Anna è la miniserie tratta dal romanzo del 2015 scritto da Niccolò Ammaniti, che si mette alla regia per un lavoro suggestivo fin dalla sua prima immagine

Sinossi della miniserie Anna 

Anna (Giulia Dragotto) vive insieme al fratellino Astor (Alessandro Pecorella) in un mondo post-apocalittico in cui un virus ha ucciso tutti gli adulti da ormai quattro anni. I due abitano nella casa di campagna della famiglia, ma quando Astor verrà portato via dal gruppo dei Blu, Anna intraprenderà un viaggio per la Sicilia per andare a riprendere il fratello.

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Recensione di Anna:

Niccolò Ammaniti ha sempre investigato l’universo dei bambini. Curiosità, ossessione, sogno. Quello di guardare dallo spioncino dell’età adulta all’ingenuità fortissima dei più piccoli, scrutarli quando pensano di non essere osservati, guardare al loro riprodurre il “mondo dei grandi” pur non rinunciando alla pura fanciullezza. Se però l’indagine attorno a un’epoca che per lo scrittore non c’è più era stata espressa nei suoi romanzi solamente come dimensione ristretta e privata, quella giovinezza che lo vedeva bambino molto timido e, perciò, pronto a fuggire dalle regole e dalle imposizioni solamente con la fantasia, con Anna ha voluto allargare quei confini e ridefinirne gli spazi. 

Ai bambini ha lasciato tutto. La Sicilia, l’Italia intera. Ai grandi è venuta una febbre chiamata “la rossa”, che ti fa comparire delle macchie sul corpo fino poi a stroncarti e toglierti il respiro. I piccoli sono immuni, ma solamente finché non sopraggiunge l’età della maturità. Allora il virus, quello che si è attivato in tutto il mondo, scatta anche all’interno dei loro corpi, portandoli alla morte. Una doppia dipartita quella che Ammaniti esplora col suo Anna, quella simbolica del trapasso dal periodo dell’innocenza a quello degli adulti dove si perde irrimediabilmente qualcosa di sé, unita a quella fisica e letale che ha devastato per quattro anni ogni paese.

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Il mondo espanso di Anna

La sua protagonista è la Anna del titolo, personaggio che lo scrittore ha immaginato per il romanzo omonimo uscito nel 2015, a cui però non ha smesso di pensare volendo estendere e ridefinire contorni e passati delle persone che la ragazzina ha incontrato. È stato il bisogno di riprendere in mano la storia scritta anni addietro e continuamente fissa nella propria testa a spingere Niccolò Ammaniti nell’elaborazione di una serie che espandesse quello che le pagine non potevano contenere, cambiando e aggiungendo, modificando e ribaltando alcuni snodi del racconto. Tutto per renderlo versione televisiva di una storia di speranza, che passa per i bambini e quella realtà distopica che sono costretti a vivere.

Tornando al lavoro per Sky dopo l’esperienza de Il miracolo, per cui la stesura della sceneggiatura contava su un inizio da zero da cui sviluppare una storia originale che si adattasse ai canoni della serialità, anche questa volta lo scrittore si affianca all’eccellente Francesca Manieri, che lo asseconda così nell’amplificazione di quella poetica inseguita nella propria arte. Anna viene interpretata da Giulia Dragotto, che rimasta sola con il fratellino Astor (Alessandro Pecorella) deve prendersi cura della loro piccola famiglia e cercare il ragazzino quando questo viene rapito dalla cerchia dei Blu. Avventura tragica che le farà attraversare un’isola diventata palcoscenico del dramma di un’esistenza senza più adulti, in cui natura e caos si sono riappropriati dei luoghi e della terra, mettendo gli uni contro gli altri e rischiando ogni giorno per la sopravvivenza.

Se si crede che la suggestione maggiore che può venire da Anna è quella di associare “la rossa” alla disastrosa e insolita condizione da Covid-19 che si sta vivendo, questa sensazione viene presto smentita fin dalle prime immagini della miniserie. Ammaniti si confronta per la seconda volta con la regia, non affidandosi più all’aiuto e contributo di altri nomi come ne Il miracolo, dove divideva la macchina da presa con Francesco Munzi e Lucio Pellegrini, ma trasmigrando da scrittore a regista sfruttando la capacità figurale che dalla carta si traduce grazie alla luce e ai colori, facendo diventare posti ideati delle messinscene reali. Quelle pensate dal romanziere, ma realizzate dallo scenografo Mauro Vanzati. Un’Italia post-apocalittica che sprigiona un incanto malefico e fascinoso, magnificamente in disordine a causa di un pianeta lasciato a chi ancora deve crescere.  

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Il distacco tra mondo fanciullesco e mondo adulto

Sono gli ambienti a fare eco al racconto di Anna, i costumi di Catherine Buyse, il trucco che Ammaniti ha voluto riprendere da Apocalypto aggiustandolo però sui volti ancora acerbi dei suoi protagonisti. Non c’è più paura di crescere quando si sa che si deve morire, c’è però necessità di preservare la memoria, di dividere i ricordi da ciò che viene immaginato, di rimanere una famiglia nonostante questa sia composta solamente da due individui. La meraviglia di Anna è nella presa di coscienza di un mondo destinato alla fine, nella temerarietà di una ragazzina, di quell’universo fanciullesco che l’autore voleva esplorare e che, per farlo, ha deciso di estremizzarlo al punto da renderlo anarchia. 

Una regia che contribuisce enormemente al magnetismo della miniserie, che non ha paura di invadere quella dimensione dei bambini che al contrario ricerca e guarda con curiosità spasmodica. Niccolò Ammaniti non poteva scappare quando era bambino e perciò lo fa ora da grande, permettendo anche ai suoi figli immaginari, ai suoi compagni di gioco invisibili di farlo. E sarà anche difficile, sarà un’impresa sfiancante, pericolosa, incerta e paurosa. Ma è pur sempre lo strappo definitivo che lo scrittore ricercava, quello che dall’alto della giovinezza crede ancora nel possibile, mentre guarda con distaccato cosa hanno fatto gli adulti.