Disponibile on demand nelle maggiori piattaforme digitali, Non mi uccidere conferma la capacità suggestiva del regista romano nel tratteggiare l’universo teen, mancando però di un solido racconto formativo e di una morale fiabesca.

Sinossi di Non mi uccidere:

Dopo essersi promessi amore eterno, Mirta e Robin muoiono in una fatale trasgressione che costa la vita ad entrambi. Riemersa dal mondo dei morti, la ragazza capisce sin da subito che per sopravvivere non solo deve imparare a difendersi dai Benandanti, oscuri uomini che braccano le donne Sopramorte come lei, ma alla disperata ricerca del suo Robin Mirta, ora Luna, è costretta anche a nutrirsi di carne umana.

Recensione di Non mi uccidere:

Nel suo esordio alla regia del 2016 I figli della notte, Andrea De Sica, allora trentacinquenne, faceva del fascino notturno l’abbaglio ribelle ma formativo di un rampollo taciturno chiuso in un collegio nel nord Italia, attratto dal magnetismo proibitivo dell’indole sovversiva del suo corrispettivo Edoardo. Con Baby, la fortunata serie Netflix, la caduta dell’età acerba delle giovani Chiara e Ludovica continuava a muoversi sempre sulla strada della perdizione, troncando, proprio nella presa di coscienza di un mondo fuorché candido, la fanciullezza pre-adolescenziale delle due eroine. Il coming-of-age, d’altronde, esiste proprio nel traghettamento simbolico dal porto sicuro ma illusivo del bene fanciullesco, verso una porzione di dolore, per nulla arbitrale, come elemento necessario al raggiungimento dell’età adulta.

Con toni spiccatamente più oscuri e una direzione che conferma il talento contemporaneo nel saper guidare il proprio occhio nell’evocazione sensoriale di ambienti crepuscolari e ambigui dei club notturni, De Sica torna al lungometraggio dopo la parentesi seriale, stavolta riposizionando il percorso di crescita nella morte corporea e animista, antropomorfica e connotativa di Mirta (Alice Pagani), risvegliatasi ‘carne’ dopo un esperimento trasgressivo e una promessa d’amore eterno col fascinoso e ribelle Robin (Rocco Fasano). In Non mi uccidere una sostanza nera negli occhi costa ad entrambi la vita; e se sarà prima lei a tornare tra noi da Sopramorta (ragazzi idealisti, morti di morte violenta), prima che lo faccia anche l’altro ad attenderla ci sarà un nuovo mondo fatto di regole e cannibalismo, di lotta alla sopravvivenza e di accettazione di una diversità non più conciliabile con la realtà precedente.

CADAVERIZZAZIONE VAMPIRESCA E FASCINO DEL RITO DI PASSAGGIO IN NON MI UCCIDERE

Adattando uno dei romanzi nostrani dell’universo neo-gothic, che vent’anni fa grazie alla lungimiranza della sua autrice Chiara Palazzolo ha dato vita ad una saga molto seguita dalle nuove generazioni di lettori del genere, Non mi uccidere trova nel (non più) eterno riposo la modalità horror e metaforica per resuscitare l’innata fascinazione sull’universo teen del regista romano, tentando un travalico perimetrale del melò romantico e innescando al suo interno stilemi e nuances prettamente fiabesche e horror.

Scritto assieme a Gianni Romoli (Saturno Contro, La finestra di fronte, Le fate ignoranti) e al collettivo GRAMS*, questo “thriller romantico con una forte componente soprannaturale”, come lo ha definito lo stesso regista, si muove tra Twilight e Raw – Una cruda verità, servendosi delle potenzialità orrifiche della cadaverizzazione e della decomposizione/mutazione corporea, per tracciare una fabula di crescita dalla morale forzatamente femminista dove la sottomissione lascia il posto alla ferocia predatoria di Mirta, la quale grazie all’appoggio di Sara (Silvia Calderoni), sopramorta come lei, apprende i codici difensivi della sua ormai doppia natura vampiresca da manearter.

musica e immagini in pieno stile videoclip

Diluendo la materia che dovrebbe essere decisamente più sostanziale per riuscire a raccontare davvero (e cioè un mutamento di crescita ed emancipazione al femminile costruita in scrittura), in un liquido molto più corposo (e cioè le modalità visive adottate da De Sica in regia), il film si sbilancia (forse, rovinosamente) verso la seconda, rendendo ardua la morsa emotiva degli spettatori, inadatta ad assaporare l’essenza concreta di una narrazione adagiata su sequenze pop e lunari, ralenti e toni musicali in quasi totale sostituzione di dialoghi.

Non concretizzandosi dunque su una sceneggiatura in cui realmente è chiaro l’utilizzo dell’espediente necroforo per raccontare un momento cardine dell’esperienza di crescita, il film va ad esteriorizzarsi  idealmente nelle vesti di un ottimo videoclip da 89 minuti, per l’amalgama dialogante di immagine e musica che ne fa il regista, sottolineando quasi interamente con ritmi ambigui ed electro pop il vagare trascinato di Mirta, ora Luna, attratta e desiderante di uomini quanto ne è ugualmente repulsa. In Non mi uccidere manca dunque lo slancio in avanti, il mordente sanguigno e carnivoro dal quale potersi cibare e dal quale essere fagocitato, anche oltre l’indubbia resa stilistica, anche oltre l’aria da confezionamento accattivante; rimanendo vittima di un morso registico (più che di un armonioso abbraccio con il suo corrispettivo autoriale) senza morale della favola.