Da cantante a regista: Sia realizza Music, film insensibile sotto molti punti di vista, nella convinzione che chiunque può fare cinema

 

Del film di Sia si è saputo poco e, quelle poche notizie, non sono state affatto rassicuranti. La pre-produzione del film parte nel 2015, quando la cantante pop di influenza mondiale, dichiara di star lavorando all’ideazione e scrittura del suo primo film. Passano due anni dallo sviluppo e dalla messa a punto del soggetto e della sceneggiatura, con l’intenzione inizialmente di non fare della storia delle due sorelle protagoniste un musical, ma cambiando radicalmente i presupposti e tramutando un budget di 4 milioni di dollari in un fondo di ben 16 milioni

È il 2017, l’opera viene girata, e si aspetta fino al 2021 per rilasciarla. Che sia il covid o la consapevolezza del pessimo lavoro fatto non importa, il film arriva anni dopo un annuncio che aveva incuriosito per il nome dietro al caschetto iconico della scena musicale e riecheggia di un tonfo profondo per una carriera che, ci auguriamo in quanto spettatori, veda la cantante riprendere solamente con il proprio percorso discografico. Music è il titolo della pellicola, come a sottolineare da subito l’appartenenza di un mondo da cui la regista proviene e utilizzato anche a mo di scusa per l’inserimento di brani scritti interamente da quella Sia che non è mai risultata meno ispirata come regista e musicista del progetto.

Il film, però, inizialmente doveva avere un altro nome. Il titolo previsto era infatti Sisters, che andava così da subito sottolineando la trama che avrebbe accompagnato le canzoni inserite – e del tutto scollegate – nell’opera semi-musicale. Music, oltre al valore simbolico (e del tutto lasciato al caso nelle fila metaforiche della pellicola), è la giovane affetta da autismo interpretata dalla ballerina storica della cantante Maddie Ziegler, diventata celebre per il videoclip di Chandelier, la quale si ritrova da sola dopo la morte improvvisa dell’adorata nonna. A sostituirla nelle cure per la ragazzina è la sorella di quest’ultima Kazu (Kate Hudson), alle prese con la dipendenza da alcol e in cerca del proprio personale paradiso. Quello che però risulta, a visione completata del film, è che nessuno dei due titoli rappresenta poi realmente quello che la pellicola riporta al proprio interno, del tutto disinteressata al futuro di Music e, ancor più, al legame che dovrebbe ri-formarsi nel piccolo nucleo famigliare creato dalle sorelle.

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Tra polemiche e incapacità

Music, in quanto nome e personaggio, è un pretesto per un’opera filmica che non conosce le regole della narrativa, che confonde la direzione di videoclip con la regia di un lungometraggio e che usa un tema delicato come quello dell’autismo senza considerarne le implicazioni morali che va richiamando, realizzandoci sopra un film dall’anima biasimabile e dai risvolti incoerenti. Le polemiche che hanno posto al centro l’opera di Sia hanno riguardato non solo la scelta di un casting che non ha voluto considerare un’attrice affetta da autismo per farne la sua protagonista – che protagonista, poi, non è -, ma anche l’incredibile insensibilità con cui è stata messa in scena la malattia. E, ancor più, l’impossibilità per quel pubblico simile a Music, e che Sia ha affermato starle a cuore, di poterne seguire tranquillamente la visione, tutto a causa di quell’eccesso di stimoli dovuti alle numerose scene musicali del film.

L’opera dimostra così di aver ignorato uno studio necessario per la riuscita del proprio lavoro, per nulla attento alle politiche culturali che attraversano i tempi attuali e ancor più una presunzione tale da poter credere di mettere in pratica una fantasia, come quella di occuparsi della scrittura e della regia di un film, prendendo quest’ultimi evidentemente come un mestiere alla portata di chiunque. L’assenza di delicatezza nella ripresa dell’autismo, la superficialità dello script che maschera un film d’amore in una lettera d’affetto nei confronti di chi abbiamo accanto, sostengono le critiche che il film di Sia ha condotto dietro di sé, anche lì dove la decisione di prendere la propria ballerina Maddie Ziegler avrebbe potuto rappresentare, in altri casi, un compromesso dettato dalle esigenze di una pellicola che, perlomeno, riusciva ad arrivare al pubblico con sentimento.

 

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Un ripetitivo e insofferente show video musicale

Sono, infatti, numerosi gli intervalli musicati che Music propone. Continui, ripetitivi negli intenti, senza salite e alcun climax, momenti più statici di una semplice inquadratura fissa, che almeno non sfibra e interrompe insensatamente lo svolgersi della storia. Usare, anche qui emblematicamente, la musica come forma di espressione per una ragazza affetta da autismo non solo è, di per sé, stilema troppo facile seppur comprensibile per l’esplicazione del mondo interiore di un personaggio, ma in Music si tramuta in occhio ripetitivo privo di immaginazione, che propone universi fastidiosamente colorati e ben presto uguali a se stessi. 

A completare l’incapacità della debuttante Sia sono le dinamiche relazionali che il film va ponendo, usando un inesistente rapporto di sorellanza come appannaggio per quello che, in verità, è il film: un’insofferente love story. La pellicola, più che entrare nell’unione tra Music e il personaggio dell’attrice Kate Hudson, inquadra l’innamoramento e le problematiche da questo derivato tra un’apparentemente irrecuperabile Kazu e il vicino di casa del performer Leslie Odom Jr. Imbarazzanti sono le scene in cui Music rimane del tutto esclusa dalle conversazioni e dalla semplice attenzione dei due personaggi, quasi terzo incomodo usato più come escamotage per avvicinare l’uomo e la donna, piuttosto che perno di quello che il film prometteva d’essere, ossia legame di conoscenza e affetto tra due sorelle. La ragazzina non è mai centrale nelle intenzioni delle sequenze, non ne è protagonista nonostante il suo nome sia quello a capeggiare, semplice scusa che complica, così, il suo ruolo nel film e le discussioni che va a provocare.

Music scarseggia di cura, di senso, di premura, di gusto e di una sensibilità umana e artistica che la cantante non ha saputo convertire alla maniera cinematografica. Più video show – comunque discutibile – che film nella sua effettività, l’opera di Sia è l’esempio perfetto di chi pensa che il cinema sia solo una bella opportunità e niente altro, fatto perciò con del pressappochismo del tutto ingiustificabile. Opera in cui il cameo della sua famosa regista-cantante non può certo mancare. Tanto per rendere il tutto ancora più egoisticamente e completamente disarmante.