Candidato a sei premi Oscar, Judas and the Black Messiah è il film sul leader delle Pantere Nere Fred Hampton con protagonisti Daniel Kaluuya e Lakeith Stanfield

Sinossi del film Judas and the Black Messiah:

L’informatore dell’FBI William O’Neal (LaKeith Stanfield), è infiltrato nel partito delle Black Panther dell’Illinois con l’incarico di tenere d’occhio il loro carismatico leader, il Presidente Fred Hampton (Daniel Kaluuya). Ladro di professione, O’Neal sembra divertirsi a correre il rischio di manipolare sia i suoi compagni che il suo “supervisore”, l’Agente Speciale Roy Mitchell (Jesse Plemons). L’influenza politica di Hampton è in forte ascesa proprio quando incontra e si innamora della sua compagna di rivoluzione Deborah Johnson (Dominique Fishback). Nel frattempo, nella mente di O’Neal prende vita un dilemma. Si allineerà alle forze benevole? O contribuirà ad affossare Hampton e Le Pantere con ogni mezzo, come comanda il Direttore dell’FBI J. Edgar Hoover (Martin Sheen)?

Recensione di Judas and the Black Messiah:

Il cinema black sta continuando nella propria esplorazione di stilemi e storie che convergono tutte nella lotta e nel messaggio che le opere filmiche sono in grado di mandare, facendo dell’arte un veicolo predominante ed essenziale per la rivolte che si consumano collateralmente per le strade. Se il movimento del Black Lives Matter ha avuto una risonanza senza eguali negli ultimi anni è stato a causa di un 2020 in cui la paura di poter contrarre il virus del Covid-19 era ben inferiore di quella di dover vivere un’esistenza priva di diritti, in cui a nessun individuo dalla pelle scura era concesso anche solamente di respirare.

George Floyd è stato vittima e martire per un ideale che il cinema ha ricominciato adeguatamente a marcare, come evoluzione di una storia “black” che, troppo spesso, non è stata raccontata e i cui traumi rimasti taciuti sono stati proposti da un esponente come Spike Lee nel suo accerchiante, per quanto confusionario Da 5 Bloods. Quello che dunque le pellicole hanno raggiunto è uno statuto che riesce perfettamente a incastrare battaglia politica e artificiosità poetica all’interno della stessa scatola quadrata. Quello schermo che, seppur diventato più piccolo a causa delle chiusure dei cinema con il prolungarsi della pandemia, non fa altro che urlare addosso allo spettatore per fare in modo che quest’ultimo sia in grado di sentirlo. 

judas and the black messiah

L’importanza produttiva del film di Shaka King

È precisamente un ruggito quello che Judas and the Black Messiah va rimbombando con la sua uscita, purtroppo, solamente in digitale qui in Italia. Un’opera che meriterebbe l’attenzione di tutti e il plauso di moltissimi, merito dell’intercambiabilità che la pellicola riesce ad adottare e che va toccando proprio quella dicotomia tra sociale e artistico che ha la potenza di una pallottola puntata nel petto. Sceneggiato e diretto da Shaka King, il quale ha lavorato alla scrittura assieme a Will Berson, Judas and the Black Messiah è già simbolo per la creazione che lo vede protagonista, con quel Ryan Coogler che produce da dietro le quinte e sottolinea l’importanza del primo lavoro interamente afroamericano ad essere candidato agli Oscar come Miglior film, fino a quei due volti dei personaggi principali che fanno della loro presenza un altrettanto considerevole gesto nel comparire, nuovamente, l’uno affianco all’altro.

Daniel Kaluuya e Lakeith Stanfield vestono gli abiti fine anni Sessanta di Fred Hampton e William O’Neal, Messia e Giuda pronto chi a credere e chi a tradire, ritorno ciclico di una visione religiosa dei topoi storici e narrativi che si ripetono nel corso del tempo per assumere, ogni volta, un proprio significato insito e, a tratti, spirituale. È in fondo avere fede quello che chiede il leader delle Pantere Nere interpretato da Kaluuya: fede in un mondo possibile, inclusivo, fatto di volontariato e di comprensione del prossimo. Fede in chi ti pianta un fucile contro, in cosa può riservare un’esperienza come il carcere. Fede in un movimento non divisivo o aggressivo, bensì vitale e unitario, fatto di atti di gentilezza e di estrema forza quando si tratta di far sentire la propria voce. Ringhio rabbioso, che sa però addolcirsi nelle aspettative del domani, continuando a provare e a lottare.

Ma dove c’è fede vi è anche peccato. Dove c’è Dio di contro, ad aspettarlo, è pur sempre il Diavolo. Un Mefisto meschino, insidioso. Nemmeno lontanamente cosciente dell’importanza della parola che viene elargita, dei pugni in alto che vengono alzati, dei saloni pieni di fratelli e sorelle pronti a strepitare per far valere un diritto che, di riflesso, è anche il suo. L’incomprensione è il vero male che si insidia tra santi e peccatori, dove chi predica bene non sempre ha l’opportunità di seguire i propri stessi precetti e chi invece, non avendo mai dato loro credito, ne viola la fiducia abdicando silenziosamente.

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I volti del cinema black contemporaneo: Daniel Kaluuya e Lakeith Stanfield

La storia di Fred Hampton vive della specialità di un capo che agisce a fin di bene e di una spia, come quella di O’Neal, per cui è intrinsecamente complicato comprendere il fervore della battaglia. Un traditore della sua stessa razza, di una società in cui, secondo lui, nulla ha realmente valore. E se i soldi sono l’unica cosa concreta che può finalmente comprarti una macchina, ti vendi per quei trenta denari a costo della tua stessa libertà.

Presa su massa muscolare e smussata una recitazione espressa fino ad ora con estrema veemenza, Daniel Kaluuya non è la Pantera Nera iraconda che ci si potrebbe aspettare. Non è un uomo pieno di collera, non un leader fumantino impossibilitato al dialogo. Il suo Hampton ha la speranza dei vent’anni, la confidenza dei propri sostenitori e del progetto che insieme stanno avanzando. Ha una compagna accanto, un figlio in arrivo. È l’uomo Hampton a colpire ed è l’uomo Hampton ad essere rappresentato, un lavoro sulla voce che diventa tromba con cui la bandiera della parità razziale andava coinvolgendo l’intero movimento, invitandolo allo scontro, ma cercando prima di tutto la medesima tenerezza che si percepisce inaspettatamente da un film come quello di Shaka King e da un attore come Kaluuya. 

Un duo, quello che l’interprete va formando assieme a Lakeith Stanfield, che amplifica le ragioni e la simbologia di Judas and the Black Messiah, colleghi entrambi sul set di Get Out – Scappa in cui Kaluuya è protagonista, tra gli ormai iconici corpi della nuova ondata black del cinema contemporaneo. Stanfield è protagonista insieme a Donald Glover della serie tv ideata da quest’ultimo Atlanta, in cui la cultura afroamericana è andata confluendo in una miscela di ironia e sensibilità politica esplosiva nella sua vena sottilmente comica. E, in questa occasione, l’attore è quel “Judas” da incolpare, infiltrato da maledire. Uomo a cui è sconcertante guardare eppure al contempo giustificabile per umana compassione. Personaggio privo di quella speranza rivolta verso un futuro che possa radicalmente cambiare, schiavo di se stesso e, così, di una società che vuole farlo ancora credere tale nonostante l’arrivare degli anni Settanta.

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Tra cinema e collegamenti con la realtà

Un film pieno il Judas and the Black Messiah di Shaka King, dove anche chi si vorrebbe condannare finisce per ricevere, da parte del pubblico, la grazia che non si riesce però a dare a se stessi e che non può placare quello che è stato fatto. Un’opera in cui il contributo della famiglia Hampton si fa sentire come alone di delicatezza che autore e interpreti riservano anche nelle scene più dolorose.

Una sparatoria quella che ha stroncato la vita al ventenne leader delle Pantere Nere avvenuta nel sonno, mentre dormiva nel suo letto. Eventi che ricorrono nel tempo e creano collegamenti con le ingiustizie del presente, nel ricordo di Breonna Taylor e di come è stata strappata via in una notte dall’incursione nel suo appartamento da parte della polizia. 

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