Ron Howard torna con l’adattamento di un memoir sul sogno americano. Ma in Elegia Americana il talento di Amy Adams non basta.

Il regista di A Beautiful Mind  e Apollo 13  Ron Howard torna per Netflix con un film tratto dal discusso memoir di J.D Vance del 2016. In Elegia Americana la coppia di grandi attrici Amy Adams e Glenn Close però non sono sufficienti a colmare un film che nel corso della sua narrazione si depotenzia e che evita di indagare a fondo su questioni davvero spinose.

Nel film premio Oscar Moonlight, Berry Jenkins, in una manciata di minuti, fa qualcosa che Ron Howard nel corso di Elegia Americana tenta di fare in quasi due ore. Ad oltre metà film Chiron, ora Black, va a trovare Paula, la madre violenta e tossicodipendente che da qualche mese vive in una clinica per disintossicarsi dal crack. In quel dialogo a denti stretti che sembra implodere sempre di più, la madre, nonostante la consapevolezza di un perdono filiale che non avverrà mai, dice finalmente al figlio di amarlo. Chiron, prima di andare via, si lascia abbracciare, racchiudendo in quel gesto la ricerca di un perdono durato una vita intera.

In Elegia Americana, Ron Howard ha in mano gli stessi elementi: una madre violenta e tossicodipendente, la componente riconciliante della grazia, la visione possibile di un futuro all’insegna del riscatto sociale. Ma se in Moonlight Jenkins riesce, davvero con poco, a raggiungere l’apice simbolico della misericordia, nel senso meno religioso e più umano del termine, Howard arranca. Nonostante i tentativi, quella che mostra è una storia raccontata mille altre volte. Una narrazione che fatica a raggiungere la profondità toccante e compiuta nell’assoluzione della figura materna alla base del film di Jenkins.

Gli hillbilly di Elegia Americana

Basato sull’omonimo romanzo di J.D Vance del 2016, per comprendere davvero Elegia Americana è necessario leggerla nella sua versione più anglofona. Il titolo originale “Hill Billy Elegy: A Memoir of a Family and Culture in Crisis” contiene il termine hillbilly, usato per descrivere gli americani di origine scozzese-irlandese che tutt’ora vivono nelle zone rurali dei monti Appalachi. Conosciuti per la loro arretratezza culturale, la visione conservatrice e repubblicana, le armi, il whisky e la furente religiosità, sono insomma, il bacino elettorale che nel 2017 fece vincere le elezioni a Trump. L’ormai ex presidente trovò in quei paesaggi montani la scontentezza economica su cui fatre leva. Stati come l’Ohio e il Kentucky furono il terreno fertile che gli aprirono le porte della Casa Bianca. Il libro, inserito nella lista del New York Time fra i Best Seller del 2016/2017, è considerato un testo sacro, fra i conservatori, per comprendere davvero l’America profonda, patriottica e tradizionalmente rurale. Nel film Netflix, Ron Howard racconta l’infanzia da hillbilly dell’ora avvocato ed esponente critico dei conservatori J.D Vance. Il raccondo prosegue fra la madre dipendente da uomini e antidolorifici, la nonna Memow come forza motrice e salvifica del suo “sogno americano”, la necessaria fase nei Marines per mettergli la testa a posto e l’arrivo fortunato a Yale per studiare legge.

La comfort zone Adams – Close

Accennando timidamente a questioni sociali (ben più spinose di quelle del ménage familiare) come il welfare, l’assistenza sanitaria, il lavoro nelle miniere che non c’è più, la piaga sociale della dipendenza da oppiacei, Howard mette da parte la componente politica prediligendo le memorie, l’astio, il risentimento. Il regista si lascia trasportare dal dramma relazionale sulla disfunzionalità vista come fardello da cui cercare di liberarsi ed entrare nel giro di chi conta veramente. In questo modo (e giustamente) utilizza il più possibile il talento di Amy Adams, imbruttita da un make-up prostetico, che emerge in tutta la sua bravura come figura femminile in bilico fra l’abisso disperato e la frivolezza di una donna che nonostante tutto ancora si sente figlia. Accanto a lei Glen Close, nonna Terminator, che ha vissuto un matrimonio violento che vede nel nipote J.D il riscatto possibile di tutta la famiglia Vance. È infatti nel binomio Adams-Close che Elegia Americana trova la sua confort zone, anzi la sua forma più riuscita, in un film poco a fuoco che in quasi due ore di racconto, perde potenza finendo per apparire impersonale e prosaico. Howard maneggia il tema evergreen a stelle e strisce del sogno americano e della possibilità di essere-qualcuno-qualunque-sia-il-tuo-passato in chiave tutto sommato sobria nonostante le urla e il drammaticità, (almeno Shameless, la serie in onda da ormai 11 anni su Showtime, delle famiglie disfunzionali e di rappresentazioni delle classi emarginate, ne ha dato una rilettura autoironica e dissacrante).

Tra continui salti temporali e voiceover da chi sa che la storia avrà un happy ending, Elegia Americana non è la working class hero cantata da Lennon, né un documentario di Michael Moore. È il film che vuole accontentare tutti, soprattutto l’Academy, che senza dubbio gli riserverà qualche nomination, nonostante la critica statunitense lo abbia già stroncato. Chissà Biden se l’avrà già visto!