Su Star, brand di Disney +, uno dei primi arrivi è Godfather of Harlem, serie tv dai modi usuali per una piattaforma pronta, invece, alla novità

Godfather of Harlem: un titolo, un’istituzione. Quella che rappresenta Bumpy Johnson, il personaggio dell’attore Forest Whitaker. Gangster che è realmente esistito, come in fondo tante di quelle pedine che ruotano attorno al ritorno, dopo undici anni ad Alcatraz, del criminale americano. Ellsworth Raymond Johnson, nome di nascita del protagonista, mafioso e “padrino” di uno dei quartieri più famosi di Manhattan, strade che da sempre sussurrano all’orecchio dell’uomo, che dopo i tanti anni di clausura potrebbe aver perso, leggermente, quell’inattaccabile udito.

Pur ispirandosi a persone reali, ripristinando una messinscena che richiama con una certa fedeltà gli anni Sessanta della droga e delle lotte per la parità razziale, Godfather of Harlem è la serie tv del duo Chris Brancato e Paul Eckstein che lavora di finzione per mescolare fatti avvenuti e idee completamente nuove, che possano così raccontare delle reti, degli spacci e della corruzione di un territorio di vera e propria guerra. E, per narrare di un quartiere in continuo subbuglio dall’immoralità dilagante, la serie prende come suo centro un boss ormai, apparentemente, andato; troppo vecchio per stare al passo con i giovani delinquenti, troppo uguale a come era prima di entrare in carcere per poter affrontare i problemi dell’adesso.

   godfather of Harlem

Un protagonista troppo ancorato al passato, come la sua serie

Una dicotomia intrigante da poter esplorare, quella del passato che si scontra con la fame del futuro, di chi nel corso dell’assenza di Bumpy Johnson ha prosperato raggiungendo il potere con la forza, anche e non solo, della giovinezza. Ma che il tempo cambia e il suo protagonista non ne è d’accordo ci dimentichiamo – anzi, la serie si dimentica – praticamente dopo un paio delle dieci puntate del prodotto, più interessato a far incrociare troppi fili, a far incontrare troppi delinquenti, anziché rimanere leale a un tipo di tematica promettente da poter ampliare. 

Ben presto Godfather of Harlem presenta la sua natura più vera, la sua copia carbone del genere gangsteristico riportato in maniera seriale. La storia cerca l’intuizione della mescolanza con la realtà del periodo storico, cerca di ricalcare i marciapiedi in protesta e gli spacci durante i tumulti del 1968. Brancato e Eckstein scelgono appositamente i loro personaggi, le vicende che vogliono andare ad incanalare in un unico grande plot a segnare i confini della serie, ma scordano che anche lo stile ha bisogno del proprio spazio, non basta la sola perspicacia. Stile di cui è assente la scrittura, ripetitiva e appesantita dai continui andare e venire dei personaggi, e di cui non si fa carico nemmeno l’atmosfera artistica e visiva della serie, esplicativa nel ricalcare il grigiore dei parenti mob movie.

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Non basta la storia, non basta Malcolm X

Non sono i nemici, non sono gli inganni, non sono le questioni familiari, sentimentali, religiose o razziali a fare di Godfather of Harlem una serie per cui vale la pena esaltarsi. Il protagonista cerca di essere l’assoluto protagonista, i presunti cattivi (in una serie in cui nessuno ha la coscienza pulita) cercano di essere ancora più cattivi. Ci sono le belle mogli, i guai con l’eroina, la politica bugiarda e il doppio gioco dilagante, tutto talmente esasperato e snervante che, all’ennesimo ripetersi, i colpi di scena non portano più avanti la scena, ma diventano normale amministrazione tanto da far risultare noiosa anche la vita del mafioso. 

L’aria nuova che Bumpy e la sua famiglia auspicavano in apertura nella prima puntata, si fa presto stantia e annaspante nello scorrere del tempo. E per quanto, nel complesso, non ci siano imperdonabili difetti o inappropriate trovate, Godfather of Harlem si fa operazione già vista, già assorbita e dimenticata, pur in vista di una seconda stagione. Nemmeno Malcolm X raggiunge lo scopo di stuzzicare pubblico e narrazione grazie alla sua figura calata in una malavita simile, mostrando come è possibile ridimensionare un racconto pur con idee di espansione, inefficacemente ancorate al proprio quartiere.