La quarta stagione di The Crown è l’apice del dolore della serie, dove la mancanza di empatia famigliare viene colmata da quella provata dallo spettatore.

La trama

Mentre gli anni ‘70 stanno volgendo al termine, la regina Elisabetta (Olivia Colman) e la sua famiglia sono occupati a salvaguardare la linea di successione, assicurandosi di trovare la sposa più adatta per il principe Carlo (Josh O’Connor), che a 30 anni è ancora celibe. La nazione inizia a risentire dell’impatto delle politiche di divisione introdotte da Margaret Thatcher (Gillian Anderson), la prima donna inglese investita della carica di primo ministro. Tra lei e la regina sorgono tensioni che peggioreranno quando la Thatcher guiderà il Paese nella guerra delle Falkland, generando conflitti all’interno del Commonwealth. Mentre la storia d’amore tra Carlo e una giovane Lady Diana Spencer (Emma Corrin) regala una favola estremamente necessaria all’unione del popolo britannico, a porte chiuse, la famiglia reale è sempre più divisa.

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The Crown, una serie maestosa

La grandiosità di una serie come The Crown è qualcosa di talmente evidente e rilevante da sentirsi assai piccoli anche solo nel cercarne di approcciarsi ad essa. Il mistero e la solidità della monarchia, continuamente messa in dubbio nei meccanismi interni della famiglia reale, assume quel tono di maestà proprio nella sua confezione che è, alla fine, il velo patinato e sottilissimo con cui il popolo è portato a guardarla, volendone oscurare le nefandezze e quei veleni insidiosissimi. Parlare, perciò, della densità scenica e drammaturgia del miglior prodotto seriale Netflix va sminuendo non soltanto la stessa operazione di punta della piattaforma, ma ci priva del poter scavare ancora più duramente nella profondità di cosa, questa serie, vuole raccontarci fin dal principio.

L’arrivo di Lady Diana

Sebbene sia sempre ciò che il prodotto tratta che è bene analizzare, se sono i contenuti, scenici e scenografici, a venir lodati e chiacchierati nella presentazione e riflessione su un lavoro audiovisivo, quello che la quarta stagione di The Crown ci permette di fare è di pensare non tanto alle presenze che la serie ci offre, ma di quelle incolmabili assenze che la mandano avanti. L’arrivo di un personaggio iconico come la principessa del Galles Lady Diana permette alla serie un passo ulteriore negli abissi di una mancanza che, nel suo quarto anno di vita sulla piattaforma, mostra definitivamente le inconciliabili volontà di un’esistenza in eterno conflitto tra la propria etichetta e l’indifferenza con cui le personalità che a questa devono sottostare vengono apostrofate, dirigendosi verso un punto di rottura che si fa apice di ciò che fino ad ora era stato raccontato, rendendolo più definitivo e mortale che mai.

Se la Corona ha sempre riguardato quello che significava essere re e regine, se era stato il simbolo della percezione e dell’essere di un’istituzione a cui dovevano tutti e tutte piegarsi, nella quarta stagione di The Crown è esattamente quello che non è a dilagare con un dolore che sarà leitmotiv di tutti gli episodi, facendo di ciò che non c’è, che non perviene, la più importante delle esistenze.

Sorprende poi che la sottolineatura di questa “presenza assente” provenga proprio da quel personaggio che, nella quarta stagione, si immerge dentro il baratro di una permanente e perpetrata sofferenza che rende la visione e le inquietudini che le puntate suscitano quasi allo stremo del sopportabile. Nell’arcigna figura di un principe Charles indegno e insoddisfatto, succube anche lui di quel lignaggio familiare e dei doveri che è costretto a portare, è nel breve, ma emblematico confronto con la sorella Anna che evidenzierà ciò che di talmente vivo nella serie Netflix ha sempre pulsato, tanto da aver fatto da collante per le sue intere stagioni e da aver permesso un legame così intenso tra coloro che venivano rappresentati e coloro a cui lo spettacolo era riservato.

Un principe insoddisfatto

È la “completa mancanza di empatia” che turba un Charles fedifrago, insofferente, capriccioso, vanesio, elemosinante di meriti e attenzioni. La completa mancanza di empatia che è ciò che il principe percepisce e che invece vorrebbe da parte della sua unica sorella, vedendosela di contro negata. E in quel richiamo disperato, guardando quel personaggio che è stato causa e malanno di un’identità tanto adorata dall’opinione comune come fu la moglie Diana, gli occhi del pubblico si aprono e colgono fino in fondo, come quasi non si era mai fatto, ciò che fino alla quarta stagione – e nel crescendo esponenziale di questa – ha fatto sì che The Crown non fosse solamente il bellissimo contenitore di uno specchio su una realtà che sembrava così lontana, ma che, in verità, è sempre stata solamente a un passo dal quartiere di Westminster e ne vedeva racchiuse le più scorrette impunità.

The Crown 4 e giochi d’empatia

Se nel complesso dell’assetto famigliare dei residenti di Buckingham Palace è la freddezza ciò che più di ogni altra cosa viene condivisa, se l’impossibilità di mettersi nelle vesti di coloro che si ha di fronte si è modificata poi, nel corso del tempo, nella privazione stessa della volontà di provare a capire cosa può voler dire vivere nella pelle dell’altro, è l’estrema empatia che il pubblico sente per questi personaggi – e che quest’ultimi non hanno nemmeno mai conosciuto – a fare da scintilla al successo e alla monumentalità della serie Netflix. È la compassione che nello spettatore va crescendo nel vedere come quella “mancanza di empatia” si aggiri come un morbo nelle stanze del castello principale, quasi a riempire quel compatimento che è da sempre mancato – e, probabilmente, sempre mancherà – negli angoli di una casa che non ha né il calore, né la sensibilità adatta per far maturare le persone, ma solamente per fabbricare principi egoisti, principesse addolorate e regine anaffettive e inspiegabilmente distaccate.

Quello che i componenti della famiglia reale non riescono a costruire tra loro, The Crown lo ripropone in una forma di comprensione per il pubblico. Quello che Lady Diana ha rappresentato nella storia del nucleo regale inglese, che le persone hanno potuto toccare con mano durante gli anni del suo ruolo di moglie e madre del futuro erede al trono, fa la sua comparsa in versione audiovisiva e trasforma quella vicinanza e quella ammirazione per l’intendimento di un disagio ben più grande nascosto dietro alla luce dei riflettori e alle tiare poste sul capo di una principessa. Quel collegamento umano che Diana è stata negli anni della sua reggenza, The Crown lo espone al suo massimo nella quarta stagione e lo estende ancor di più, ancora più visceralmente, a ogni suo personaggio presente, da quella Margaret che abbiamo amato fin dall’inizio proprio perché impeditole di amare, fino ad arrivare a empatizzare con le controversie e la rigidità imposta da un politico quale è stata il Primo Ministro inglese donna Margaret Thatcher.

In conclusione

E quella mancanza di empatia diegetica che il pubblico è impossibilitato a riproporre al di fuori, troppo incastrato nelle dinamiche e nelle sofferenze subite da quegli individui che dovremmo invidiare e che, invece, finiamo per compatire, muta fino a diventare misericordia per quelle anime falsamente ricche, ma che mostrano d’essere solamente stanche e intorpidite. Una compassione, una misericordia che mai una serie prima di The Crown aveva saputo districare così, facendola montare nello spettatore per ogni membro della famiglia, per ogni singolo personaggio capitato nel deludente gioco della monarchia. Dall’invidia della favola si va alla destrutturazione e riuscita fallimentare del mito regale. Dalla bellezza per una serie così unica, all’esplicazione di un sentimento del pubblico per quei protagonisti, associabile alla più sentita pietà.

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