Tra paranormale e letteratura, Gli Irregolari di Baker Street mescola i personaggi di Sir Arthur Conan Doyle a indagini “magiche” e insopportabili 

Gli Irregolari di Baker Street irregolari lo sono davvero, ma non solo di nome, altresì di fatto. E non solamente perché alcuni di loro possiedono poteri paranormali o entrano in contatto con Varchi magici e poteri agli umani incomprensibili, ma poiché spacciano la loro storia come un grande intrigo intorno a cui andare ad investigare, quando in verità la rivelazione delle loro gesta e dei loro intenti è lì palese davanti agli occhi di tutti. L’irregolarità vera della serie originale Netflix è l’aver storpiato le atmosfere e i misteri degli scritti di Sir Arthur Conan Doyle per rendere le indagini che arricchivano i suoi racconti un terreno da riempire con giovani personaggi insopportabili e il loro avere a che fare con un sovrannaturale mai così mal integrato alle strade di Londra. 

In una delle peggiori varianti ideate e messe in scena in forma seriale, il lavoro creato da Tom Bidwell per la piattaforma streaming manca di qualsiasi attrattiva che possa andare a mescolare i classici della letteratura gialla con un gruppo di ragazzini sprovvediti immersi in avvenimenti più grandi di loro. Forse tutti troppo ingenui per accorgersi della gravità di quello che stanno affrontando e dell’escalation di pericolosità a cui non sono preparati, oppure troppo convinto chi alla scrittura delle puntate ha pensato di poter prendere alla leggera la maniera di approccio e di sfida agli accadimenti mistici e satanici, come quelli che i protagonisti si ritrovano ad affrontare. Avvenimenti impossibili più di quanto non lo sia già per sua natura il fantasy, il cui avvicinarsi ai personaggi e al pubblico è talmente blando da risultare più irreale dell’irreale stesso.

gli irregolari di Baker street

Il gruppo di investigatori meno avvincente della serialità

Anche gli episodi sono, quindi, irregolari come i loro protagonisti, tra narrazioni verticali e quel lungo filo orizzontale a unire un unico racconto di fondo a cui è difficile appassionarsi, quasi quanto è insopportabile assistere alle beghe del personaggio di Bea dell’attrice Thaddea Graham, della sua stralunata sorella Jessie (Darci Shaw) e il loro sempre imbronciato amico Billy (Jojo Macari). Non che il resto del gruppetto riesca a salvarsi, a partire dalla controparte comica che dovrebbe venir rappresentata dal personaggio chiacchierone di Spike dell’interprete McKell David, o quell’aristocratico Leo dell’attore Harrison Osterfield che riesce almeno a suscitare tenerezza per la condizione soffocante a cui deve sottostare e soprattutto il cercare con tutte le proprie forze di convincere lo spettatore di questa sua aria spaesata, ma pur sempre acuta e candida.

Integrati stonatamente tra loro, inseriti in un’Inghilterra digitale nei suoi totali come a voler immettere da subito lo spettatore nella finzione massima senza donare possibilità di uscita, questi abbozzati protagonisti soffrono la loro soltanto intuita caratterizzazione la quale non raggiunge un completamento adeguato, rimanendo un ammasso di personalità già viste e qui solamente accennate. E se diventa complicato riuscire a passare del tempo con loro, addetti traghettatori per il pubblico in un viaggio che dovrebbe condurre alla scoperta del paranormale, diventa invece impossibile sopportarne le presunte avventure anche queste macchiettistiche, insoddisfacenti nell’ecosistema della serie, interminabili e inconcludenti insieme.

gli irregolari di Baker street

Gli Irregolari di Baker Street e il paranormale più “normale” possibile

Quella che lascia Gli Irregolari di Baker Street è la sensazione di non voler restituire affatto con il senso del magnifico quel sentore di ambiguità tra ciò che è tangibile e il metafisico che va oltre l’inconsistenza potente e creatrice della magia. Non si rimane stupefatti dalle trovate o dai risultati perseguiti da Bea e il suo gruppo, non ci si sbalordisce per le mille opportunità che il fantasy è in grado di offrire e che, invece, con l’integrazione di Sherlock Holmes e il dottor Watson va incagliandosi su di una terra sterile e infruttuosa.

Soffrendo di una responsabilità di cui, evidentemente, i protagonisti non sanno farsi carico, costretti ad affrontare un paranormale che più “normale” non si può, la serie di Tom Bidwell dovrebbe allontanarsi dal numero 221 di Baker Street per trovare una propria anima. Magari lontana da Londra, lontana dai quartieri malfamati, dai tarocchi e da tutte quelle presunte diavolerie. O, direttamente, lontana dalla magia