Il regista Beniamino Catena e il suo cast hanno alla 38esima edizione del Torino Film Festival il film Vera de Verdad, un film dai mille volti tra esistenzialismo e fantascienza.

In un anno particolare come quello di una pandemia, il Torino Film Festival non si arrende. Nella sua inedita versione online, uno degli eventi cinematografici nazionali più interessanti ha tenuto banco dal 20 al 28 novembre, dove sperimentazione e autorialità si sono incontrate per aprire il pubblico a un emozionante catalogo fatto di opere inedite e ricercate. Tra i titoli italiani della 38esima edizione del festival ad essere presentato è Vera de Verdad, un curioso esperimento tra Italia e Cile che indaga i misteri della vita attraverso le connessioni che vanno stabilendosi nell’universo.

A presentarlo è il regista Beniamino Catena, su sceneggiatura di Paola Mammini e Nicoletta Polledro, che ha posto al centro del film la domanda che da secoli l’uomo continua a farsi: “Cosa c’è dopo la morte? Ma anche, cosa c’è oltre l’invisibile e l’ignoto? Credo che con Vera de Verdad siamo andati molto vicini nel scoprirlo.”. Domanda che pone le proprie radici in un sentimento esistenziale, atmosfera che il film va seguendo nel proprio corso, pur lasciandosi coinvolgere dall’ambito della fantascienza e del fantasy: “Sono un appassionato di sci-fi e ho cercato di farlo capire attraverso il film, senza però mai dichiararlo sul serio. Anche perché era l’anima esistenziale che doveva premere di più, lasciando il resto a formare una cornice ibrida.”

Se, però, Vera de Verdad sembra quasi inclassificabile come film, questo è dovuto anche alla sua protagonista, una giovane donna che torna dalla sua famiglia dichiarando di essere la loro figlia scomparsa due anni prima, quando aveva solo undici anni. “Il film non è catalogabile perché non lo è Vera. È un po’ una freak, bisogna sentirla più che capirla. Per questo i dialoghi sono pochi, si doveva ascoltare soprattutto quello che non è possibile dire a parole.”.

Marta Gastini, interprete del ruolo di Vera in questa sua forma adulta, non può che confermare le parole del proprio regista, condividendo la difficoltà di dover prestare la propria pelle a un personaggio che si trova allo stesso tempo sia scollegato dal suo vecchio corpo, ma così immensamente legato alla natura: “Vera è una bambina che torna in un corpo di donna. Bisognava trovare un equilibrio che tenesse in piedi questa contraddizione. Pur avendo però solo undici anni, Vera è una di quelle bambine speciali con una sensibilità assai pronunciata per la sua età e riesce così a comprendere di vivere una vita intera in un così breve tempo. Ho lavorato sul cercare i diversi strati di coscienza e consapevolezza che la compongono.”. Difficile come avere decine di api addosso, come si vede in una scena del film? “Quello era solamente un effetto creato a regola d’arte. Non ho avuto alcuna ape sul viso. Quello, poi, è un momento significativo del film, perché le api, che sono natura, riconoscono Vera, che essendo parte del tutto è come se stesse riconoscendo se stessa.”

Insieme all’interpretazione femminile di Marta Gastini, nella pellicola è presente anche Anita Caprioli, nel ruolo di una madre che, trascinata da un sentimento primordiale, riesce a sentire realmente il ritorno della figlia, pur nell’incomprensibilità della situazione: “Quando il regista mi ha raccontato questa storia sono rimasta colpita dal personaggio della madre e dagli elementi molto forti che è portata ad attraversare. Ha prima di tutto la perdita di una figlia, con un dolore inspiegabile, e la volontà di riempire quel vuoto. Secondo poi ha la consapevolezza che, questa nuova figlia che le è venuta incontro, sarà destinata a perderla nuovamente, ma decide comunque di accoglierla. Un’accettazione non razionale, che viene spinta dal profondo.”

“Con Anita avevamo lavorato già insieme ad un altro progetto, ma non avevamo avuto l’occasione di condividere così tanto la scena. Non c’è stato quasi bisogno di parole, veniva tutto molto naturale, merito anche alla grande accoglienza che Anita sprigiona in quanto persona” ha commentato così Marta Gastini l’aver recitato insieme alla collega. Ha continuato la Caprioli “Non ci siamo dette molto sembra riduttivo, perché in verità ci siamo dette tutto cercando di vivere questo legame. C’era ascolto da parte di entrambe e abbiamo cercato di restituire cosa si prova in questo rapporto madre-figlia.”.

Oltre al cast femminile, a presentare il film c’è anche Davide Iacopini, colui che cerca risposte tra i collegamenti dell’universo: “Perdere Vera per il mio personaggio è tremendo. Prima di tutto perché quando succede si trovava insieme a lei. Viene infatti accusato per questo, ma sarà anche colui che cercherà di capire cosa è avvenuto, forse non riuscendo a raggiungere la risposta che vuole, ma ricevendone una ancora più grande.”

Un film che, dunque, pone in attenzione anche lo spettatore, che viene catturato dalla colonna sonora dei Marlene Kuntz, non alla prima collaborazione con Beniamino Catena, che però li ha voluti per avvolgere i luoghi cosmici dell’opera: “Le loro sonorità mi sono sempre piaciute e pensavo fossero congeniali al film. Poi sono anni che mi chiedono di fare una colonna sonora e ho pensato che la loro musica fosse perfetta per gli spazi che volevo riempire nel film.” Spazi che si dividono tra la Liguria e il Cile, dove il passaggio dai vari posti ha determinato anche i vari toni del film: “Volevamo sia una storia che fosse fantastica con elementi molto rarefatti, ma anche la differenza tra i diversi luoghi. È per questo che le parti girate in Cile sono ben lontane dalla parte italiana. Non hanno orpelli, sembrano scene quasi documentaristiche. Più rendevano potente il fantastico, più era facile poi girare il documentario.”