Candidato a cinque premi Oscar tra cui quello per il miglior film, The Father ci immerge con struggente mimetismo nei meandri di una mente affetta da demenza. Con Anthony Hopkins e Olivia Colman.

Sinossi di The Father:

Anthony, anziano e affetto da demenza senile, fatica con riluttanza ad accettare l’aiuto della figlia Anne e di chiunque voglia dargli una mano a gestire una malattia irreversibile. Mentre cerca di dare un senso alla sua condizione, inizia a dubitare dei suoi cari, della sua mente e persino della veridicità della realtà in cui vive.

Esiste, per certi aspetti, una perdita ancor più dolorosa della morte stessa. Quella della memoria, che goccia dopo goccia sottrae al malato le coordinate necessarie a rendere ancora possibile il concetto umano d’identità. Agli anziani, la perdita della memoria, non vanifica solamente la propria identità, ma anche la capacità di riconoscersi negli altri, alterando la convergenza esistenziale con i propri cari e dunque la possibilità di percepirsi come soggetto capace di ricordare, assomigliare, e in ultima istanza, svelarsi. Il cervello, ad oggi, è un organo ancora poco conosciuto ma come tutti gli altri ha la facoltà di consumarsi, e se pare più naturale concepire il peso di una malattia fisica, quella celebrale riesce a mostrarsi nella sua stessa invisibilità. Seppur la portata straziante, di certo, è la medesima.

Riemerge dal suo stesso stato di semi-manifestazione il dramma candidato a cinque premi Oscar The Father, diretto dal francese Florian Zeller, che riadatta assieme a Christopher Hampton – per quello che fino a qualche mese fa definivamo grande schermo – la drammaturgia teatrale dell’omonima pièce portata in scena nel 2012. Rimasto in sordina per lungo tempo, il film è riuscito a pronunciarsi soprattutto in fase recente di Award Seasons, quando pubblico e critica hanno iniziato ad accorgersi della fattura recitativa e della finezza in scrittura di una versione cinematografia superba per la sua estrema capacità di non-raccontare ma piuttosto per quella di ‘immergere’.

Vulnerabilità senile e perdita d’orientamento

The Father, infatti, riesce a scardinare i vettori essenziali della diegesi, non presentando alcuna trama definibile sulla quale solidificarsi e, cosa ancor più affascinante, per disegnare sul piano cartesiano del tempo e dello spazio, due ascisse che puntualmente si contraddicono e si deteriorano nella loro stessa manifestazione, scombinando e azzerando la linearità dello spazio-tempo e dei funzionamenti corretti di una memoria sana. Sebbene la storia di Hampton ha una sinossi finale vera e propria (una figlia sta per trasferirsi in Francia e decide di far vivere il padre affetto da demenza senile in una casa per anziani) il film ha tutt’altra deriva, ovvero quella di farsi giostra sensoriale in loop – giusto il tempo della sua durata– su cosa voglia davvero dire con-vivere con i sintomi dell’Alzheimer; quale sia la disorganicità mnemonica di un soggetto scoordinato nel suo quotidiano ed estremo tentativo di galleggiare in un mare di sinapsi dis-accoglienti, concedendogli sprazzi, pochissimi, di lucidità.

Anthony Hopkins e Olivia Colman assumono, allora, i contorni fantasmatici di un padre e una figlia che si sgretolano di fronte ai nostri occhi, all’interno di un’enorme casa borghese adibita a quinte teatrali di un dramma famigliare e intimo, consumato nel silenzio o negli sproloqui di un uomo dal carattere particolare, smarrito nel suo costante perdere l’orologio al polso e nell’affannosa impossibilità di rimettere assieme i pezzi dignitosi della propria domesticità. L’aura reverenziale da Lord di Hopkins qui, si amalgama ad una vulnerabilità quasi infantile da rendere viva e magnetica una gamma mutevole di stati d’animo e di percezioni, fatta di solitudini e horror vacui mutando, a tratti e in divenire, quel solido dramma in sottile horror.

Il non-riconoscere (e il non-riconoscersi) diventano dunque il tratto perturbante della paura che si ha di sé stessi e dei propri cari e la regia di Hampton sfrutta brusche svolte e rivoltamenti all’indietro per non palesare mai una verità univoca e assoluta, ma anzi alzando il volume sulla costante sensazione di smarrimento e possibilità, di una realtà indefinita e indefinibile a cui lo spettatore si aggrappa come unica arma di comprensione a qualcosa di ancora poco comprensibile. Struggente nel suo carattere d’immedesimazione e sfuggente nella sua fattura illusoria e impenetrabile, The Father riesce a far affondare lo spettatore tra le rughe paterne solcate sul viso del Padre Hopkins, ritrovando il papà dalle mani grandi che una volta hanno protetto la figlia, ed ora, chiedono di essere a loro volta accolte in un gesto di ancoraggio di sangue, per non sprofondare nelle dune della propria psiche.