Definita da The Guardian l’icona che ha insegnato all’Europa la gioia del sesso, ha ora anche un film che la omaggia: si chiama Ballo Ballo ed è ora su Prime Video!

La trama di Ballo Ballo

Ballo Ballo, film diretto da Nacho Álvarez, è ambientato in Spagna durante gli anni Settanta, periodo storico molto difficile per costumi e cultura, spesso attaccati dalla censura del regime franchista. Racconta la storia di Maria (Ingrid García Jonsson), una ragazza spagnola che, dopo aver lasciato il suo fidanzato sull’altare a Roma, decide di tornare nella sua terra natìa. Giunta a Madrid, la giovane, grande amante del ballo, si mette alla ricerca di un’aspirazione, di qualcosa che la faccia sentire realizzata. Dopo l’incontro con Amparo (Verónica Echegui), uno spirito libero che lavora come hostess, Maria va a vivere insieme a lei e inizia a lavorare come hostess di terra. Poco tempo dopo, grazie a un colpo di fortuna, la ragazza riesce a coronare uno dei suoi sogni ed entra nel corpo di ballo di un noto programma televisivo, “Las noches de Rosa”. Durante lo spettacolo conosce e si innamora perdutamente di Pablo (Fernando Guallar), il figlio del censore della rete televisiva, Celedonio (Pedro Casablanc), un uomo anziano, franchista e contrario a qualsiasi cambiamento. Maria non è molo d’accordo con la politica della censura attuata da Celedonio e teme che Pablo segua le idee paterne. Le cose si complicano, quando giunge a Madrid anche Massimiliano (Giuseppe Maggio), l’uomo che la ragazza stava per sposare a Roma…

LA MITICA RAFFA!

Raffaella Carrà è stata, ed è tutt’ora, il simbolo di un’espressione della libertà inedita per le donne degli anni Sessanta e oltre. Il fuoco che la animava non solo ha stravolto le dinamiche della tv italiana, ma ha ripensato il ruolo dell’autodeterminazione del corpo e delle possibilità della figura femminile, immagine a cui gli spazi domestici andavano ormai troppo stretti e bisognosa di fuoriuscire da quella bolla di regole e rigidezza che segnavano l’essere fuori dal tempo. L’indipendenza è partita, perciò, dal ristabilire il proprio corpo all’interno dello spazio, ridefinire dei confini che non erano più così delimitati, scombussolare i (falsi) benpensanti e attivare le campanelle per procedere con il progresso.

Sconvolgimenti che la società ha spesso assimilato partendo proprio dall’aspetto culturale che andava dilagando, di cui le movenze e l’impetuosità della Carrà hanno fatto da apripista alle gioie del piacere fisico e sessuale di cui finalmente, anche le donne, potevano cominciare a parlare. Cantare all’amore e ridefinire partendo da se stesse i propri canoni di appartenenza e opportunità hanno fatto della cantante, attrice e ballerina italiana l’icona del sesso secondo il The Guardian, che la venera e l’omaggia ripercorrendone la carriera e sottolineandone i successi musicali e femministi e lo fa in concomitanza con l’uscita di un film come lo spagnolo Ballo Ballo, che dalla libertà d’espressione fa partire la sua carrambata.

Nella tradizione delle riprese di canzoni celebri che vanno componendo gli intermezzi musicali delle pellicole, Ballo Ballo trae dalla discografia di Raffaella Carrà per una commedia dai ritmi che vorrebbe spumeggianti, i quali possono dimostrarsi tali in relazione ad una fattura però estremamente amatoriale, tanto nei toni della pellicola, quanto nell’interpretazione e nella messinscena del film e del suo corpo di ballo. La chimica esplosiva dei testi e delle esibizioni della Carrà vive di fan certamente sfegatati, ma che non ne possiedono né il talento, né tanto meno le doti prettamente sceniche, imbarazzando per una pellicola che può essere presa nella sua simpatia, ma che poco ha a che vedere con l’inno di spregiudicatezza e, soprattutto, di ribalta che ha fatto grande l’artista.

Alla base della storia, che cerca di svilupparsi proprio dalle musiche e dai brani famosi della cantante, rimane comunque il significato intrinseco dei testi di Raffaella Carrà e il carattere rivoluzionario che con loro hanno trascinato, facendo di censura e voglia di venir rappresentati in quanto se stessi il fulcro medesimo dell’opera cinematografica. Movimenti ammiccanti, gonne troppo corte, richiamo al buonsenso e a una decenza mai passata di moda si contrappongono alla storia della protagonista María (Ingrid García Jonsson) e alla sua personale lotta contro le restrizioni superficiali della televisione per cui lavora, arrivando all’oscurantismo dilagante e al bigottismo intrinseco della rete di cui diventa ballerina e che, nella sostanza, le impedisce di ballare.

E se proprio il Tuca Tuca della Carrà si era andato scontrando con i dettami di decenza della tv (superando il veto della censura solo grazie all’intervento di un gigante quale Alberto Sordi), è il potere stesso che María vuole soggiogare e che, pur lodando l’ideologia dell’impresa, va scontrandosi con l’impraticabilità dei fatti, non certo a causa della anche apprezzabile leggerezza con cui il film va mostrandosi, ma per l’incapacità di quest’ultimo di poterlo fare con attinente consapevolezza.

I colori della Spagna ci sono tutti, gli ambienti sono finemente arredati e i costumi richiamo a un passato che ha però presa anche sullo stile del presente. Eppure, nonostante una ricostruzione pur sufficiente, è la mediocrità del cast e dell’esecuzione delle sequenze musicali a mancare lì proprio dove, entrambi gli elementi, avrebbero dovuto scintillare, creando difficilmente l’appoggio da parte dello spettatore, a cui risulta incomprensibile tutta l’attenzione riservata a una non-stella come la protagonista María. Pur, infatti, dimenandosi nella dimensione della finzione, quello che il film richiede allo spettatore è lo sforzo immane di credere in un’attrice che, pur mettendoci tutta la volontà d’animo, presenta evidenti ostacoli anche nel saper solo ondeggiare armoniosamente sullo schermo, non giocando mai sul suo desiderio di diventare una ballerina pur non essendone in grado, ma sottolinenando un talento che al pubblico rimane invisibile.

La comicità della María di Ingrid García Jonsson può passare, nel migliore dei casi, semplicemente dalla recitazione dell’attrice, ma nemmeno qui l’interprete sa conquistare come sembrerebbe fare in maniera diegetica nel film, lei come il resto dei suoi colleghi che, nell’esuberanza della pellicola del regista Nacho Álvarez, possono suscitare sbiaditi sorrisi all’inizio, ma che finisco per procurare con molta fretta un’orticaria fastidiosa. Se il tema, poi, dell’emancipazione e della lotta ai costumi restrittivi vuole prendere dai testi della nostra Carrà, è nel depotenziamento che ne esce fuori la più grande delusione dell’intero film. Canzoni e motivetti che vengono sprecati in momenti ripresi quasi come cabaret insignificanti all’interno dell’opera, facendo perdere loro la grinta e le opportunità sceniche che avrebbero potuto suscitare.

C’è del senso di spreco, dunque, alla vista di Ballo Ballo, di occasioni perse e che non si è stati abili a maneggiare. Di coreografie che sarebbero potute essere e non hanno avuto modo di presentarsi. Di un’irriverenza maliziosa e un’insolenza sfacciata sfruttate per una visione generica e altamente sommaria. Una pellicola che, nel suo proseguire, non solo non funziona più a livello delle musiche mal utilizzate, ma stanca anche per la sua parte comedy e per le trovate del racconto che tediano soltanto, dove a tutto il “Rumore” che sentiamo non corrisponde nessuna “Fiesta” che ci saremmo aspettati, per un lavoro che non ha niente di “Caliente” nelle sue ballate.