzzire attorno a quattro bicchieri alzati, per una comicità amara nel suo essere soltanto, essenzialmente buffonesca, complici un quartetto magnificamente rodato di interpreti, pescati direttamente dalle fila e dalla carriera del loro autore. Nel trainare i suoi co-protagonisti, Mads Mikkelsen si dà ad una performance tra le più peculiari della sua filmografia, traballando su umori che Un altro giro vuole costantemente alterati dall’assunzione di alcol e consapevolezze.

Nonostante, dunque, una propulsione che scende di gradazione nel proseguo della pellicola, riuscendo ad apprezzarne maggiormente le premesse che le reali soluzioni, concentrandosi su ciò che per un po’ ci viene giurato, finendo per venir sommessamente ritrattato, Un altro giro è l’acuto esperimento sociale reiterato nella cinematografia di Vinterberg, che trova nell’escamotage elaborato dei personaggi, la verità più stupida: bere superando il limite è solamente alcolismo, bisogna trovare il modo di ubriacarsi e farlo sapendo di godere di una vita piena.

In una ricorsa contro il livello alcolemico nel proprio corpo, in cui è la celebrazione dell’esistenza quella a cui, alla fine, si interessa Vinterberg, il film del cineasta danese si apre e chiude nell’esaltazione stessa di un piacere che vuole esprimersi e liberarsi, al principio con la giovinezza ancora in fiore degli studenti dei protagonisti, e nella fine catartica con un ballo che ne ricerca lo spirito perduto. Un interno, quello di Un altro giro, che scollegandosi dal proprio centro, vive le sue due sequenze fondamentali con un senso di lotta e apparente riscatto dove è il ballo lo stupefacente più stordente, con la meraviglia di un Mads Mikkelsen perso nella danza, in quello che sarà ciò di realmente memorabile che rimarrà di questo film.