Da eroe romantico a presunto omicida: il percorso attoriale di Hugh Grant dal cinema delle rom-com alla serie thriller The Undoing.

Lo abbiamo amato con Notting Hill, abbiamo ballato con lui in Love Actually, lo abbiamo odiato quando voleva rubare la nostra Bridget Jones dalle mani del cavaliere Mr. Darcy anche se, una piccola, minuscola parte del nostro cuore, faceva il tifo per lui. È stato definito il re delle commedie romantiche anni Novanta, ruolo trascinato ancora con sé per il successivo decennio della sua carriera, ricoprendo spesso ruoli a lui affini e che rientravano, in qualche maniera, in un range di gusto e aspettative che il pubblico oramai attendeva dall’interprete britannico, che forse si sarà anche sentito qualche volta costretto nella propria veste di controparte romantica, ma che deve ammettere lui stesso esserglisi sempre adeguata a pennello.

È anche vero che, ad oggi, per Hugh Grant le cose vanno drasticamente cambiando, forse a causa di quell’avanzamento degli anni che vorrebbe l’attore troppo in là con l’età per vedersi immerso in un film dove si ritroverebbe a vestire nuovamente i panni dell’eroe romantico. «Non c’è davvero il pericolo che io faccia una nuova commedia romantica perché adesso sono troppo vecchio e brutto. Non succederà.» ha dichiarato Grant in un’intervista a Deadline e per quanto su questo possiamo avere molto da dissentire, è pur vero che l’allontanamento dallo stereotipo sentimentale ha permesso all’attore di esplorare una gamma assai più diversificata di personaggi, che sta tentando di rivestire e in cui cerca di addentrarsi in questa seconda parte della sua carriera.

È però un dato di fatto che, come ci insegnano due maestre e dive quali Meryl Streep e Diane Keaton, per le rom-com non c’è mai un’età prestabilita. In ogni caso ci siamo avventurati anche noi con curiosità nelle impreviste vesti che l’interprete inglese ha ricoperto negli ultimi anni, notando che il cambio paradigmatico ha condotto l’uomo su di un territorio audace, che gli ha giovato visto il livello di respiro che ha concesso alle sue performance. Già tra le ultime commedie romantiche della sua carriera, in una pausa tra Scrivimi una canzone e Professore per amore, Grant ha cominciato ad approcciarsi a un cinema mastodontico come quello di Cloud Atlas, che nel 2012 ha segnato l’operazione sull’epica esistenziale, diretta da Lana e Lilly Wachowski assieme a Tom Tykwer e costruita su di idea dello scrittore David Mitchell.

Una vera impresa quella affrontata da Hugh Grant, che nel camaleontico spirito della pellicola è andato intercambiando i propri personaggi per inserirli tutti in un unico, connettente tessuto: quello puramente, primordialmente umano. Continuando nelle sue esperienze odierne e superando le trovate da spy movie dell’adattamento cinematografico basato sull’omonima serie televisiva Operazione U.N.C.L.E. del 2015 – e che legherà Grant al regista Guy Ritchie, per un unione che non si consumerà in questo unico tempo – è come marito di quella nominata Streep che l’attore conquista una nomination ai Golden Globe nel 2017 con il biopic sulla cantante lirica Florence Foster Jenkins, pellicola in cui si fa dirigere dal connazionale Stephen Frears e dove, seppur in un’opera convenzionale, riesce comunque ad aggiungere sfumature al proprio peso e carattere attoriale.

Ed è sempre con una pronunciata ironia che Hugh Grant si è approcciato ogni volta ai suoi personaggi, riservando ad ognuno la propria maniera e dandogli così un tono personale. Come accaduto con il cattivo di Paddington 2, l’attore Phoenix Buchanan, che riconferma l’arte istrionica da eterno camuffatore dell’interprete britannico, che aspetterà però il 2020 per una sorridente combo tra cinema e tv che permette così all’attore di spiccare in entrambi gli ambiti dell’intrattenimento.

Seppur finito, qui in Italia, direttamente nelle maglie dello streaming e andando a chiudere l’anno su Amazon Prime, Hugh Grant si fa subdolo e senza vergogna dietro gli occhiali spessi del suo fotografo Fletcher nel film The Gentlemen, qui felicemente seguito dal suo ritrovato regista Guy Ritchie. In un’operazione che riporta il cineasta britannico su di un territorio a lui congeniale, non certo legato alla plasticità e alla frivolezza bonaria che aveva descritto il suo precedente lavoro per la Disney Aladdin, Ritchie affida a Hugh Grant la parte del narratore, il cantastorie di una serie di crimini che, legati uno inevitabilmente all’altro, fanno la tela di un racconto di droga e potere che, proprio nel fotografo di Grant, recupera un presupposto metacinematografico accentuato continuante dalla sceneggiatura del suo realizzatore.

Se, quindi, il Fletcher di Hugh Grant è tra i personaggi migliori di The Gentlemen, la questione si ripete per l’attore quando quest’ultimo va ad integrarsi nel cast di una miniserie HBO che ha alla sua base un omicidio in puro stile whodunit. Grant nella serie The Undoing è affiancato da Nicole Kidman, da una divinità come Donald Sutherland – terrificamente austero nella parte del suo padre miliardario – e da un giovanissimo talento come Noah Jupiter, con cui si mescola armoniosamente facendo fluire il marcio di una famiglia dietro la presunta perfezione. Un’intensità per l’interprete londinese che non aveva mai raggiunto picchi tanto alti, facendo arrivare l’attore a stupire il pubblico sul finire del 2020 con un prodotto seriale di una classicità evidente, ma efficiente proprio perché andatasi appoggiando sulla capacità del suo cast. Una via intrigante quella perlustrata da Hugh Grant, un nuovo inizio, forse, sicuramente la scoperta di una versatilità di cui immaginavamo fosse in grado e su cui, ora, non abbiamo più nessun dubbio.