Cosa resterà di WandaVision? La famiglia, l’emotività e…troppe domande

C’è sempre un po’ di odio dietro alle grandi storie d’amore. Questo perché la delusione diventa direttamente proporzionale alla fiducia, al rispetto, all’affetto che si è provati, ripiegato su aspettative disilluse e epiloghi – forse – ridimensionati. WandaVision segna l’emblema di questa insoddisfazione tutta accerchiata attorno a un sentimento di dispiacere che avvolge la visione dell’ultima puntata, emotiva quanto non mai (pur reduce dal picco toccato con il suo penultimo episodio) eppure priva di una completezza che, almeno questa volta, i fan della Marvel e della serialità tutta meritavano.

Che WandaVision avrebbe reimpostato i canoni sia della visione settimanale delle serie tv, sia della cifra stilistica di un MCU che punta alla sperimentazione concessagli dal consolidamento della sua carriera arrivata alla Fase 4, ne eravamo più o meno tutti al corrente, sensazione confermatasi già dalle prime puntate e portata avanti fino alla sua conclusione. Anche il collaudare, però, ha bisogno dei suoi punti fermi, fondati, necessari per la costruzione della propria narrazione, più regole di scrittura dell’universo tutto dei prodotti seriali che non solo discorso incentrato su una visione enigmatica come quella di WandaVision.

Tra i pilastri da seguire per una soddisfacente completezza c’è in primo luogo il riuscire a dare significato a qualsiasi punto che una serie ha posto durante lo svolgersi delle proprie puntate. Questo non vuole intendere il dover seguire le teorie che, magari, sono state esplicitate nel corso delle settimane, che anzi trovano una sorta di masochistico piacere nello spettatore quando quest’ultimo si ritrova completamente agli antipodi rispetto a quello che aveva inizialmente ipotizzato. Si intende però trovare una linea coerente da perseguire, tanto per il proprio personaggio principale, quanto per i suoi seguaci comprimari, portando non necessariamente a delle risposte complete, ma a una congruenza del racconto.

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Spoiler Alert! 

L’insoddisfazione che WandaVision genera al suo nono ed ultimo episodio non è, solamente, la mancata risoluzione di tutti quegli indizi posti evidentemente per sviare lo spettatore, né tanto meno provocata dal vedere le proprie teorie spazzate via dai poteri incontenibili di Wanda, che occupano non solo tutta WestView, ma il campo della messinscena stesso. L’inappagamento della puntata è frutto degli enormi buchi narrativi che la serie decide di espandere come voragini alla fine del proprio percorso, non dando delucidazioni su molti aspetti investigati e costringendo altri a una risoluzione meschina, sciocca e fin troppo posticcia.

Non basta come giustificazione l’azione che molti appassionati del MCU attendevano e che finalmente scoppia nel doppio duello Wanda-Agatha e Visione-Visione Bianco – e non Ultron, come era stato immaginato. Non basta neanche la commozione che è difficile non considerare, la quale arriva come un’onda d’urto nonostante le mille imperfezioni rimaste aperte e che travolge almeno la parte sentimentale dello spettatore. 

Gli indizi disseminati e i personaggi introdotti meritavano uno scioglimento che non includesse, come comunque era prevedibile, soltanto un “To be continued…” all’interno dell’universo Marvel. Monica Rambeau viene infatti lasciata ai suoi poteri senza che nessuno chieda o dia spiegazioni delle sue abilità, lei in primis a suo agio con delle capacità su cui non va domandandosi. Visione Bianco sparisce dopo la meravigliosa lezione sulla Nave di Teseo con il suo doppio fittizio, Darcy Lewis viene abbandonata come l’ultima ruota del carro senza nemmeno l’opportunità di venir ringraziata. E, in più, quello che avviene è il peggior utilizzo di Quicksilver che si potesse augurare, talmente mal gestito e improbabile da venir anche difficilmente articolato, accettato mestamente solo perché all’apparenza impossibile fare altro. L’unico ringraziamento che, al momento, è da fare alla Marvel è l’aver lasciato intendere un futuro ritorno di Agatha Harkness, la quale si dirige in direzione dell’acquisizione del grandissimo potere che Wanda scopre di possedere, e che probabilmente comporterà una conoscenza che solamente la strega nemica potrà darle (“Hai bisogno di me”). 

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Unica logica ricorrente in WandaVision, e ben sfruttata dall’inizio alla fine, è l’esplorazione di un personaggio come quello di Wanda che, sostanzialmente, vediamo giungere alla comprensione di chi, in realtà, è. Spiegazione che arriva tanto al pubblico, quanto alla donna stessa, fulcro vivo delle sorti di WandaVision, storia incentrata sull’indagine di una protagonista che, da marginale, si fa colonna portante per un proseguo del MCU dove si chiariscono i suoi poteri e l’uso che può farne.

Dalla precedente puntata in cui risuonava tonante il nome Scarlet Witch, al nono episodio e alla trasformazione definitiva di Wanda che stordisce per l’incredibile energia, la serie eleva ad unico centro questa sua protagonista facendone principio e fine di tutto. Ogni cosa, in WandaVision, passa per Wanda, che nella bolla da lei stessa creata con WestView percorrerà un viaggio di scoperta che raggiunge il suo punto massimo al momento della vestizione. E così anche il suo legame con la Gemma della Mente e con il medesimo Visione, a cui ancora una volta dovrà dire “Arrivederci”

Pronta inoltre a studiare sul Darkhold, l’antichissimo libro degli incantesimi fatto di materia oscura e frammenti di inferno, per Wanda sembra potersi aprire un futuro in cui, come la scena post-credit lascia intendere, la donna potrà finalmente ricongiungersi con la propria famiglia. Quella che ha sacrificato in un atto di sofferenza estremo, l’ennesimo che il personaggio si è trovato a subire. Quella che, almeno al momento, non ha contribuito a mostrare i primi segni del multiverso, di cui rimane solamente il sentore. 

Con il disappunto inaspettato che WandaVision lascia proprio alla sua chiusura, prendendone il coinvolgimento emotivo, ma non potendo che manifestare una perplessità palese per gli eventi che decide di (non) rappresentare, la Marvel segna il suo primo punto nella serialità da cui avrà, sicuramente, da imparare. Sia per ciò che di magnifico ha saputo dare, sia per un tiro che, speriamo, riuscirà ad aggiustare.