Dal successo di An Education al successo di Promising Young Woman: cosa si cela dietro all’esilità di Carey Mulligan

Il mondo dello spettacolo ha stampato nel proprio immaginario dei volti iconici. Delle fisicità mozzafiato, sgargianti sui tappeti rossi lungo cui sfilano durante le presentazioni dei loro lavori, film o serie tv per cui possono essersi trasformati, anche “imbruttiti”, qualsiasi cosa per calarsi al meglio nel loro personaggio e ancora più impegnati per lasciare senza fiato noi comuni mortali, li immobili ad ammirarli. E più sono bravi, più ci lasciamo travolgere dalla loro impossibile bellezza, nuovi dei contemporanei che dal loro Olimpo restituiscono l’immagine che Hollywood sceglie, per sé, di dare e di cui rappresentano la concretizzazione del sogno spettacolare.

Nel mezzo di questa moltitudine di re e regine, di glamour sfacciatamente lussuoso, sgargiante, determinato ad ammaliare con la sua sola presenza, Hollywood riserva degli interpreti che, nonostante la loro indiscutibile fascinazione, non sempre vengono rincorsi dai riflettori, rimanendo in disparte nella mondanità del panorama popolare eppure non potendo che venir ricoperti di lodi per il meraviglioso lavoro che svolgono. Tra questa schiera di interpreti, solo all’apparenza, silenziosi, Carey Mulligan è sicuramente una di quelli capace di provocare il maggior rumore. 

carey mulligan

Dalla prima apparizione in Orgoglio e Pregiudizio fino ai Golden Globes

Nata nel 1985, Carey Mulligan comincia dal teatro, sua prima spinta irrefrenabile, ragione di vita pur contro la volontà dei genitori, faro verso cui l’attrice di è diretta ben presto fin dalla giovanissima età. Arriva, così, la volta delle produzioni scolastiche, dei club accademici, dell’insistenza e della determinazione che portano la Mulligan finalmente alla sua prima parte per il cinema britannico. Persi per il romanticismo piccato benché trasognante dell’Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, forse in pochi casi la memoria ci riporta infatti all’acerba Kitty Bennet e alla sua interprete Carey Mulligan per la direzione di Joe Wright, primo momento cinematografico in cui la ricordiamo. 

Volto minuscolo, con occhi, bocca, naso tutti perfettamente ridimensionati per una composizione conforme e aggraziata, la Mulligan potrebbe dar l’idea di scomparire surclassata dalla portata e dalla grandezza delle produzioni a cui prende parte, stravolgendo invece lei stessa l’enormità degli assetti cinematografici, sovrastandoli a propria volta con una bravura come rappresa nella compattezza minuscola della propria pelle. Una donna così minuta, dal volto angelico a cui, però, non manca mai, ma proprio mai, la grinta di una predatrice che si infiamma per la propria passione, che brucia quando si trova a recitare su di un set o nella realtà di un palco, conquistando già ben presto i primi premi della propria vita, dalle nomination agli Oscar e i Golden Globes fino al Drama Desk Award per la sua Nina ne Il gabbiano di Čechov (seguito da quello per Through a Glass Darkly e Skylight). 

Paradigmatico esempio della forza contenitrice di questa interprete è quello che, agli occhi del cinema, l’ha portata alla ribalta giocando proprio sul freschissimo e quasi malleabile aspetto. È An Education il film da protagonista che ha dato prima notorietà all’interprete londinese, le memorie della giornalista Lynn Barber che ripercorre le tappe di crescita di una giovane donna negli anni Sessanta, sulla quale è l’incontro con un uomo adulto che ne va modificando stili di vita e modi d’essere rivoluzionari per la ragazza, ricondotti a un discorso sul proprio futuro tutto svolto in un futuro legato alle possibilità femminili.

Nel dover prestare fisico e volto alla sua Jenny di sedici anni, Carey Mulligan ne restituisce un modo di poter guardare all’interprete che il cinema e, soprattutto, il pubblico reitererà nel corso della carriera dell’attrice. La sottigliezza di un’interprete che passa per la forza incanalata in sé e che mostra costantemente quante potenzialità ha da poter offrire al mondo. E così la sua Jenny, offuscata in un primo momento dalle promesse di una vita che potesse essere più grande di quella che la maggior parte delle persone può anche solo immaginare, ma che rivela in seguito la coscienza che la ragazza deve almeno a se stessa e alle possibilità che può dare al proprio futuro, scollegato e indipendente da tutti.

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Dagli anni di Drive e Shame fino all’amore eterno: Daisy Buchanan

Con questo primo significativo ruolo che ha segnato imprescindibilmente il percorso attoriale dell’attrice, Carey Mulligan ha proseguito la sua carriera restituendo, in qualche maniera, quella risolutezza integra in corrispondenza a quel suo aspetto così esile e innocente. Lo si rivede in Drive, nella madre premurosa del film di Nicolas Winding Refn nel 2011, addirittura nella precarietà mentale ed emotiva della sua Sissy nel dramma autoriale Shame, diretto da Steve McQueen nello stesso anno. Non sorprende perciò quando quando Baz Luhrmann la sceglie nel 2013 per incarnare l’amore, l’aspirazione, il sogno da sempre di Jay Gatsby nel film tratto dal romanzo di Francis Scott Fitzgerald Il grande Gatsby. La Mulligan è Daisy Buchanan, è l’unica cosa vera nella vita di un uomo che è più leggenda che carne e sangue, è l’ancora di speranza che potrà rimanere sempre fissa, eppure irraggiungibile. È quella piccola pietra preziosa che tale diventa nelle splendide atmosfere di un’esteta baroccheggiante come Luhrmann, che non avrebbe potuto scegliere Daisy migliore.

È così nella dicotomia di queste due realtà che i personaggi di Carey Mulligan sono stati segnati: dalla finezza che dovevano identificare nel suo stare al mondo, contro una fiamma irraggiante che non si ha la facoltà di poter tenere a bada. È la meraviglia di un volto che, più andando avanti con l’età dell’attrice, più la donna ha saputo tramutare in un’espressione distaccata, quasi sprezzante, a voler sottolineare la potenza della gracilità, una superiorità che quel viso riesce indubbiamente a suggerire e a farsi comprendere, variante contemporanea dello sguardo stizzito della Rossella O’Hara della diva Vivian Leigh. 

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La sua prima, vera icona: Cassie Thomas in Promising Young Woman

È perciò districandosi in altri impeccabili ruoli che Carey Mulligan, il suo occupare lo spazio quasi con impalpabilità, il non abbandonare mai quel sopracciglio alzato anche nei momenti di maggiore dolcezza, arriva a ricoprire la parte di protagonista in Promising Young Woman. A mo di prolungamento di quel An Education che le ha dato un primo sentore del mondo, soprattutto maschile, e proseguendo per le sfortune dell’incontro con il personaggio di Oscar Isaac in A proposito di Davis, l’attrice diventa Cassie Thomas nel film d’esordio di Emerald Fennell del 2020 per un manifesto femminista in cui è ancora una volta la sua fisicità ad entrare in gioco.

Compiuti i trent’anni, ma rimasta ferma anni addietro alla morte della sua migliore amica Nina, la protagonista è in cerca di quella che molti definirebbero vendetta, ma che nell’ottica di chi è stato gravemente ferito ha più il sapore della giustizia. Una donna (promettente) che cerca di trovare la pace arrivando alla resa dei conti con quella società patriarcale che ha condotto la sua amica a un gesto estremo, facendosi interamente paladina di una pellicola che non potrebbe vivere senza la presenza arrogante e dolorosa della sua interprete, dalla fiducia tradita da un’umanità che Cassie cerca comunque di ritrovare, anche se finirà per farlo attraverso i mezzi poco convenzionali.

Carey Mulligan e quel volto adorabile, eppure mischiato ogni volta a una goccia di acredine su cui è leggibile un intero mondo di intelligente ironia, è l’arma segreta di un’attrice che, se tendiamo a dimenticare di porre sul trono degli interpreti migliori della sua generazione, dovrebbe costringerci a una punizione divina. Anche nella semplicità, nella fievole borghesia della sua Edith Pretty ne La nave sepolta del 2021, l’interprete è un mondo ben distinto da qualsiasi altro e che sappiamo essere promessa per dei personaggi caratteristici e prorompenti. Un’attrice che ha sfruttato questa sua apparente minutezza per tirarne fuori l’opposto: la grandezza di un’interprete da lodale. Una dea nascosta sotto cui bisogna scavare, per trovarne i tesori da dover poi omaggiare.