Tiziano Ferro a nudo nel docufilm Ferro, da oggi su Prime Video. Un regalo per i Fan o qualcosa di più?

Le parole hanno un peso. Dure come pietre, logoranti come macigni, in quel cammino esistenziale che è la vita, s’incontrano troppe volte giudici inflessibili che con la perentorietà della pronuncia etichettano diversità, imbrigliano caratteri, sanciscono verità parziali. Quelle rivolte al Tiziano adolescente, quello con i capelli lunghi, i chili di troppo e l’indole introversa sono stati il ferro con cui, il ragazzo che voleva cantare, ha edificato una corazza di apparente sicurezza, costruendo il muro dal quale nascondere la propria fragilità, il proprio orientamento sessuale e la volontà di salire sul palco ed essere completamente sé stesso. Tutto ha inizio su una panchina a Latina, dove la X del suo brano d’esordio “Xdono” viene scritta a diciassette anni su un pezzo di carta per non farsi scappare dalla mente una frase che lo lancerà nella musica pop italiana d’inizio anni 2000. Quella “X” infatti non sarà il simbolo di una fine, bensì l’incipit di una carriera ormai ventennale che vanta 15 milioni di dischi venduti e 8 album usciti in oltre 40 Paesi.

Quella che ci viene raccontata in Ferro, il documentario biografico su Tiziano Ferro disponibile su Amazon Prime, è la storia di un uomo nuovo che, a quarant’anni compiuti e un album appena uscito, decide di mettersi a nudo e rivelare ai fan la lunga rinascita da anni di alcolismo e depressione. La preghiera rivolta a Dio apre e chiude un documentario dal progetto ambizioso ma poco a fuoco che, scegliendo di raccontare l’uomo dietro al successo, dimentica il vero collante di chi, quel successo, lo ha reso tale: la sua musica e il rapporto con i fan. Diretto da Beppe Tufarulo su un’idea dello stesso Ferro, il progetto ripercorre la carriera dagli esordi con il primo contratto che come spesso capita fatica a decollare, complici i 111 chili di troppo e l’immagine che non attrae il pubblico che conta. Tutto cambia al dimagrimento radicale e così, finalmente, l’album “Rosso Relativo”, l’ascesa stellare grazie ad MTV, la venerazione delle fan, le collaborazioni internazionali. Tiziano Ferro però, quando scende dal palco, inizia a bere. Prima da solo, poi sui banconi di un bar, e ancora un bicchiere fino a tardi sotto le luci delle discoteche notturne. Tiziano affonda in un abisso di solitudine. Lui, che “si vestiva da magro”, soccombe e poi esplode. Al suo fianco Massimo Giannini, il manager che supporta la sua volontà di ammettere la propria omosessualità e non abbandonare il suo talento. Da lì il lungo tragitto verso la sobrietà, la rinascita, infinita, travagliata, sofferta. Seduto su una sedia in un cerchio accanto ad altri come lui, Tiziano Ferro “accetta il miracolo” della riabilitazione e, nelle strade assolate di Los Angeles, ritrova l’anonimato tanto agognato che in Italia è assurdo pensare.

Dalla California a Latina, passando per Milano e Sanremo, Ferro, l’artista e Ferro documentario, fa il procedimento inverso alla rappresentazione mediatica delle grandi star degli anni 60 e 70. Piuttosto che evadere dalla condizione di normalità intesa impedimento e ad un processo creativo che può esistere solo dal rifiuto di essa tramite sostanze alte e menti alterate, in lui è l’ordinarietà la linfa dal quale trarre il nutrimento della sua artisticità. All’eccentricità e alla stravaganza a cui spesso associamo la brillantezza dei divi/musicisti pop o rock, sulle onde dei doc-rinascita “Demi Lovato: Simply Complicated” e il recente “Chiara Ferragni: Unposted”, nel film il cantante di Latina mostra il suo lato più virtuoso, la sua vita da emigrato negli States, il lavoro al centro alcolisti, l’amore redento con il marito Victor. Nonostante l’evidente intento morale e didattico però, quella “normalità” può facilmente tramutarsi in “prevedibilità”. In Ferro, Tiziano sembra essere inquadrato da un’unica angolazione assolata e luminosa, così luminosa da dimenticarsi di quel tratto distintivo di chiaroscuro, di profondità e di striatura che avrebbe dato molta più giustizia ad un artista che a quanto ci viene detto, ha tanto, tantissimo da dire. Ferro manca di spessore emotivo nel senso più intimo e sfaccettato, che a ben vedere sceglie la via più sicura, ovvero quella del modello di esempio di risurrezione umana e artistica, escludendo dalla storia ciò che rende un artista tale: le canzoni, la scrittura, il rapporto con i fan, la musica, i testi.

Un peccato dunque che al regista sia interessata di più una narrazione da cautionary tale sull’autodistruzione personale data dall’onere del successo, che un’operazione più complessa e articolata in cui la testimonianza sofferta del soggetto poteva fungere da parabola riflessiva e davvero ficcante sul complicato rapporto moderno fra etichette discografiche e creatività dei giovani artisti. Ferro invece sceglie il lato umano, la curva a risalire di un artista dal repertorio infallibile che ci tiene a tutti i costi a ricordare che prima di essere cantante è prima di tutto un marito, un figlio, un nipote, un amico. Un regalo ai fan, nulla di più. Ma moltissimi, certamente, se lo faranno bastare.