Un piccolo viaggio tra i tre migliori film di Woody Allen degli ultimi anni, nel giorno del suo 85esimo compleanno.

“Non è più il Woody Allen di una volta!”. Quante volte abbiamo dovuto leggere o ascoltare questa triste, falsa, insipida dichiarazione, frase che può tranquillamente dissolversi nel nulla vista la sua inconsistenza, dovuta da una snobberia che troppe volte caratterizza chi va trattando di autori geniali come lo sceneggiatore e regista newyorkese, non sapendone cogliere le trasformazioni in continuo divenire. Woody Allen, infatti, non sarà certo più il cinico psicotico di Io e Annie, ma al tempo del suo capolavoro lo stile del comico e cineasta era già molto differente rispetto a quello dei suoi caratteristici lavori precedenti, che in chicche come Il dittatore dello stato libero di Bananas e Il dormiglione esprimevano un nonsense e una componente slapstick assai più pronunciata delle pellicole a venire.

E così, se l’Allen di Manhattan non è lo stesso degli ultimi vent’anni, non c’è comunque da preoccuparsi, trovando un autore più mansueto pur nelle sue impossibili sferzate, che nasconde però un’anima assai più romantica di quanto aveva saputo nel corso della sua carriera mostrare. Vero anche che, in fin dei conti, il romanticismo è sempre stata una cifra nascosta dei film di Woody Allen, componente che l’autore non ha certo provato a tenere eccessivamente latente, con la sua penna pronta a trascriverne in sceneggiature brillanti, tra una seduta dal proprio psichiatra e una passeggiata al centro di Central Park. Opere dei sentimenti che hanno saputo alternarsi nel corso della propria carriera, anche recente, con quadri assai aspri e privi di salvezza come Blue Jasmine, Irrational Man e La ruota delle meraviglie, cercando di controbilanciare la tragicità di questi suoi protagonisti con figure e situazioni di completamente altro appiglio.

Ecco quindi i tre film non solo tra più apprezzabili, ma i più sentimentali e romantici del Woody Allen degli anni Duemila, storie e atmosfere che si discostano per luoghi e temi, ma che si avvicinano nella ricerca di un amore che nelle pellicole dell’autore cerca sempre di essere sopperito con discrezione, ma che va poi inevitabilmente saltando fuori.

Midnight in Paris (2011)

Parigi è già di per sé il richiamo dell’amore. La Torre Eiffel illuminata, i viali bagnati dalla pioggia, un’aria magica e irripetibile che può solo consumarsi per le strade parigine. Le stesse che concedono al protagonista di Midnight in Paris, interpretato da Owen Wilson, la possibilità di viaggiare nel tempo, di sedere accanto a Scott e Zelda Fitzgerald, di immaginare rinoceronti insieme a Salvador Dalì, di discutere di donne e emozioni con pittori e scrittori, critici e autori. Ed è esattamente dell’amore ciò di cui è innamorato il protagonista, che rincorre nell’arte, negli scritti, nelle parole, nella musica, ma soprattutto in un’epoca che sembra così fervida e stimolante, ricca di emozioni che dell’amore fanno il loro faro, folgorando senza possibilità di uscita l’uomo. E, camminando per quelle vie dove a riecheggiare è tutt’altro tempo e, apparentemente, tutt’altro spazio, ci innamoriamo di icone che avevamo già da sempre adorato e sogniamo di poter viaggiare noi non soltanto indietro nel tempo, ma su quei viali intramontabili, facendo tesoro dei consigli del passato per poter godere a pieno dei sentimenti del presente.

Café Society (2016)

La chiosa finale di Café Society è l’emblema dell’appartenere l’uno all’altro. Jesse Eisenberg e Kristen Stewart chiudono i loro occhi in un montaggio alternato che va sovrapponendo le loro immagini mentre, pur essendo lontani e con i loro rispettivi partner, pensano a chi non possono avere accanto in un momento di condivisione e festa. Ma nella vita, purtroppo, non esiste solamente l’amore, che nonostante tutto rimane comunque talmente radicato e talmente pungente da farsi compagnia nel ricordo in qualsiasi momento, come un contatto che sentiamo vicino, pur non potendolo afferrare. Un finale agrodolce, così come il suo intero racconto. Ma la vita è pur sempre “una commedia scritta da un sadico che fa il commediografo” di cui dobbiamo accettarne gioie, rinunce e eterni amori.

Un giorno di piaggia a New York (2019)

Ciò che di incredibile segna Un giorno di pioggia a New York è la visione lucida che un autore ormai adulto e più che avanti con l’età riesce ad avere dei suoi protagonisti giovani e intraprendenti. Personaggi di certo in cerca del loro posto del mondo, dove tra loro c’è chi è più concentrato sul proprio futuro lavorativo, mentre la propria controparte desidera solamente trascorrere del tempo romantico in compagnia. E per quanto la visione di Timothée Chalamet che suona da solo ad un pianoforte possa bastare per far sciogliere i cuori, è la sua ricerca di reali sentimenti e di una connessione profonda tra finzione e realtà, favola e disillusione a rendere Un giorno di pioggia a New York non solo una delle opere più sincere dell’ultima filmografia di Woody Allen, ma una delle sue pellicole più romantiche in assoluto, nella cornice di quella sua città che ha sempre amato e che fa da palcoscenico ad altrettanto amore come quello nel suo film.