Il premio Oscar Viola Davis è la “Madre del blues” con Chadwick Boseman nell’adattamento Ma Rainey’s Black Bottom, in arrivo il 18 dicembre. 

TRAMA

Chicago, 1927. Una sessione di registrazione. La tensione sale tra Ma Rainey, il suo ambizioso cornettista e i manager bianchi, determinati a controllare la leggendaria “Madre del blues”.

Ma Rainey’s Black Bottom ha tantissimo con cui spartire assieme ad altre opere contemporanee. Basti guardare all’autore alla base della sua pièce teatrale, quella su cui lo sceneggiatore Ruben Santiago-Hudson va stendendo le basi per un racconto cinematografico che mantiene tutta la compressione e l’assetto drammatico delle sue radici primarie. È August Wilson l’autore dello spaccato discografico della madre del blues Ma Rainey, stesso drammaturgo scelto nel 2016 da Denzel Washington per il suo terzo film da regista Barriere. Ad affiancarlo nel ruolo che si era scelto – oltre che da regista, anche da protagonista nei panni di Troy Maxson -, c’era la straordinaria Viola Davis, talmente al di sopra dell’egocentrismo e della prolissità della pellicola, da conquistare il suo primo Oscar l’anno successivo per il ruolo di Migliore attrice non protagonista.

Casualità vuole che sia sempre August Wilson a sostenere le migliori interpretazioni della Davis – prodotta, questa volta, proprio da Denzel Washington -, che nel fare da fantoccio per il trucco sbavato e pesante della cantante anni Venti, nell’appropriarsi della sua forma sgraziata e sudata in una sessione di registrazione in una Chicago affogata nel sole, potrebbe ambire ad una seconda statuetta riconfermando all’universo di Hollywood il carattere e il talento di una grande attrice. Ma non è solamente con il lavoro di August Wilson, questo volta preso tra le mani del regista George C. Wolfe, con cui Ma Rainey’s Black Bottom deve confrontarsi. Nel settembre del suo stesso anno di uscita, che aspetta l’arrivo del film su Netflix il 18 dicembre di un’annata magra come il 2020, One Night in Miami è stato presentato durante la 77esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, primo film da regista di un’altra interprete da Oscar, Regina King, che al suo debutto alla macchina da presa sceglie il testo teatrale di Kemp Powers e lo riporta in versione cinematografica, direttamente all’interno di uno dei più importanti festival.

È proprio One Night in Miami l’opera che potrebbe assicurare alla King un posto d’onore tra i favoriti della stagione degli awards 2021, nonché film che si avvicina vertiginosamente alle tematiche del corrispettivo Ma Rainey’s Black Bottom, incanalandone le medesime energie, ma restituendole con sguardi che si pongono differenti nella resa, pur se accumulabili nella sostanza. Entrambi nati dal frutto della fantasia, dove però di vero c’è alla base l’incontro da parte, in One Night in Miami, delle personalità di Malcolm X, Cassius Clay, Sam Cooke e Jim Brown, mentre nel film di Wolfe si prende da una registrazione qualsiasi di Ma Rainey costruendoci attorno le direttive intraprese dal film e dai suoi personaggi, i due lungometraggi mostrano le loro anime affini nel trattamento di tematiche razziali che scavano dal punto di vista di una comunità di colore che, negli anni in cui sono ambientati i racconti, cerca ancora la propria autoderminazione tanto personale, quanto lavorativa.

Realtà che, se messe a confronto, dimostrano la medesima stoffa lì dove vogliono tracciare il ruolo degli afroamericani in una collettività che, tante volte, finge di poterli e volerli includere, ma cavalca ancora l’onda di un retaggio da cui le persone di colore devono difendersi, cercando il rispetto che meritano e riconoscendo loro l’importanza fondamentale per un mondo che sta correndo in avanti. 

Pur comprendendo le ragioni intrinseche nei personaggi di Ma Rainey’s Black Bottom, soprattutto in quella Ma di Viola Davis che è cardine degli eventi e più volte motivo di relazione tra personaggi, il background della protagonista viene dato così per certo dalla pellicola che presuppone un coinvolgimento immediato da parte del pubblico, che pur patteggiando per le battaglie da sempre dovute affrontare dalla cantante, vede il film restituirne solamente un ritratto sgraziato e insolente, violento al punto tale da avere complicazioni nel poterci entrare in rapporto. Percorso del personaggio che, fortunatamente, viene declinato in maniera diversa per il Leeve del co-protagonista Chadwick Boseman, alla sua ultima prova per il giovane attore diventato in così poco tempo icona di un supereroe ormai imprescindibile per l’identità culturale afroamericana come Black Panther, che per la seconda volta nell’anno della sua scomparsa si fa simbolo di narrazioni legate alla società, alla disuguaglianza che la connota, al tentativo di coloro che hanno una pelle differente di poter farsi strada in questo mondo.

Da Da 5 Bloods a Ma Rainey’s Black Bottom, Boseman tratteggia un sentiero che lo porta alla sua miglior prova d’attore con un trombettista squattrinato a cui il film affida la sua completa presa emotiva e riflessiva, vero centro – più della Ma Rainey cantante – dell’opera di George C. Wolfe, nonché reale presa di osservazione e discussione più di quanto il resto della pellicola riesca a fare con i suoi personaggi. Pur non assecondando, dunque, la descrizione e la ripresa che il film fa dei suoi protagonisti, indubbia rimane la bravura dei loro interpreti, che si calano con fare inappuntabile nelle loro parti, spingendo verso una candidatura agli Oscar quanto mai certa.

Con una regia talmente insufficiente da essere ciò che di realmente pessimo presenta il film, totalmente estraniante nell’inquadrare la funzionalità di una Chicago nei primi decenni del secolo scorso che diventa disturbante a colpo d’occhio, Ma Rainey’s Black Bottom ha chiaro il suo principio, ma troppo poco la struttura dei personaggi, discordanza che rende stridente la visione della pellicola, dove l’empatia del pubblico viene tirata in ballo, per essere tristemente e confusamente bistrattata.