Scacco matto per Netflix! Di cosa parla La Regina degli Scacchi, con Anya Taylor-Joy che tanto fa impazzire il Web?

Iniziamo la partita.

Prima mossa a Netflix.

Prendere uno sceneggiatore come Scott Frank e abbinarlo a Allan Scott. Renderli creatori di una miniserie originale, basandosi sull’omonimo libro di Walter Travis. Tessere di intrigo il mondo degli scacchi. Per farlo, scegliere una giovane attrice che possa attraversare il percorso di crescita e formazione di un enfant prodige, trovando in Anya Taylor-Joy il proprio cavallo vincente. Risultato: La Regina degli Scacchi si fa da romanzo a messinscena per un’opera letteraria che trasporta con sé tutta la rilevanza riservata alle parole e le trasforma rendendole gesti e atmosfere per un lavoro di modesta fattura come un gioco con cui intrattenersi. Una schiera di elementi ben allineati, il colpo sicuro di chi ha alla base la solidità di pagine stampate riverse sullo schermo e sceglie la strategia più sicura con cui distribuirle.

Seconda mossa. Tocca allo spettatore.

Indotto dal richiamo di un volto noto e dalla possibilità di poter trascorrere con coinvolgimento, seppur anestetizzato, l’evoluzione di un’eroina nella più classica delle sue narrazioni, il pubblico entra nella scacchiera de La regina di scacchi muovendosi con tranquillità tra le caselle bianche e nere che suddividono le opportunità o meno di vittoria. È l’accettazione di una sfida quella che induce lo spettatore a muovere il proprio pedone, aprendosi al racconto della protagonista Elizabeth Harmon, acconsentendo di scoprirne le abilità e i trucchetti apparentemente invisibili a occhi nudi, studiandone la scacchiera come un campo di battaglia e analizzandone i punti di forza e quelli che, esponendola, la rendono vulnerabile. Uno scambio reciproco, una danza fatta di alfieri e re, regine e pedoni che devono difendersi e mangiarsi. Un interloquire a cui il pubblico accetta di prendere parte aspettando di vedere dove la partita lo porterà, cercando di intravedere le migliori mosse della protagonista e di tutto ciò che le ruota attorno.

È di nuovo il turno di La Regina degli Scacchi. Mediogioco.

Siamo nel ben mezzo dello scontro. Le pedine sono posizionate. Ognuna ha il proprio posto, il proprio compito, il proprio percorso semi-stabilito da compiere. Così anche la miniserie di Frank e Scott. Se l’apertura di La regina degli Scacchi aveva saputo rivelarsi un convincente gancio con cui attirare nel proprio gioco lo spettatore, è nella convenzionalità della realizzazione sia narrativa che di ambiente a riportare quella che sarebbe potuta essere una partita profonda e avvincente, in un semplice prodotto di cui godere per il breve tempo della sua durata. Una storia che, risentendo molto della parola scritta che, con ingerenza, riverbera tanto nella sceneggiatura quanto nell’esposizione visiva dell’operazione seriale, l’opera di Walter Travis sembra non volersi staccare dalla sua origine materiale, portando con sé l’ingombrante bagaglio del retaggio narrativo, che tende a rendere prevedibile lo sviluppo e l’indagine del personaggio, soprattutto quando la sua strada sembra auto-definirsi nella norma fin proprio dall’inizio. Orfana di madre, padre da cui è stata allontanata, infanzia trascorsa in un orfanotrofio e quell’incredibile predisposizione per gli scacchi che si tramuta, fin da subito, in vero e proprio talento, dono. La scoperta del mondo esterno, confusionario e difficile da gestire, non come quello controllato e pragmatico degli scacchi, è fatta di riti di passaggio che Elizabeth Beth passerà mano a mano che la propria bravura va accentuandosi e che i tornei si facciano, col tempo, sempre più importanti, cercando di mostrarsi donna e giocatrice in quel ristretto gruppo di maschi. E, unita alla prevedibilità degli accadimenti assegnatile, vi è la corona da portare e quella lotta che si instaura continuamente tra genio e follia, cercando di non precipitare rovinosamente nel baratro che sembra spesso divorarla. Nulla è più intuibile delle sequenze e dei risvolti di La regina degli scacchi, nulla più immaginabile e, di fatto, portato a compiersi. La superficialità di una miniserie che cerca di nascondersi dietro l’interpretazione di un’attrice ragguardevole come Anya Taylor-Joy, che forza però la mano sull’eccentricità, la pazzia e la particolarità che dovrebbero accompagnare la sua protagonista, finendo più a posare che a dare consistenza ad una buona performance, dietro a una maschera teatrale e costruita.

Ultimo passaggio. Lo spettatore.

E così, al pubblico, non resta che accettare lo scenario che La Regina degli Scacchi ha aperto davanti a sé e di fronte a cui si affronta una partita che non ha il guizzo della luminescenza, ma il calore e la sicurezza di ciò che è dato per certo. Nella sua fotografia desaturata, nelle delineazioni dei rapporti di una limpidezza evidente, lo spettatore ritrova la facilità di un prodotto che manca di quel tocco di maestria di cui, invece, è dotata la sua protagonista, dovendo accontentarsi dell’ordinarietà della serie, accettandone di saperne già il risultato.

E arriviamo, quindi, al finale.

Messi l’uno di fronte all’altro – La regina di scacchi e lo spettatore – i giocatori interlaceranno un rapporto di fiducia che non saprà, però, mai evolversi in complicità. Dovendo muoversi nella direzione finale, La Regina di Scacchi sfodererà le sue sferzate letali non considerando che, quest’ultime, sono alla stregua di tanti altri racconti e tante similari narrazioni, mentre ad osservarla è colui che, fino all’ultima puntata, ha deciso di offrire alla serie una continua rimonta, rivelatasi solamente un flebile, innocuo pareggio.

Infine, scacco matto.

La serie viene vista e lo spettatore può dirsi quasi soddisfatto. Ma le partite memorabili sono ben altre. Risistemiamo le pedine e azzeriamo l’orologio, sperando che il prossimo scontro sia davvero indimenticabile.