L’altra faccia del sogno americano mostra il suo lato meno cordiale ma più lucido nel nuovo film di J Blakeson, con Rosamund Pike e Peter Dinklage. I Care a Lot è disponibile dal 19 febbraio su Prime Video.

I care a lot | La sinossi

Marla Grayson (Rosamund Pike) è una tutrice legale di professione a cui il tribunale affida sistematicamente decine di anziani. Spietata e metodica, la donna truffa astutamente i suoi assistiti tramite metodi illegali che le permettono di sottrarle loro i risparmi di una vita. Quando una delle sue prede preferite, la signora Jennifer Peterson (Dianne Wiest) – benestante e senza figli –  si scopre essere connessa ad uno sfuggente gangster della Mafia Russa (Peter Dinklage), Marla assieme alla sua partner d’affari e amante Fran (Eiza González), è costretta ad alzare la posta in gioco, in una partita finale a possono partecipare solo i predatori più abili.

Brave persone

Lo dice sin da subito senza alcuna ambiguità. Non siamo brave persone, anche se ci piace tanto pensarlo. Perché esserlo, a quanto pare, non è di certo la strada indicata per raggiungere la vetta più alta di una scalata sociale, anzi, di quel sogno americano che ha fatto di sacrificio, impegno e redenzione le punte di diamante di un gioiello che in realtà nasconde prismi oscuri ben celati. Un idillio, quello fra l’ideologia del successo e la lealtà, che in I Care a Lot, viene totalmente smontato nel suo stesso essere pura propaganda, disvelando ironicamente – ma non troppo – quando sia (o potrebbe esserlo) piuttosto l’opportunismo, la spietatezza e la lucidità che quel sorriso patinato dei grandi CEO moderni ben dissimula dietro la telecamera o il flash di una macchina fotografica.

Il nuovo film di J Blakeson (The Disappearance of Alice Creed) ha dunque il coraggio, spietato quanto la sua protagonista, di far pervenire, estremizzandoli, tutti i limiti del sogno americano. Di smontare, cioè, il racconto che tanto ha fatto la fortuna dell’immaginario intrinseco alla ‘terra promessa’ al di là dell’oceano. E lo fa mettendo in scena un racconto che chissà quante altre volte è stato al centro di notiziari o di trafiletti di giornali locali; di anziani circuiti e manipolati da persone terze che, con implacabilità e astuzia, si fanno beffa di un’età di per sé fragile e solitaria, approfittando di una memoria cedevole per prelevare i beni materiali (e non) messi da parte una vita intera. Prede soggiogate da predatori dunque, agnelli silenziati da leoni, in una dicotomia simbolica a cui Marla, una straordinaria e incendiaria Rosamund Pike, tanto piace paragonarsi.

La leonessa dall’aspetto gentile e dall’animo putrido

Blakeson fa della Grayson un’arrampicatrice sociale detestata e detestabile, la leonessa dal taglio di capelli chirurgicamente inappuntabile che non vuole e non chiede di essere giustificata o compresa nella sua stessa macchia. Nessun trauma, alcun torto subito che renda chiaro quel comportamento bieco. Se non quello di aver sperimentato la povertà, e di aver realizzato di non sentircisi affatto tagliata.

È oltre al thriller, o alla dark comedy come più si piace chiamare, che il film, accolto a Toronto e ora su Prime Video, aggancia l’attenzione e il meritato plauso. Perché se i toni e la dinamicità della suspense viene dissipata nel corso del film, in sequenze concitate e volte a definirsi conciliabili al genere, I Care a Lot coglie nella teatralità impercettibile di alcuni gesti di Marla la prognosi psicologica di un personaggio che non accenna a fare un passo indietro, che non allude alla redenzione, al capovolgersi indietro o al mostrare gesti caritatevoli o autenticamente empatici nei riguardi della ‘preda’ che le causerà il peggio disturbo. Nello spostare lentamente i capelli con la mano per mostrare le prove giudiziarie che la porteranno (di nuovo) a suo favore; nella maniacale attenzione estetica; nello studio a regola d’arte di gesti manipolatori volti a farla apparire amorevole, Marla è il mostro femminista reduce dalla colpa moderna dell’introito accanito, la smania smodata di avere, di ampliare la propria attività anche con metodi perversi. Sempre più in su, in un’infinita parabola ascendente fino all’idolatria, alla divinizzazione, all’imitazione ultima.

Nessuna redenzione

Complice di una scrittura e una regia vigile e scrupolosa nella necessaria consapevolezza dell’inopportuna e mai ricercata aderenza/empatia dello spettatore con le gesta deprecabili della protagonista, il film mostra esattamente nella sottigliezza tensiva dei dialoghi fra la Pike e la Wiest, –molto più che in quelli con la controparte d’affari e amorosa della González–, quanto sia esattamente in chi lascia agli altri il fardello di sporcarsi le mani l’acme irreparabile e ipotetico di un capitalismo vizioso. Quanto e cosa nascondano quei sorrisi ‘jokeriani’ beffardi e spregevoli, I Care a Lot non ci dà l’unica risposta possibile, ma quella meno a favore di camera. Quella che, tuttavia, deve fare più di tutti i conti con la propria coscienza, interrogandosi secondo talune sensibilità se ne sia valsa davvero la pena.