Nel tentativo estremo di confondere fantasie sensuali e processo creativo, della tagliente suspense evocata nei (veri) thriller erotici, Illusioni mortali ne fa piuttosto pallida parodia.

Sinossi:

Dopo aver accettato l’incarico di scrivere un nuovo libro date le traballanti condizioni economiche della famiglia, l’autrice di gialli Mary Morrison assume la babysitter Grace per occuparsi dei figli. Ma la parvenza fanciullesca e accogliente della ragazza rivelerà una psiche traumatica e il confine tra realtà e finzione letteraria inizierà a vacillare.

A volte i primissimi minuti di un film raccontano molto più del film stesso. Quell’evanescenza nebulosa che accompagna i titoli di testa di Illusioni mortali, tra foschia celata e onde a rinfrangersi sulla scogliera, dicono già tanto del vago alone di mistero che il film sta per lasciare allo spettatore. Un’impenetrabilità di certo essenziale in una pellicola che vuol essere chiamata thriller e di fatto pare averne tutti i connotati, eppure stavolta il senso enigmatico assume caratteri sfortunati, decretando in sostanza l’affannosa (mal) riuscita di un pallido tentativo di rievocare la suspense tagliente dei thriller erotici degli anni 90.

Scritto e diretto da Anna Elizabeth James, superata la nebbia, le Illusioni Mortali di Netflix continuano a denudare sin da subito il topos letterario su cui vogliono costruirsi, e una serie di piani d’ambientazione sempre più circoscritti si dirigono verso lo scaffale di una libreria sul quale sono posizionati in evidenza titolo e copertina di un best seller. “Luoghi Oscuri: sesso, bugie e tradimenti” è l’ultimo romanzo di successo di Mary Morrison (Kristin Davis), ora completamente dedita al ménage famigliare e al benestare economico dato l’introito editoriale talmente solido da farle rifiutare persino una nuova, allettante, offerta milionaria. Nonostante la piena volontà di dedicarsi ai figli, Mary si vede costretta a tornare a scrivere causa investimenti fallimentari del marito Tom (Dermot Mulrorey) e consigliata da un’amica la donna si rivolge ad una rinomata società di babysitter per la cura dei piccoli. Dopo insoddisfacenti proposte, la scelta di Mary ricade su Grace (Greer Grammer), una Mary Poppins candida e fanciullesca, circoscritta da un’aura di candore rassicurante e dal sapore infantile, innocua a tal punto di iniziare a insospettirsi. Tra le due donne però inizia a sorgere una reciproca attrazione, la lussuria prevale e pervade, la vicinanza diventa desiderio e l’eros tra Mary e Grace (forse) si concretizza non solo nelle fantasie.

Ma se la timidezza puerile della babysitter assume i candidi color pastello di un abbigliamento che la vuole acerba adolescente con una, e femme fatale ammaliante e disinibita col marito Tom, Grace è pronta a divorare l’equilibrio famigliare e a diventare la punta di un triangolo poco amoroso e molto erotico. Con il progressivo aumento della creatività narrativa della scrittrice però, i confini tra realtà e immaginazione si fanno ancor più sfumati; sogno e veridicità diventano opposti in attrazione e ciò che è frutto della mente e ciò che realmente è manifesto iniziano a mettersi in parallelo dinanzi al lento declino psicologico dei protagonisti (in particolare Mary), sino all’epilogo finale che ancor più getta l’ombra irrisolta sull’identità labile e frammentata di Grace.

Le pagine del libro che vanno a comporsi per mano di Mary, diventano dunque riflesso metaforico dello svolgersi di un film a tema processo creativo e sul fantasticare, senza dubbio premuti sulla concretizzazione visiva e attrattiva del piacere saffico ed erotizzante, ma che, a ben vedere, pare farsi mera parodia di un genere specifico, quello dei thriller erotici e psicologici che prima di tutto richiedono una forte caratterizzazione dei personaggi. Nella mancata riuscita di renderli carismatici, integranti e dunque interessanti, la regista e scrittrice pare invece aver ricalcato su film precedenti come Basic Instinct e La Culla Vuota modalità e stereotipi-déjà-vu raffazzonati e prevedibili di caratteri e intenti che ci colgono già preparati, e plasmati su attori mal coordinati lasciati recitare senza alcuna direzione precisa e che confluiscono (soprattutto nel caso della Grammer) nel forzato finale giocato sull’esasperazione dei disturbi mentali e personalità frutto di traumi senza renderli credibili. Di quel danaroso trittico letterario “sesso bugie e tradimenti” Illusioni Mortali sembra prelevarne invece la concretizzazione di un’illusione trasognante e ambiziosa: non solo di Mary e del suo romanzo in divenire, ma anche e prima di tutto della regista stessa, probabilmente sin dall’inizio affascinata dall’ambiguità dei thriller e poi auto-riproposta in forma vagheggiante e simil parodica.