Non c’è docuserie che stuzzicherà di più la vostra curiosità: su Netflix arriva Storia delle parolacce, prodotto rigorosamente presentato da Nicolas Cage.

Fin da quando eravamo bambini, il potere della parolaccia ci ha sempre sospinti verso un territorio misterioso e proibito, che sapevamo di non poter attraversare. Erano semplicemente parole, questo era chiaro, ma il potere evocativo che sapevano suscitare sconvolgeva comunque ad ogni loro ascolto, ripetendole poi in segreto fino al giorno in cui, quando ci si sentiva abbastanza grandi e abbastanza forti per farlo, ci si lasciava trasportare liberamente dall’uso di un turpiloquio che diventava poi intercalare quotidiano. Eppure, anche da adulti, le parolacce non hanno smesso di esercitare il loro fascino, continuando a tracciare una linea delimitante nella società contemporanea, che cerca ancora di catalogare chi fa del linguaggio un utilizzo corretto e appropriato e chi, invece, sceglie di macchiarlo inevitabilmente con un deplorevole, seppur sentito: v*********!

Per la stessa legge che ci spinge da sempre verso l’uso scurrile di una comunicazione influenzata dall’uso di parole deprecabili, anche l’idea di scoprire il percorso di un aspetto che sa essere così energico e divertente nella nostra vita non può che suscitare una curiosità febbricitante, quella che viene accesa dall’intuizione di Netflix per la realizzazione della docuserie Storia delle parolacce, viaggio a ritroso nella scoperta della nascita e dell’etimologia delle parole forse più usate e più evocative degli interscambi relazionali, motivate e inserite nel proprio contesto nativo e culturale.

Con soli venti minuti distribuiti in ogni puntata per spiegare origine e diffusione di usi comuni in forma straniera come “Fuck”, “Dick”, “Pussy” o “Shit”, Storia delle parolacce presenta non solo le stravaganze della proliferazione e revisione di alcune espressioni della lingua anglofona, ma la meraviglia del linguaggio a cui ci approcciamo che attraversa, in continuazione, dei cambiamenti costanti. Sintagmi e parole in evoluzione perpetua, che non arrestano il loro mutarsi instancabile, ma mostrano, grazie alla serie e alle osservazioni di esperti e studiosi, il loro spontaneo riadattarsi a epoche e cambiamenti storici, peso e importanza che assumevano un tempo e persino il loro l’affievolirsi tanto da andare a scemare come l’impronunciabile espressione medievale, diventata innocua e puramente rafforzativa nel presente, “Damn”.

Nella perspicace scelta di affiancare ai professionisti del settore linguistico e sociale la categoria che, forse, più di tutte ha una predilezione per l’uso di parolacce e doppi sensi, sono una serie di attori e comici a commentare l’utilizzo consueto di alcune delle parolacce più usate al mondo, inserite in contesti ironici, personali o, addirittura, all’interno di consolidati esperimenti, per una docuserie dinamica e informativa che gioca con le credenze popolari insieme agli aspetti sistematici della linguistica.

A fare da host di questo vivace salotto è un Nicolas Cage sempre più avviato in questa sua nuova fase della carriera che lo vede abbracciare completamente la visione mitologica che il pubblico ha dell’attore statunitense, che l’interprete sceglie di potenziare e di elevare facendosi padrone di casa di una docuserie che, probabilmente, solo lui avrebbe potuto presentare, facendolo rigorosamente in giacca e cravatta. Autoironico, galante, scalmanato, una presenza assolutamente esaltante viste le sue trovate, un idolo di Hollywood e dintorni che, seppur agghindato, rimane completamente fuori di testa.

Nell’appassionarsi di Storia delle parolacce, dunque, sono le radici lontane e i nuovi aspetti culturali, sono le influenze sociali e la metamorfosi che le parole si accingono a valicare ad intrattenere, mantenendo alta l’attenzione del pubblico e facendogli spegnere lo schermo lasciandolo più aggiornato di quanto fosse prima di cominciare. Una visione che, alla sua fine, ci concede il lusso di abbandonarci al dire una parolaccia in più, una ogni tanto, a comprendere a fondo dove l’uso verbale si è radicato e cosa significa utilizzare quella specifica espressione e quello specifico termine all’interno di una conversazione, di un discorso, di un monologo comico da stand-up comedian o persino nel corso di una rivoluzione che quella stessa parolaccia può intrinsecamente portare. Una serie da cui è escluso ogni perbenismo. E se non vi sta bene, c’è solo una cosa che potete fare: fuck off!