La trilogia ideale: Inside Out, Coco e Soul ci mostrano come la Pixar ha voluto spiegarci chi siamo.

La Pixar non ha più nessun nemico. Non ne ha, forse, mai avuti nella storia della sua produzione, dall’unione con la Disney che ne fa quasi una cugina con cui intercorrono felicissimi e creativi rapporti, né con tutta una schiera di ottimi prodotti d’animazione che non vedono la fucina americana come laboratorio primario per le proprie idee. Di sfide ne ha intraprese, di premi ne ha vinti, ma la svolta intrapresa dalla Pixar negli ultimi anni ha perso sempre di più la struttura base delle opere fiabesche con cui il filone classico dei racconti disneyniani ci aveva cresciuto, scegliendo di entrare talmente dentro l’umanità dei propri spettatori da volerli vedere rappresentanti nelle loro vesti più intime.

Segno di una crescita di una compagnia che, fin dagli inizi, ha deciso di non porsi mai alcun limite nell’esplorazione di ciò che c’è oltre il mondo fisico e terreno, che dei suoi personaggi fantastici non ha mai voluto fare solo veicolo per narrazioni superficiali, ma ha reso la tridimensionalità grafica dei propri protagonisti la stessa che ha alimentato le loro personalità. Pur alternandosi con avventure canoniche che hanno visto principalmente il ritorno di personaggi già incastonati nell’immaginario pixariano, con soltanto alcune fuoriuscite originali come Il viaggio di Arlo e Onward – Oltre la magia, negli ultimi cinque anni sono state principalmente tre le pellicole che, come una sorta di trilogia ideale (forse un domani serie se la casa di produzione animata sceglierà di continuare su questa linea editoriale), hanno ridefinito i contorni identitari della Pixar.

Un percorso coerente e impressionabile, che ha distorto completamente la maniera di raccontare le favole, trasformate da traumi come la perdita dei genitori o l’appropinquarsi di una sventura nell’apprendimento di comprensioni profonde dei meccanismi che ci muovono in questa vita e, in alcuni casi, anche nell’altra. Con l’uscita il 25 dicembre 2020 dell’ultima pellicola Soul (leggi qui la nostra recensione), la Pixar traccia questo triangolo di esistenzialismo il cui primo punto era stato marchiato dall’opera del 2015 Inside Out. Punto di congiunzione tra le emozioni intrinseche degli umani, diventate tra i migliori personaggi della filmografia di Pete Docter, è stata la morte esplicitata in un’operazione come quella di Coco, posta a tracciare la linea retta per l’unione con l’investigazione dell’anima, affidata ancora una volta ad uno dei capi della nuova era Pixar, affiancato per l’occasione dalla collaborazione di Kemp Powers.

Emozioni, morte e anima che rappresentano con lungimiranza le componenti essenziali per la formazione di un essere umano pensante, empatico, totale. Elementi che non possono legarsi al gusto personale o differire per scelte o preferenze. Emozioni, morte e anima che sono tutto ciò su cui va fondandosi un’esistenza e tutto ciò che, più di ogni altra cosa, ci accumuna agli altri, ci fa sentire vicini in quanto persone dello stesso mondo, all’apparenza forse così diversi nelle nostre singolarità, ma collegati da quegli aspetti sostanziali che la Pixar ha posto come film d’animazione per scoprire un po’ più di se stessa, aiutando il pubblico a fare altrettanto.

Da qui l’assenza del nemico, che se nella consuetudine voleva porsi come antagonista per il successo da parte del protagonista sulle avversità intraprese, pur traendo giovamento dall’avventura sudata, viene annullata nella sola analisi di un’interiorità che è il vero campo su cui imbastire la propria battaglia. Siamo noi stessi, a volte, il vero nemico con cui scendere a patti, la nostra parte migliore e, insieme, la peggiore. È ciò che ci smuove dentro, che non riusciamo a controllare, nemmeno se pensiamo di saperlo fare. Le emozioni, ci ha insegnato Inside Out, sono ciò su cui si costruisce la nostra memoria, sono i ricordi che ci hanno plasmato, i legami che abbiamo stretto. E, al contempo, possiamo essere solo noi stessi a vedere la nostra personalità distrutta al minimo accenno di cedimento di quella Gioia che abbiamo faticosamente cercato di costruirci, dove è solo accettando di far spazio alla Tristezza che possiamo assicurarci di poter stare, realmente, bene.

E se Coco, in verità, un nemico può andarlo a ritrovare in quell’Ernesto de la Cruz traditore e assassino, a rimanere imbrigliato nei nostri occhi è l’importanza di non smettere di ricordare, anche quando si vorrebbe chiudere con il passato, con la nostra famiglia. È l’attaccamento a spiegarci che la morte è definitiva soltanto se smettiamo di amare anche dopo la fine, costringendoci a un’osservazione della dipartita e del suo aldilà spumeggiante come a privarci della tristezza che è intrinseca nell’essere umano nel momento della scomparsa, ma spiegandoci che il salutarci da questo mondo è soltanto un modo per ritrovarci insieme da qualche altra parte.

Come un contenitore di tutti questi aspetti riportati con delicatezza struggente da Pete Docter con Inside Out e da Andrew Stanton e Adrian Molina con Coco, Soul si avvale del particolare dell’anima e ne fa scudo per trattare, in realtà, dell’insieme di quelle piccole sensazioni, di quelle impercettibili felicità, di quegli istanti di vuoto riempiti soltanto dalla consapevolezza di essere vivi. L’anima, le anime di Soul, sono il prolungamento di un discorso Pixar che abbraccia la sua complessità che, in un unico film, scinde quello per cui siamo nati e la passione che ci fa muovere i nostri passi. È, anche qui, il formarsi di una personalità a venir messa in primo piano, unita a quell’amore inspiegabile per un qualcosa che ci permette di isolarci e connetterci al tutto nello stesso tempo, di essere solamente noi stessi nella nostra bolla di estasi e insieme farci vedere dagli altri al massimo della nostra beatitudine, cercando di aiutare, cercando di aiutarci.

La vita, in Soul, è il contenitore di questa trilogia che la Pixar ci dona non solo, non più, per intrattenerci, ma per educarci, crescerci, permettere allo spettatore di guardarsi da vicino e ritrovare nei personaggi, nelle persone che ha accanto, una collettività che si rifà al senso tanto comune quanto personale. Quello dell’esistenza, delle emozioni, della morte, dello spirito che è di tutti, anche se non può essere controllato da nessuno. Quello di un’anima che è ciò che da sempre la Pixar inserisce nelle proprie opere e che mai, come questa volta, ha deciso di mostrarci.