Siete certi di conoscere tutti i dettagli de La Dolce Vita? Ci pensa Silenzio in Sala a raccontarvi la storia del film, a partire dal finale.

Prima ancora di approfondire l’argomento costumi ne La Dolce Vita, vi pongo una domanda: cosa ci spinge ad ascoltare un podcast? Seguire un podcast significa amarne gli argomenti e, soprattutto, imparare qualcosa che ancora non si conosceva. Siete infatti certi di conoscere ogni dettaglio che riguarda la storia, la distribuzione e il successo de La Dolce Vita?

A colmare le nostre lacune ci pensano Aurora Tamigio e Samantha Ruboni di Silenzio in Sala, con il PODCAST Le parti noiose tagliate, uno show che racconta storie di cinema. Come nasce il titolo? Diceva Alfred Hitchcock: “Drama is life with the dull bits cut out”. Il cinema è la vita, con le parti noiose tagliate.

Nell’ambito di questo grande progetto, nasce il terzo episodio de Le parti noiose tagliate, appunto dedicato a La Dolce Vita di Federico Fellini.

La Dolce Vita – Il mito dopo il film

All’interno della puntata che potete ascoltare qui sopra, troverete un intervento CineChic: abbiamo cercato di soffermarci su Fellini e sul rapporto tra il genio italiano e la moda, nonché sulla maniera in cui i suoi film hanno influenzato gli stilisti degli ultimi 60 anni. 

Ma prima ancora di farlo, mi soffermo qualche istante sulla cerimonia degli Oscar del 1962, regalandovi due curiosità. Forse non tutti sanno che fino al 1967, l’Academy assegnava due premi per la categoria Migliori Costumi. L’Oscar ai migliori costumi di un film in bianco e nero e la statuetta ai migliori costumi di un film a colori. Come anticipato da Aurora e Samantha nel podcast, nel 1962 fu proprio La Dolce Vita nella persona di Piero Gherardi ad aggiudicarsi l’ambito Oscar tra i 5 film in bianco e nero in nomination, mentre West Side Story trionfò nella cinquina delle pellicole a colori.

Un’altra simpatica curiosità da segnalarvi in merito agli Academy Awards nel 1962 appartiene sempre all’Italia. Quell’anno, Sophia Loren fu la prima attrice della storia a vincere l’Oscar per un film non in lingua inglese, La Ciociara, ma non si presentò a ritirare il suo premio. Volete sapere perché? L’attrice dichiarò tempo dopo: “Non ero andata perché mi ero detta: se vinco svengo, e allora tanto vale svenire a casa.”.

Ma torniamo ora a La Dolce Vita di Fellini, senza dubbio uno dei film più eleganti di tutti i tempi. Perché si dice che la filmografia felliniana ha avuto influenze anche sul costume e sul linguaggio dei nostri giorni? È molto semplice: Federico Fellini rappresenta ancora oggi l’imposizione del cinema italiano nell’immaginario collettivo mondiale. E prendiamo proprio come esempio La Dolce Vita, il cui titolo è diventato un modo di dire per definire uno stile di vita ricco e lussuoso, spesso con eccessi come quelli mostrati nella pellicola.

Fellini disegnava e pianificava abiti. Li rendeva quasi vivi, come fossero una seconda pelle sui suoi personaggi. I costumi stabilivano una connessione psicologica col pubblico, ammaliato di fronte alle sequenze, in bilico tra realismo e incanto magico.

Il film è stato fortemente ispirato dall’abito a sacco creato dalla casa di moda spagnola di Balenciaga. Quando questo tipo di indumento fu introdotto nel 1957, non mancarono le polemiche perché era così radicalmente diverso dalla forma a clessidra molto costrittiva che aveva influenzato ogni aspetto della moda fino a quel momento. All’improvviso, il mondo si ritrovò di fronte a un libertà espressiva nuova, una moda che Fellini decise di abbracciare, comprendendo l’enorme potenziale che questa stessa libertà portava con sé. E sempre parlando delle influenze del film, impossibile dimenticare il bustier nero che copriva una provocante e sinuosa Anita Ekberg nella scena cult dentro la Fontana di Trevi, scena ripresa da Dolce & Gabbana durante una sfilata della campagna 2004/2005. Gli stilisti fecero ricostruire la Fontana di Trevi e, non soddisfatti, fecero immergere dentro una modella, proprio come nel film.

La silhouette creata dagli abiti a sacco impressionò Fellini perché sentiva di poter creare una nuova identità ai suoi personaggi femminili. I nuovi vestiti dovevano innanzitutto sembrare giovanili e poco convenzionali, divertenti e irrispettosi. L’età reale di chi li indossava non aveva alcuna importanza. I suoi personaggi avevano uno stile stravagante e glamour, e questo aspetto avrebbe consolidato il posto di Fellini nella storia come primo grande influencer nel mondo della moda. 

Il costumista italiano Piero Gherardi ideò un design impeccabile rappresentando l’atmosfera di una società glamour nella Roma del dopoguerra. Sorprendentemente, lanciò anche una moda super cool per gli uomini con il cappotto corto, che si volevano ispirare a Marcello Mastroianni.  Il film ha dato inoltre il nome ad un capo d’abbigliamento, ovvero il maglione a collo alto, detto appunto maglione dolce vita, come quello indossato da Mastroianni nel film.

Non sorprende che La Dolce Vita sia il film di Fellini più popolare tra gli americani. La pellicola fece e fa un lavoro straordinario nel lanciare una sorta di sfida all’invadente espansione della cultura americana. Ciò che attrae maggiormente è il fascino e l’estetica giustapposti alle rovine della Roma del dopoguerra, una qualità surreale di lusso, vita stravagante e divertimento dopo gli anni del conflitto mondiale e delle privazioni.

Un capolavoro inizialmente contestato, ma che fungerà da spartiacque nella storia del cinema italiano, separandosi definitivamente dalla tradizione del neorealismo, per raccontare un’Italia nuova, che si allontana da valori antichi, per far spazio ai sogni, alle illusioni e alle speranze di una “Dolce vita”.