Da Drive a First Man, fino a una vera chicca per cinefili. Ecco cosa si nasconde dietro la “mono espressività” di Ryan Gosling.

Ryan Gosling è un attore mono espressivo?

Nell’industria dello spettacolo da tempi insospettabili, quando Il club di Topolino racimolava l’attrattiva di un pubblico di affezionatissimi e Il giovane Hercules seguiva la scia del successo della serie originale con Kevin Sorbo, l’attore tra i più noti del panorama contemporaneo continua a venir tacciato di mancanza di espressività, accusa che vedrebbe la presenza dell’interprete in alcune delle più importanti produzioni del nostro secolo solo per quella mascella che stenderebbe anche il più inossidabile dei cuori e una prestanza che non ha nella bravura i suoi punti d’appoggio.

Un’analisi alquanto approssimativa di uno dei volti che, proprio per quella sua apparente impenetrabilità, si è fatto largo nel panorama internazionale diventandone uno dei nomi più affermati, giostrando proprio quella staticità del volto che, pur venendo solitamente attaccata da una quasi sprezzante ironia, è in verità frutto di una presa di coscienza del proprio stare nei film che lo ritraggono, per saperne spillare le più inaspettate possibilità. Così, venendo a sostegno di un attore che, di sostegno, non ne avrebbe proprio bisogno, ecco le 6 + 1 migliori mono espressioni di Ryan Gosling, dall’ombrosità di una maschera come quella di Drive alla drammaticità trattenuta di First Man – Il primo uomo.

Blue Valentine di Derek Cianfrance (2010)

Michelle Williams e Ryan Gosling si amano, ma sono davvero troppo giovani. Uno dei due è certamente più innamorato dell’altro, non che questo traspaia dalla sua espressione. È infatti il personaggio interpretato da Gosling che vede sfaldarsi, in un andare avanti e indietro nel tempo, il rapporto con una donna che sembra non riuscire più a sopportare quell’uomo. Eppure Blue Valentine ci mostra gli inizi di questa coppia, il conoscersi e scoprirsi, il raccontarsi barzellette impronunciabili e ballare alla luce di un’insegna illuminata. Michelle Williams mangia, divora Ryan Gosling, dalla prima all’ultima scena, dall’incoscienza della sua giovinezza alla rigidezza di quel passaggio all’età adulta. Ma è il dolore dell’attore quello che colpisce e fa soffrire, per uno dei finali più struggenti della scena indie.

Crazy, Stupid, Love di Glenn Ficarra e John Requa (2011)

Avete presente la tipica sequenza in cui tutto rallenta, la camera scruta in lontananza una figura magnetica, un essere che è talmente oltre per questo mondo che bisogna coglierne ogni singolo briciolo prima che possa svanire nel nulla e tornare nei nostri sogni? Bene, è esattamente come ci viene presentato Ryan Gosling in Crazy, Stupid, Love. Attenzione però, la commedia di Glenn Ficarra e John Requa mette a dura prova la “mono espressività” del nostro interprete, che riesce comunque a mantenere il suo aplomb per avvolgere nel mistero il playboy del film, ma che lascia a qualche smorfietta e a qualche occhiataccia la possibilità di giudicare lo stile e le tecniche di conquista del coprotagonista Steve Carell. Ma ecco che, un secondo dopo, la fissità ritorna, per potersi poi sciogliere sul finale, quando finalmente anche il single incallito riuscirà a trovare una donna che sappia farlo ridere. Chi? Emma Stone, ovviamente. 

Drive di Nicholas Winding Refn (2011)

Stesso anno di Crazy, Stupid, Love, atmosfera completamente diversa, sempre la medesima “mono espressività”. E si può dire che è partito proprio da qui il culto della mono espressione di Ryan Gosling, un ruolo come quello del suo pilota senza nome che richiedeva, però, proprio quella dose di impassibilità che l’attore sa dare al personaggio. Una piattezza nel volto che non deve far cedere sulla facile conclusione della poca mobilità dei connotati di Gosling, ma restituisce esattamente quello che il regista Nicholas Winding Refn voleva: l’assoluta imperscrutabilità dell’autista, che questo prenda a martellate qualche avversario o che si lanci in effusione romantiche all’interno di un ascensore.

Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve (2017)

Cosa c’è di più statico di un robot? E chi potrebbe interpretarlo al meglio se non quell’attore che, nel corso della sua carriera, è stato più volte tacciato di incomunicabilità espressiva? Ryan Gosling non poteva che essere la scelta migliore per interpretare il replicante K in Blade Runner 2049. Lui, protagonista dalle emozioni azzerate, macchina da combattimento e agente che deve impedire ai vecchi modelli replicanti di poter agire indisturbati, scopre le proprie sensazioni pian piano, prende coscienza di un’interiorità e di sentimenti che possono scuoterlo. Dalla monotonia espressiva della prima parte, in Blade Runner 2049 Ryan Gosling con il suo K arriverà alla scoperta di un miracolo che cambierà per sempre il modo in cui il replicante guarda al mondo. E, così, le sue micro espressioni diventano vitali, uscendo dal drone per entrare nell’umano, come solo un bravo attore sa fare.

First Man – Il primo uomo di Damien Chazelle (2018)

L’arrivo dell’uomo sulla luna raccontato, però, attraverso un altro aspetto. Quello privato, intimo. Quello che va dalla perdita personale, prima di arrivare alla complessità e all’ampiezza di un passo fatto a nome dell’intera umanità. La freddezza che un astronauta deve avere è tutta nel corpo e nel viso del Neil Armstrong di Ryan Gosling in First Man. Quella di un uomo che non può lasciar trasparire le proprie paure, i più insiti timori. Che deve sopprimere la sofferenza a cui decide di abbandonarsi soltanto quando sarà talmente lontano da casa da poter lasciare tutto quel dolore sulla luna. Una drammaticità trattenuta che non fa dell’attore una statua inespressiva, bensì un uomo che subisce fino arrivare allo stremo. Ma dietro a quella maschera di cera, dietro a quell’austerità da astronauta, oltre il casco e le sue protezioni, c’è la perdita di un uomo e, così, la sua vastità.

La La Land di Damien Chazelle (2016)

Emma StoneRyan Gosling sono ufficialmente la coppia cinematografica degli ultimi anni. In fondo era proprio l’attrice la ragazza di cui cade innamorato il personaggio di Gosling in Crazy, Stupid, Love, ritrovandosi poi al loro terzo film insieme – dopo il Gangster Squad del 2013 – per una pellicola che fa breccia nel cuore di pazzi e sognatori. È La La Land il musical che ha fatto ballare un intero panorama mondiale, i cui protagonisti ufficiali erano proprio quella Stone e quel Ryan Gosling che sembrano perfettamente abbinarsi insieme. Il viso elastico, buffo, assolutamente privo del timore di apparire goffo o sgraziato di Emma Stone va infatti benissimo vicino alla “mono espressività” del coprotagonista, di cui però tutti noi non possiamo che ricordare il ciuffo ribelle caduto sulla fronte quando per l’ultima volta dice addio alla sua amata. 

Ryan Gosling e la chicca indie: Lars e una ragazza tutta sua di Craig Gillespie (2007)

Ryan Gosling e questa sfilata di mono espressività meritano, però, una menzione speciale. E quest’ultima va a un film assai piccolo, una gemma minuscola in una carriera dalla risonanza su grande scala, in cui l’attore fa forse il miglior uso in assoluto del suo punto forte, giocando letteralmente con l’impassibilità del volto e restituendola per la relazione del suo protagonista con una bambola gonfiabile. In Lars e una ragazza tutta sua Ryan Gosling esprime qualsiasi cosa nella sua, e qui ritorna, imperturbabilità. C’è la curiosità di potersi rapportare all’altro sesso – che sia di gomma o meno -, c’è l’incapacità di capire e farsi capire dagli altri, c’è la tristezza di un uomo completamente solo, che solamente in un essere inanimato riesce a trovare la giusta compagnia. E, soprattutto, c’è un’ambiguità che è proprio la mono-espressività a saper accentuare così bene, alternando alla dolcezza di Lars un’improvvisa dose di inquietudine, continuamente in bilico per il resto del film. Un’opera assolutamente da riscoprire, una mono espressività mai stata tanto esplicativa.

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