Wonder Woman 1984, l’attesissimo sequel diretto da Patty Jenkins con protagonista Gal Gadot, arriva oggi in esclusiva digitale

SINOSSI

Dalla regista Patty Jenkins e con protagonista Gal Gadot nel ruolo che dà il titolo al film, “Wonder Woman 1984” fa un balzo in avanti fino agli anni ’80, dove l’ultima avventura di Wonder Woman la vede cavalcare fulmini nel cielo, indossare ali dorate e inseguire un suo sogno mentre è alla caccia di due nuovi e formidabili nemici: Max Lord e Cheetah.

Come vederlo?

Wonder Woman 1984 arriva oggi in esclusiva digitale con noleggio premium su Amazon Prime Video, Apple Tv, Youtube, Google Play, TIMVISION, Chili, Rakuten TV, Sky Primafila e Infinity.

Gli anni Ottanta

“Dalla menzogna non nasce nulla di buono” dice Diane Prince ad un certo punto della pellicola action diretta da Patty Jenkins. Esclamazione e osservazione che non si confà solo alla tematica principale del film, ma che in un certo qual modo descrive la messinscena esagerata di un sequel sottotono che non rende per nulla giustizia al suo predecessore. Siamo di fronte a una menzogna cinematografica? In parte.

Questo nuovo capitolo della storia della supereroina DC, vede Diana Prince vivere a Washington in mezzo ai mortali negli anni ‘80 – un’epoca di eccessi spinta dal bisogno di possedere tutto.

Gli anni ’80 sono per il cinema una fonte inesauribile di emozioni, di storie, di suggestioni, di rievocazioni. Di film testosteronici e della prepotente comparsa di acerbi effetti speciali. Le produzioni di quegli anni avevano un’impronta più commerciale e si affermò quel mercato cinematografico pop, che ha trasformato la Hollywood dell’epos e dei sogni nella Hollywood dei franchise e degli steroidi.

Rievocare quel determinato modo di fare cinema, dunque, che ebbe la capacità di colpire l’immaginario collettivo, di regalare icone e momenti cult, poteva essere un successo strepitoso (come nel caso di Ready Player One o della serie Netflix Stranger Things), oppure poteva trasformarsi in un fallimento.

In Wonder Woman 1984, e costa dirlo, siamo certamente lontani dalla conquista di una grande reputazione, perché se da un lato Patty Jenkins cerca di contestualizzare il genere omaggiando i primi cinecomic, dall’altro è la categoria stessa a essersi evoluta così tanto da non potersi permettere – perlomeno in ambito produttivo – dei passi indietro.

Non esistono scorciatoie

Nella versione candy-colored degli anni ’80 di Patty Jenkins, Diana Prince si ritrova sola e triste. Ha ancora i suoi poteri, ma mantiene un basso profilo lavorando presso il Museo Smithsonian e agisce come supereroina in incognito.

La struttura di Wonder Woman 1984, almeno all’inizio, ricorda quella del film del 2017: con un balzo indietro nel tempo, ci ritroviamo sull’isola di Themyscira. Assistiamo a ciò che sembra essere a tutti gli effetti un torneo delle Amazzoni, a cui Diana partecipa per continuare la sua formazione fisica e spirituale sotto la supervisione dell’integerrima amazzone Antiope (Robin Wright).

Qui, in una delle scene più evolute e interessanti dell’intero cinecomic, viene sviluppata la tematica al centro di Wonder Woman 1984: non si può ottenere ciò che si vuole con l’inganno o utilizzando la via più breve. L’avidità è una fonte inesauribile di sofferenza personale e sociale che riduce gli esseri umani più fragili, più deboli, a merce, a cose tra le cose, negandone la dignità e talvolta la stessa umanità.

Dove si perde il racconto?

Anticipato nei primi minuti l’argomento alla base della nuova avventura della supereroina DC, la trama si districa trasportando la narrazione nel 1984, quando Diana deve ancora fare i conti con il dolore causato dalla perdita di Steve Trevor. Sempre attenta ai problemi del mondo e particolarmente empatica, fa amicizia con la goffa e maldestra archeologa Barbara Minerva interpretata da Kristen Wiig, sempre una certezza. Occupandosi di antichi manufatti insieme alla nuova amica, entra in contatto con un oggetto antico dalle grandi potenzialità. 

Il gingillo magico può esaudire il più grande desiderio della persona che, toccandolo, lo esprime. Ed è così che l’azione prende il via, con Diana che cede alle lusinghe della roccia incantata al fine di riavere nella sua vita Steve Trevor.

Ma il pericolo è dietro l’angolo: l’aspirante magnate del petrolio Max Lord, un inarrestabile e straripante Pedro Pascal, entra in scena, rappresentando in tutto e per tutto le conseguenze negative dell’avidità e della sete di potere.

Jenkins – che nel primo film aveva creato un nuovo stile per Wonder Woman portando una ventata d’aria fresca nel mare oscuro degli adattamenti della DC Comics,  con una visione inedita e sorprendente della supereroina – qui, pare aver perso originalità: si concentra troppo sull’ambientazione trascurando la dinamica spaziale e i legami tra i personaggi. 

La storia si svolge al culmine del consumo cospicuo dell’era Reagan, da cui il titolo, e la lezione che WW84 ci vuole dare sulla natura distruttiva dell’avarizia è certamente rilevante anche oggi. Ma ciò che è anche deludente nella sceneggiatura del film è la banalità del racconto, in cui l’impianto fantasy, alla fine, non restituisce la soddisfazione che i protagonisti meriterebbero. 

Il film dedica un tempo sproporzionato al caos che deriva quando l’appagamento del desiderio esaudito dalla pietra si scatena. La sceneggiatura serpeggia goffamente tra Diana, Barbara Minerva e Max Lord, mentre sono intenti a esplorare i loro nuovi poteri e le conseguenze delle loro scelte. 

Ma il problema più grande del film è quasi un ossimoro, l’idea forse troppo azzardata di voler realizzare un cinecomic nel 2020 con tecniche acerbe degli anni ’80, un contrasto che si descrive come una lucida follia e che da omaggio si trasforma in disagio. Il digitale – da decenni – ha come punto d’arrivo l’indistinguibilità dal vero, ricreare la realtà in maniera così fedele che sia impossibile distinguerla dal vero. Per questo, se da un lato l’azzardo avrebbe potuto regalare il successo, dall’altro il risultato è impacciato e poco piacevole.

In conclusione, Wonder Woman 1984 è un film dignitoso per le sue pretese ma deludente nello svolgimento. L’ennesimo tentativo poco riuscito di un intero universo cinematografico, in cui la Warner Bros. continua a lottare per trovare non solo la voce giusta per questi suoi film, ma anche i tempi di esecuzione giusti. Forse, questo tempo deve ancora arrivare.

FOTO: Warner Bros.