Dopo aver visto il finale di stagione (o serie?) approdato ieri su Disney+, è tempo di bilanci e di pareri: com’è stato davvero il ritorno del Marvel Cinematic Universe con WandaVision?

La fine è parte del viaggio. Lo diceva un certo Tony Stark, mentre noi eravamo intenti ad asciugarci le lacrime guardando gli ultimi minuti di Avengers: Endgame. Così, anche il viaggio di otto settimane e nove episodi della prima serie tv originale targata Marvel Studios è giunto al termine.

Il lutto risolto è fondamentalmente frutto di un viaggio, spesso accidentato, attraverso le varie fasi che lo compongono. Per questo, se vogliamo descrivere WandaVision come tassello di quell’enorme puzzle che è il Marvel Cinematic Universe, in questo articolo si cercherà di rispondere alla domanda che impazza sul web da ieri: come possiamo valutare il percorso emozionale che ci ha fatto vivere WandaVision?

Wanda regista

A volerla vedere nel suo complesso, valutando, in primis, la sua narrazione profonda e stratificata, WandaVision è un vero gioiello televisivo.

Capace di giocare sui diversi piani di lettura e omaggiando più generi, la forma dello show si fa storia, una storia diversa da tutte le altre, una storia fatta per essere raccontata con spettacolare credibilità visiva. La grande novità è l’utilizzo della sitcom, un uso inedito e commovente se pensiamo che i suoi personaggi nascono dalle pagine dei Marvel Comics e che da loro ci si aspetta azione e movimento. Come spiega Wanda nell’ottavo episodio, quello che vediamo dalla prima puntata della serie Marvel “non è in realtà quel tipo di show”: ha sì la grammatica delle serie televisive, con i suoi nodi testuali, le ripetizioni e la dilatazione, ma la sua iniziale struttura comica nasconde un’anima drammatica, dove la protagonista dà sfogo alla sua indescrivibile sofferenza.

La “visione” iniziale di Wanda-regista è quella di un’esistenza perfetta, fatta di gag e di scene comiche: dal design della produzione alla fotografia in bianco e nero, dal set nostalgico fino ai costumi. Il rapporto di Wanda e Visione, all’inizio, attinge fortemente alla vita domestica del dopoguerra di sitcom classiche come I Love Lucy, Leave It to Beaver e, in particolare, del The Dick Van Dyke Show

FOTO: Marvel Studios

Poi, evolve. Passa attraverso le sitcom degli anni Sessanta e Settanta, con effetti visivi da Vita da Strega e quello stile pratico degli show pre-CGI. Arriva fino all’avvento del technicolor, attingendo da The Brady Bunch e dal The Mary Tyler Moore Show. Ci riporta negli anni Ottanta e Novanta, omaggiando Genitori in blue jeans, Una bionda per papà, Casa Keaton e Gli amici di papà, con quell’estetica colorful e i chiari riferimenti comici. Esplode rompendo la quarta parete, utilizzando il caos rock dell’iconico Malcolm In The Middle nell’episodio a tema Halloween e, infine, arriva fino ai giorni nostri, introducendo elementi di mockumentary nell’ambito sitcom come in Modern Family, mettendo le tecnologie moderne al servizio della narrazione. 

FOTO: Marvel Studios

WANDA SUPEREROINA

E se la Wanda Maximoff versione regista utilizza l’escamotage tecnico della sitcom per dare vita al suo idillio, in un quadretto improntato a un’incantata quanto fittizia serenità, è la Wanda Maximoff supereroina a dover fare i conti con il dolore, riportando la narrazione del MCU a pochi giorni dalla fine di Endgame, dove il suo passato ha un insopportabile peso. Ed è proprio qui che WandaVision e la sua lodevole sceneggiatura prendono vita, mettendo in mostra con grande compiacimento l’impulso creativo dei Marvel Studios.

Se nei primi episodi Matt Shakman (regista) e Jac Schaeffer (ideatore) si prendono tutto il tempo necessario per giocare con i cambi di registro, è nella seconda parte dello show che il tono cambia. La sitcom non esiste più, c’è solo spazio per la sofferenza e per tutte le fasi dell’elaborazione del lutto. C’è spazio per l’anima cinecomic della serie e per la nascita di una supereroina che, ricordiamolo, nei Marvel Comics è davvero l’Avenger più forte (che non si offendano Thor e Bruce Banner!).

FOTO: Marvel Studios

THE RISE OF… SCARLET WITCH

Non dovrebbe sorprendere che uno show così chiaramente controllato come WandaVision, trascini fino alla sua conclusione gli ideali della sua protagonista, che rifiuta fortemente di essere ciò che gli altri vogliono che sia. Combattendo Agatha Harkness, la ragazza prende consapevolezza dei suoi poteri e respinge con tutta se stessa l’idea di essere definita da qualcun altro. “I don’t need you to tell me who I am” afferma prima della trasformazione definitiva, una metamorfosi da vera eroina, sia sul campo di battaglia sia nella presa di coscienza del dolore causato agli abitanti di WestView.

Il conflitto interno di Wanda è solo all’inizio e il suo sacrificio finale il punto di partenza per quella follia che vedremo sicuramente in Doctor Strange: Multiverse of Madness.

FOTO: Marvel Studios

Cala il sipario. Applausi.

Dopo aver passato in rassegna le sue grandi qualità tecniche, WandaVision ha un valore ancora più grande che non va dimenticato. Mettendo ordine in una narrazione che appare organica ma al contempo ricca di sottotrame, sono gli attori a renderlo ancora di più un prodotto eccellente. E non parliamo solo degli adorabili e perfetti protagonisti Elizabeth Olsen e Paul Bettany (premiabili già ora per l’Awards Season 2022), ma anche dei suoi incredibili comprimari. Dalla straripante Kathryn Hahn, già personaggio cult con la sua Agatha All Along, a Teyonah Parris (Monica Rambeau), dalla frizzante Kat Dennings (Dr.ssa Darcy Lewis) al simpatico Jimmy Woo di Randall Park. Attori che, quando cala il sipario, vanno premiati con una gigantesca standing ovation

IN CONCLUSIONE

Volendo rispondere all’iniziale domanda sul percorso emozionale segnato da WandaVision, l’unica risposta possibile è quella che parla ancor prima di fan e millantatori. È una risposta che si misura in numeri, in teorie, in un successo annunciato che lascia la sua scia e che si ricongiunge al grande disegno Marvel, e che trova valore nel concetto di “vecchia serialità”, con un rilascio settimanale capace di creare quel grande senso di community che mancava dalla fine de Il Trono di Spade.

Un po’ come il cammino di Wanda, in cui l’elaborazione di una perdita non è un viaggio prevedibile, il futuro del Marvel Cinematic Universe ha finalmente ripreso colore. Dove ci porterà, ora?