«Quando si gioca al gioco del trono, o si vince o si muore. Non esistono terre di nessuno.» Celebriamo i 10 anni de Il Trono di Spade.

Il 17 aprile del 2011 debuttava su HBO il primo episodio della serie che in pochi anni ha definitivamente sfumato il confine tra cinema e serialità: Il Trono di Spade. Per l’occasione, HBO e Sky celebrano l’evento con un pop-up channel interamente dedicato alla saga, trovate tutti i dettagli qui.

A 10 anni di distanza dalla prima puntata, abbiamo scelto anche noi di approfondire alcuni aspetti della serie, ponendo domande e sviluppando teorie. Nei 73 episodi che compongono Il Trono di Spade, siamo stati fan, addetti ai lavori, recensori, sceneggiatori, registi, abili grafici alle prese con le difficoltà della CGI. Game of Thrones ha unito e diviso i suoi spettatori quasi come l’Italia ai mondiali, in cui tutti diventano improvvisamente allenatori.

Il sesto episodio dell’ottava e conclusiva stagione della serie ha letteramente diviso in due critica e pubblico, l’ultima pagina di un racconto senza precedenti che (forse) avrebbe potuto concludersi in un altro modo. Ma perché, secondo me, non è corretto criticare alcune decisioni degli showrunner?

L’importanza delle storie

Nato come adattamento televisivo del ciclo di romanzi Cronache del ghiaccio e del fuoco (A Song of Ice and Fire) di George R. R. Martin, la serie tv ha preso vita grazie agli showrunner David Benioff e D.B. Weiss e, con la bellezza di 73 episodi totali, è giunta al termine liberando attori e personaggi che hanno vissuto insieme dal 2011 fino al 2019, ma che, se vogliamo proprio dirla tutta, non si “lasceranno” mai. 

Commentare a distanza di due anni l’ultima stagione de Il Trono di Spade significa dover celebrare, inevitabilmente, lo show nel suo insieme, non dimenticando mai l’impatto che ha avuto nell’immaginario collettivo, il segno indelebile e l’eredità che lascia alle produzioni televisive e cinematografiche future.

The Iron Throne (questo il titolo del finale della serie) ha posto l’accento sul significato definitivo di questa trasposizione seriale. A pensarci bene, infatti, portare sul piccolo schermo una strana, violenta e oscura storia fantasy sembrava un’operazione impossibile, ma proprio grazie al suo potere narrativo, è diventata la serie tv più amata, commentata, seguita, discussa che il mondo ricordi.

Sebbene, nel tempo e nello spazio, tutto ruoti intorno al potere, l’ultima stagione ha voluto sottolineare l’importanza del concetto di storia. La storia, dice Tyrion Lannister ai grandi signori di Westeros, è importante perché ci aiuta a comprendere il passato e serve come monito per il presente. La storia è “magistra”, maestra, cioè insegna, e non sorprende che, a discapito del “gioco dei troni”, abbiamo avuto la meglio.

FUOCO E SANGUE

Tra gli aspetti più criticati del finale, c’è di sicuro l’evoluzione del personaggio di Emilia Clarke, Daenerys Targaryen. La donna rivela la sua vera essenza, un’identità in verità mai troppo celata: è un drago con un fuoco che divampa. Ha sempre parlato di libertà, di pietà, ma è una tiranna tanto quanto lo è Cersei Lannister. Nel suo concetto di dominio, “ha liberato” i cittadini di Approdo del Re con la sua arma più potente (l’ira) e sarebbe andata avanti fino a che tutti gli abitanti del mondo non sarebbero stati liberi e sotto il suo comando. La sua natura è “fuoco e sangue”.

A chi critica la scelta di renderla la Regina Folle che non smentisce le sue origine, gli sceneggiatori ricordano che tutto ciò che lei ha fatto in queste otto stagioni l’ha portata a compiere quell’ultimo atto, senza sorprese. Ha ucciso gli schiavisti di Astapor, ha crocifisso centinaia di nobili a Mereen, ha bruciato i khal dei Dothraki. Ovunque lei arrivi, uomini malvagi muoiono. Ma è così che funziona la giustizia?

Addio al Trono!

Tra le molteplici ellissi temporali che popolano il finale, necessarie per mettere un punto alle storie della serie in poco più di un’ora, The Iron Throne subisce un’accelerazione improvvisa, e in una progressiva esplosione va verso la risoluzione dei fatti narrati, con qualche difetto e buco qua e là.

Il momento cruciale arriva a metà dell’episodio. Jon Snow, risvegliatosi finalmente da quel coma farmacologico che lo ha caratterizzato per tutta l’ottava stagione, agisce. Consapevole che l’amore è più potente della ragione, comprende che il dovere è la morte dell’amore.

“Il Re del Nord” raggiunge Daenerys nella sala grande di Approdo del Re e sembra volerle dare un’ultima possibilità. Ma la donna, ormai accecata dalla follia che da sempre caratterizza la sua dinastia, si trova in un vortice ingordo di potere e gloria, così, la soluzione è ormai solo una: Jon uccide la donna amata e libera davvero i Sette Regni. 

Protagonista di una morte epica e dolorosa, Emilia Clarke riesce ad emozionare pur rimanendo inerme, morente sul pavimento, ad un passo dalla vittoria, in una sequenza pregna di simbolismo. Il potere che il Trono – quello fatto da mille spade dei nemici sconfitti da Aegon – simboleggia, si scioglie come neve al sole, fuso dal fuoco del drago Drogon, che piange la madre morta, mentre è dilaniato dal dolore. 

La storia di Daenerys della nobile casa Targaryen, prima del suo nome, regina degli Andali, dei Rhoynar e dei Primi Uomini, signora dei Sette Regni, protettrice del Regno, principessa di Roccia del Drago, Khaleesi del Grande Mare d’Erba, la Non-bruciata, Madre dei Draghi, regina di Meereen, Distruttrice di catene (e di Approdo del Re) termina qui. 

Un nuovo re senza Il Trono di Spade

A Westeros, come in Vaticano, morta una regina se ne fa un’altra/o. Ad Approdo del Re non esiste più un trono, ma il popolo ha bisogno di una guida. Non può essere Jon Snow, prigioniero degli Immacolati e traditore, non può essere Tyrion, un po’ odiato per aver servito Daenerys e un po’ per aver cospirato alle sue spalle. I Sette Regni hanno bisogno di una guida giusta, che possa mettere tutti d’accordo. Su consiglio di Tyrion, il nuovo re è Bran Lo Spezzato, il bambino che è caduto da una torre ed è sopravvissuto. Sapeva che non avrebbe più camminato, perciò ha imparato a volare. Si è spinto oltre la Barriera, è diventato il Corvo a Tre Occhi. Lui è la memoria, il custode di tutte le storie; è un personaggio con un immenso valore mistico, e la scelta, da molti odiata e criticata, in realtà a me pare giustificata.

Le dinamiche politiche sono sempre state al centro dello show, per questo non sorprende che anche la scena della scelta del nuovo re contenga al suo interno un significato più profondo, esplicitato da Samwell Tarly in quel goffo tentativo di istituire una Repubblica. 

L’unica voce fuori dal coro è quella della sorella. Non dev’essere per niente facile indossare i panni di Sansa “#maiunagioia” Stark, e di sicuro non lo è stato per le prime cinque stagioni. Tra l’esecuzione del padre, la prigionia presso la Fortezza Rossa, l’aver avuto a che fare con Joffrey Baratheon, l’aver avuto a che fare con Ditocorto, e, soprattutto, l’aver avuto a che fare con Ramsay Bolton, vestire i panni della figlia di Lord Eddard deve aver messo duramente alla prova la povera Sophie Turner, che comunque, alla fine, un piccolo sospiro di sollievo l’ha potuto finalmente tirare. La ragazza, protagonista del percorso più completo ed edificante di tutti, riconosce che suo fratello Bran sarà un buon re, ma vuole che il Nord mantenga la sua indipendenza. Sansa diventa così Regina del Nord e Bran Re dei Sei Regni, in quella che ci sembra la più giusta e gloriosa rivincita di Casa Stark. 

La pace non ha mai potuto godere di una definizione assoluta. Simbolo di buon accordo e di concordia di intenti, essa arriva anche a Westeros, tra un Re Mistico, un consiglio formato da personalità borderline (Bronn è il Signore del Conio, Sam è un Gran Maestro intellettuale e repubblicano e Tyrion è ancora il Primo Cavaliere), e dove non tutto ciò che viene mostrato deve per forza di cose essere spiegato.

La grandezza de Il Trono di Spade si traduce in emozioni, quelle regalateci nelle ultime scene. Commovente l’addio tra Jon – condannato a tornare tra i Guardiani della Notte – e i fratelli, in particolare Arya, alla quale è da sempre molto legato. Arya sceglie di viaggiare e di diventare l’esploratrice che è sempre stata, Sansa tornerà al Nord, Bran regnerà con consapevolezza e Jon tornerà lì, oltre la Barriera. 

Forse tra qualche anno i detrattori riusciranno a capirne il senso, apprezzando il percorso più della destinazione, le storie più dei giochi di potere. E un pò come accaduto per Avengers: Endgame, se la fine è parte del viaggio, Game of Thrones è stato un viaggio indimenticabile e incomparabile, che non poteva che concludersi oltre la Barriera, dove tutto è cominciato.

And Now Our Watch Has Ended.