A cura di Cristiana Puntoriero

Il grande e unico Gigi Proietti ci ha lasciato. Il grande mattatore d’Italia è scomparso nel giorno del suo ottantesimo compleanno.

Morire esattamente il giorno del proprio compleanno. Il 2 novembre per giunta. Poteva essere l’inizio della sua prossima barzelletta, ma stavolta, caro Gigi, maestro, non ci hai fatto ridere. La sua scomparsa coinciderà per sempre con la sua nascita. Ironica fatalità forse. Beffardo coup de theatre finale di un uomo carismatico che ha reso grande lo spettacolo italiano. Perché Luigi Proietti era e sarà prima di tutto uomo di spettacolo, impossibile incasellare tutto il suo talento in una disciplina sola. Lo show era lui, la sua fisicità longilinea, il suo viso grande e scavato, gli occhi espressivi e quei capelli finalmente bianchi e sempre folti, sempre liberi.

Figlio di papà Romano e mamma Giovanna, Gigi Proietti cade al fascino del teatro negli anni d’università. Giurisprudenza di giorno, per far contenti i genitori, e la sera a cantare e suonare nei night club romani. Ma il suo amore è sul palco, non sui libri. Studia mimica al Centro Universitario Teatrale e poi, finalmente, arrivano i primi ruoli con Scola e Gregoretti. La grande svolta arriva con la sostituzione di Domenico Modugno in Alleluja Brava Gente di Garinei e Giovannini nel 1970. Da qui in poi dalla platea riceverà solo applausi. A me gli occhi please nel 1976 viene riproposto altre tre volte, nel 1993, 1996 e nel 2000. È sempre un trionfo. Ad ogni replica c’è solo lui sul palco a catalizzare la concentrazione del pubblico, a rispondere con gli occhi e con le risate alla sua gentile richiesta di attenzione. E poi arriva il cinema. Meo Patacca (1972), La proprietà non è più un furto (1973) di Elio Petri e Casotto (1977) a fianco di Ugo Tognazzi.

Nel ‘76 ecco arrivare il cult. Febbre di cavallo di Steno è la sua vera mandrakata. Accanto a Enrico Montesano è protagonista di una romanità scanzonata, pungente, mattacchiona e disincantata. Sono i vitelloni romani che scommettono, che corrono a Capannelle puntando sul cavallo perdente, o vincente, ma sempre sul ritmo sincopato delle intramontabili musiche di Bixio e Tempera. Nell’83 arriva la conduzione di Fantastico 4 con Enzo Trapani e nel 92 viene consacrato re delle fiction Rai con Il Maresciallo Rocca di Giorgio Capitani che intuisce l’appeal del racconto a episodi presagendo il trionfo della serialità già negli anni 90. A Gigi viene affidata la nascita del Globe Theatre a Villa Borghese, la direzione del Brancaccio e il Laboratorio di Esercitazioni Sceniche dove coltiverà talenti come Enrico Brignano, Flavio Insinna, Giorgio Tirabassi e Francesca Reggiani. Instancabile, negli anni 2000 eccolo collaborare con Matteo Cerami, Luca Manfredi, Alberto Angela, Matteo Garrone. La fede politica sempre a sinistra, la cittadinanza onoraria di Viterbo, una moglie e due figlie adorate. E poi il recente appello agli anziani a rimanere a casa durante i mesi del lockdown. “Obbediamo alle regole così poi potremo andare ‘ndo ce pare” aveva detto da poco. Gigi ora è andato ‘ndo dovemo andà tutti. A 80 anni il suo corpo non ha più retto il peso dell’età, della fatica, del lavoro. Il suo cuore da uomo perbene gli ha giocato lo scherzo più infausto. La sua scomparsa arriva in un periodo e in un anno che sembra non finire più, che scaraventa colpi durissimi. Roma tutta lo piange. La capitale oggi si tinge di un grigio brillante. Lo spettacolo intero lo ricorda. Chissà ora a chi racconterà le sue barzellette, a chi dirà “non me romp er cà”, a chi mimerà frasi con i gesti, a chi presterà la sua voce.

Forse Gigi, il genio, è già con Alberto. Tutti e due insieme, seduti su una poltrona a leggere una poesia di Trilussa che fa così:

“Mentre una notte se n’annava a spasso,

la vecchia tartaruga fece er passo più lungo

de la gamba e cascò giù

cò la casa vortata sottoinsù.

Un rospo je strillò: “Scema che sei!

Queste sò scappatelle che costeno la pelle…”

– lo so – rispose lei – ma prima de morì,

vedo le stelle.”

La tartaruga,