Il 4 aprile 2001, nel Regno Unito, debuttava Il diario di Bridget Jones, diretto da Sharon Maguire, la commedia cult che esalta la bellezza dell’imperfezione.

Quanta fatica ci costa dire che Il diario di Bridget Jones compie 20 anni? Per chi come me lo ha visto al cinema nel 2001 ancora adolescente, la risposta è: molto!

Il diario di Bridget Jones ha saputo conquistare il grande pubblico con il suo umorismo e la sua freschezza, diventando una delle pellicole d’intrattenimento più celebri degli ultimi decenni. Con la sua semplicità e verità, ha sedotto pubblico femminile e maschile, ammaliato e divertito dalle disavventure della ragazza più imbranata del cinema contemporaneo, forse sentendosi finalmente parte di una pellicola in grado di mostrare la realtà così com’è, mettendo in scena le difficoltà più comuni della vita di ogni trentenne.

“Ci piace così com’è!”

Semplicità. Autenticità. Un profondo rispetto per la bellezza delle forme naturali. Questo è, condensato in poche parole, il grande pregio del film di Sharon Maguire. Tratto dall’omonimo romanzo dell’autrice inglese Helen Fielding (1996), un bestseller del genere della chick-lit, cioè un tipo di letteratura completamente al femminile, scritta da donne per donne, la trasposizione cinematografica appartiene a un filone narrativo in cui le protagoniste si struggono per problemi come l’aspetto fisico, la dieta, le uscite con gli amici, il lavoro e, ultimo ma non meno importante, il rapporto con gli uomini.

Di questi personaggi estremamente moderni, antieroine che devono combattere contro i problemi più reali, Bridget Jones (Renée Zellweger) è certamente la regina. Innamorata del capo Daniel Cleaver (Hugh Grant), fumatrice e bevitrice incallita, una frana tanto al lavoro quando in cucina, trascorre le sue giornate tra un impaccio e l’altro, in modo tanto comune da risultare tremendamente veritiero e divertente.

Citando il caro e buon vecchio Mark Darcy (Colin Firth), che si dichiara alla protagonista dicendole che la apprezza “così com’è”, ci piace celebrare il personaggio interpretato egregiamente da Renée Zellweger immaginando la sua vita nel 2021.

A distanza di 20 anni, la storia di Bridget è invecchiata bene? Oggi potete recuperare il film comodamente seduti sul divano sfogliando il catalogo Netflix, magari indossando un pigiama con dei pinguini, e potete fare insieme a me una riflessione su quanto fosse così rivoluzionario e quasi avveniristico il messaggio della pellicola: Il diario di Bridget Jones è un manifesto del movimento sociale del Body Positive?

Decisione numero uno: ovviamente perdere dieci chili. Numero due: mettere sempre a lavare le mutande della sera prima. Ugualmente importante, trovare un ragazzo dolce e carino con cui uscire evitando di provare attrazione romantico-morbosa per nessuno dei seguenti soggetti: alcolizzati, maniaci del lavoro, fobici dei rapporti seri, guardoni, megalomani, impotenti sentimentali o pervertiti. E soprattutto, non fantasticare su una particolare persona che incarna tutti questi aspetti… 

Bridget Jones

Body Positive, al cinema, è spesso preludio di altro. Per lo più, di una trasformazione (il tanto apprezzato makeover) che porti una protagonista poco avvenente a evolvere nella splendida donna che avrebbe sempre potuto essere. Facile e pericolosissimo, in questi casi, cadere nella retorica, correndo il rischio di far passare per delle macchiette personaggi che dovrebbero essere in realtà fieri dei loro corpi non convenzionali, solitamente mal rappresentati dai Media. In sostanza, ciò che non si conosce andrebbe trattato con cautela. 

Bridget vorrebbe cambiare la sua vita, vorrebbe trovare il principe azzurro. Ma questo desiderio si presenta non solo per compiacere se stessa e porre fine alla solitudine, ma soprattutto per essere “normale” agli occhi degli altri. Allora, come va la vita amorosa?” è la domanda che Bridget si vede rivolgere in ogni occasione in cui delle “coppie felicemente sposate” si riuniscono, sottolineando così il suo status di donna perennemente single e facendola sentire diversa.

Trovare l’amore è quindi un modo per accontentare soprattutto una società secondo cui la vita deve seguire un percorso, un pacchetto preconfezionato con semplici “regole”: nasci, cresci, trova un compagno, riproduciti e muori. Ma Bridget è imperfetta e goffa e il percorso “naturale” della vita è per lei una lunga salita tra cibo spazzatura (Renée Zellweger fu costretta a mettere su 12 chili per interpretare questo ruolo), sigarette consolatorie, bicchieri (o bottiglie) di vodka, mutandoni della nonna e zuppe blu. E il successo della pellicola è tutto qui: la brillante e sincera scrittura di un personaggio con cui il pubblico può finalmente empatizzare, dimenticando le donne perfette che letteratura e cinema propinano in ogni momento, donne ideali che riescono a essere inspiegabilmente ottime in tutto. 

Bridget Jones ci insegna a non arrendersi agli stereotipi, ai modelli estetici di una società omologata, nella quale ogni guizzo individuale vuole essere soffocato. È la sublimazione di quel che siamo e la prova (mediatica, ma pur sempre esistente) di come non ci sia potere più forte della spontaneità e della consapevolezza di se stessi.