Dal suo debutto nel 2015 agli Oscar 2021: l’infinito racchiuso nel cinema di Chloé Zhao, immenso come il suo amore per la settima arte

Il nome di Chloé Zhao iniziò a comparire sulla bocca di tutti nel 2017, quando il suo film The Rider – Il sogno di un cowboy conquistò un successo tale da non poter lasciare la critica indifferente di fronte a un nuovo talento come quello della cineasta cinese. Più di una rivista proclamò il secondo lungometraggio della filmmaker tra le opere più significative della stagione cinematografica, cominciando nel tempo a racimolare anche il plauso del pubblico, pur non portando a casa nessun riconoscimento rilevante legato alla stagione dei premi. Cause di forza maggiore visto che l’anno della sua uscita fu lo stesso di un film-manifesto per il black cinema contemporaneo come Get Out – Scappa, opera indipendente da 4,5 milioni di dollari diventata uno dei più alti incassi dell’anno, oltre a risposta politica per un’America profondamente bianca, rivoltata con ironia e sadismo dall’horror di Jordan Peele.

L’amo però era stato lanciato e il pubblico ha abboccato completamente all’incantesimo di Chloé Zhao. Un cinema che si presenta così come fa la regista stessa. Semplice, veritiero, profondamente consapevole della direzione che vuole intraprendere e il messaggio che decide di veicolare. È in fondo per questo che, nella sua ancora esigua, ma esaltante carriera, l’autrice ha seguito una linea di pensiero e poetica che rispetta completamente il proprio modo di approcciarsi al mezzo filmico, dalla tecnica al modo del racconto. C’è infatti ben poca differenza tra i suoi tre titoli iniziali, eppure un distacco esorbitante se si vanno analizzando le pellicole nel percorso di crescita che ha intrapreso.

chloé zhao

L’autenticità del cinema di Chloé Zhao

Nel 2015 l’autrice imposta con il suo Songs My Brothers Taught Me tutti i capisaldi di quello che le sue pellicole successive andranno a rappresentare, mostrando da subito un’enorme consapevolezza sul come approcciarsi allo strumento cinema, muovendosi con la sicurezza spavalda del principiante, ma il rispetto ossequioso per la propria storia e la maniera in cui andarla a riprendere. Songs My Brothers Taught Me porta regista e spettatore nelle terre di una riserva di Nativi Americani, ad attori non professionisti che sembra facciano questo mestiere da sempre, a una vicinanza inseparabile tra occhio della camera e personaggi inquadrati che non dona né a loro, né al pubblico alcuna via di uscita.

Il paesaggio c’è sempre e continuerà ad esserci nella filmografia di Zhao, qui per la prima volta filtrato attraverso il suo sguardo immediatamente padrone del contesto che vuole far parlare. Perché sono gli uomini i protagonisti delle sue storie, ma è la terra che quest’ultimi abitano e che sa dire tanto di coloro che la stanno calpestando. Chloé Zhao ha la capacità di portarci dentro a comunità di cui non conoscevamo le usanze e a uscirne come se, per quel breve tempo, fossimo stati anche noi cittadini di una realtà lontana. Come per il circolo di cowboy del suo secondo film The Rider, il cui distacco dal debutto è al contempo netto e insieme quasi assente, livello successivo di uno stile sempre simile a se stesso in grado però di elevarsi.

chloé zhao

Il passo successivo: The Rider – Il sogno di cowboy

The Rider – Il sogno di un cowboy è lo stare ancora più addosso alle identità che scorrono di fronte alla camera e che interagiscono questa volta col regno animale. L’imprevedibilità e la naturalezza della flora e fauna locale vengono integrate da un racconto ben strutturato che ha sempre una profonda onestà legata alla non-professionalità dei suoi interpreti e che sfocia nel riprendere storie di persone incontrate nella vita di Zhao e rimaneggiate per diventare materiale filmico.

L’atmosfera in The Rider è similare a quella di Songs My Brothers Taught Me, benché qualcosa inizia a cambiare: la fotografia si illumina vistosamente, pur rimanendo sempre legata ai toni molto freddi di un blu e un grigio che invadono anche le altre tinte. La narrazione è molto libera, ma la drammatizzazione diventa più stringente, sia in termini emozionali che inerenti alle svolte del racconto. Per la regia è l’evoluzione di qualcosa che stava già bollendo e che toccherà il suo punto di massimo con il passo seguente. 

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Il punto massimo di Chloé Zhao: Nomadland

Nomadland è infatti somma e summa di una cinematografia espressa nel giro di cinque anni dall’arrivo di Chloé Zhao sulle scene e che fa della pellicola con protagonista Frances McDormand la forma ascetica del cinema dell’autrice. L’opera vincitrice del Leone d’oro alla 77esima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia è il potenziamento delle pellicole precedenti della regista che raggiungono la loro completezza con un film tanto simile a Songs My Brothers Taught Me e The Rider eppure, in riferimento a questi, totalmente rivisitato. La rappresentazione migliore di un cinema che Chloé Zhao ha percorso e l’ha condotta alla direzione di una pellicola che si apre sulle lande sconfinate dell’America, incanalando il loro essere illimitate nel perimetro circoscritto di uno schermo. L’infinito viene accalappiato da Chloé Zhao e diventa luogo abitato dalla protagonista Fern. Un film che fa incontrare il pubblico sulla strada, dove ci ritroveremo tutti.

Un trittico quello dell’autrice che conduce ad un unico espediente, a una sola motivazione delle scelte artistiche e narrative della regista: un amore per il cinema tangibile che si rivela ad ogni singola pennellata data con la macchina da presa. Ogni microscopico dettaglio, ogni carrellata che descrive il panorama o si avvicina pericolosamente in prossimità dei suoi personaggi. L’ammirazione, la stima, sono sentimenti percepibili da molti registi dietro la camera, ma poche volte un amore così pieno, assorto, innamorato per il cinema è trasparso con cosiffatta sincerità. Chloé Zhao vede, conosce, ama. Ama immensamente e fa amare anche a noi il suo meraviglioso cinema. È un’equazione semplice. Più amore dai, più puoi riceverne. E quello donato dall’autrice è di una quantità tale da non poter essere contenuto, né dentro né fuori lo schermo.