Mank è il nuovo film imprescindibile del prossimo decennio, l’opera di David Fincher che sconvolge per il suo essere inaspettata e assolutamente unica.

La trama

La Hollywood degli anni ’30 è rivalutata attraverso gli occhi del graffiante critico sociale e sceneggiatore alcolista Herman J. Mankiewicz , mentre si affanna a finire il copione di Quarto potere per Orson Welles.

La Hollywood degli anni ’30

Quella di Mank è una sceneggiatura che si aggira per i meandri di Hollywood da più di trent’anni. Jack Fincher, padre del regista David, è uno sceneggiatore che tenta con tutte le proprie forze di portare quest’opera alla luce, rinunciandoci e morendo nel 2003 non vedendola mai compiuta. È dunque una chimera quella che rincorre David Fincher, figlio devoto che eredita l’ossessione del genitore, che dopo aver trascorso gli ultimi anni a destreggiarsi con gli esperimenti della serialità Netflix ottenendo il meraviglioso risultato di Mindhunter, dona alla piattaforma e al suo pubblico quello che può già essere annoverato tra i film che segneranno il decennio, cosa che aveva già fatto il suo decennale The Social Network.

Sono infatti esattamente dieci anni quelli passati dall’uscita del capolavoro scritto da Aaron Sorkin, che ha consacrato la figura di David Fincher a immancabile oracolo di una cinematografia contemporanea che rimarrà per sempre segnata dall’epica creazione del social Facebook contro la solitudine del suo creatore. E se The Social Network impone il marchio di una nuova era, Mank è il voltarsi indietro per raccontare al cinema di quel cinema che scopriva la propria forza intrinseca, che cominciava ad assumersi la consapevolezza del proprio operato, ciò che è stato e che ha stravolto quello che si conosceva della filmografia americana e che l’ha portata direttamente a realizzare una pietra miliare dal nome Quarto Potere.

Il Mank del titolo dell’opera di Fincher – dei Fincher – non è altro che Herman Mankiewicz, colui che scrisse il puzzle scomposto del magnate della stampa Charles Foster Kane al soldo del prodigioso ragazzo Orson Welles, ventiquattro anni e la totale libertà creativa concessagli per il suo primo film da regista, che nel prisma del suo personaggio e nella ricerca della sua Rosebud lasciava intravedere l’egoismo e le contraddizioni del reale William Rudolph Hearst. Ma se del fatto che dietro al protagonista interpretato in tutte le sue età da Welles ci fosse il ponderoso imprenditore ne fu a conoscenza chiunque fin dalla prima stesura messa su carta stampata, è sui motivi che spinsero un lavoratore alcolizzato, sfiduciato, disilluso dallo scintillio di Hollywood quale Mank su cui va vertendo l’indagine della pellicola Netflix.

L’opera di David Fincher scombussola dunque per l’inaspettata piega che fa prendere alla propria storia, del tutto a tradire le convinzioni, anche molto semplici e spesso impigrite, di chi da un film in bianco e nero ambientato nel pieno della sua epoca d’oro attende quasi sempre un racconto frizzante, ritmico e sferzante, come le pellicole di quel tempo ci hanno insegnato essere. Dimenticando di assecondare le attese dello spettatore, viaggiando sulla propria traiettoria e definendo così un film incredibile nel suo essere insospettabile, Mank non è un’opera sul come è stato realizzato Quarto Potere, ma sul perché la pellicola di Orson Welles ha preso vita all’inizio del decennio Quaranta, questioni ben più profonde e radicate di abbaglianti riflettori puntati sul talento del giovane regista, tenacemente impiantante nei disagi di un momento storico politicamente compromesso e pericoloso.

Mostrando solamente nella sua prima parte quella velocità negli intenti e nello scambio tra personaggi che caratterizza il fascino delle opere degli anni ’30/’40, la partenza dell’opera è tanto spumeggiante quanto la sua virata da metà film in poi risulta netta e ponderata. Una riflessione filmica e contenutistica che non si concentra più sul palcoscenico esaltante degli studios, ma sui loro meccanismi talmente interni da risultare meschinamente nascosti, una visione prettamente politica sia nella condotta di Mank stesso quanto nel periodo in cui le sue idee vanno scontrandosi con i colossi dell’industria, che nell’assumere il totale potere danno al cinema una nuova responsabilità destabilizzante quanto rischiosa.

Mank diventa così un film anti-climatico nella sua volontà di stupire attraverso l’impasse della riflessione che nell’opera agisce come accompagnamento ad un finale che lascia assai molto su cui ragionare, privando lo spettatore del sogno americano per restituirgli una macchina mefistofelica di cui vediamo solamente la superficie. Un film sul singolo, sull’uomo, prima Mank, poi Hearst, poi sulla compagna del potente industriale Marion Davies, per cui un Amanda Seyfried offre un’interpretazione che ne fa la migliore nella carriera dell’attrice, così accattivante e volubile all’apparenza, ma dall’intuito sopraffino come quello della sua performance. Una degna co-protagonista per un Gary Oldman che scompare nell’alcolismo di Herman Mankiewicz il quale, a sua volta, si perde nel suo stesso intrigo e in quello che scompone e riassembla per la sceneggiatura su di un uomo di cui non si avrà mai un unico punto di vista, ma la realtà spezzettata e mutevole dei ricordi.

Un’opera, quella di David Fincher, che è già un unicum per questo inizio decennio e lascerà una delle prime impronte nella storia cinematografica degli anni a venire, sacralizzando definitivamente la figura del suo regista, tra i più bravi di ogni tempo.