Nominato agli Oscar 2021 per il miglior documentario, Time interpreta la tirannia del tempo perduto cucendo pezzi di memoria e sguardo al futuro.

Sinossi di Time:

A seguito di una rapina in banca commessa da entrambi negli anni Novanta, i coniugi Richardson sono condannati ad una separazione forzata di oltre vent’anni. Madre di sei figli e attivista, Fox Rich lotta per il rilascio del marito, internato al Louisiana Penitentiary per una pena di sessant’anni, scontrandosi con un sistema carcerario che colpisce i più deboli.

LA RECENSIONE DI TIME:

È una legge immutabile: la traiettoria del tempo viaggia sempre in avanti. Ostinata ed egoista, la cronologia procede costantemente frontale, e nel farlo, accresce infausta l’età anagrafica, modifica l’aspetto e ruba la giovinezza. Al tempo infatti non possiamo chiedere di fermarsi o di rallentare, né tantomeno, accelerare; siamo piuttosto noi a doverci adattare al suo implacabile scorrere davanti, e percepirlo nella sua natura vorace spesso richiede un vero e proprio atto di fede. Ma il tempo, quello personale e in soggettiva, è anche dolcemente magnanimo, lasciando imprimere sulla nostra memoria immagini e souvenir riposti tra i ricordi di una vita intera. Oltre ai cassetti della memoria, le fotografie e i video sono altrettanti veicoli del ricordo. Incidere su supporto attimi fuggenti ed emozioni ‘in istantanee’ per molti è vera e propria pratica quotidiana, assumendo così un’interessante e personale forma diaristica.

Di video in bianco e nero girati tramite vecchie telecamere analogiche si edifica Time, il documentario della cineasta Garrett Bradley candidato agli Oscar 2021 nell’apposita sezione degli Academy dedicata alle opere di non-finzione. Primo lungometraggio dopo altri due lavori a tema black (il doc episodico per il New York Times Alone nel 2017, nel quale compare già Fox Rich e il corto sulla rappresentazione degli afroamericani negli USA American Rhapsody), la regista cuce pezzi di memoria con sguardo al futuro, elevando ad arte i filmini dell’archivio personale di Sibil Fox Richardson, attivista, abolizionista e imprenditrice americana, girati amatorialmente nell’arco di ventuno anni per Robert, marito e padre dei suoi sei figli, assente perché chiuso nella prigione del Louisiana State Penitentiary per una pena di sessant’anni.

dISPERATO Sogno americano 

Se infatti in Time c’è una data rilevante, tra tutte quelle pronunciate dalla protagonista in apertura ai girati casalinghi, è proprio quel sedici settembre del 1997, quando Fox e Robert, allora giovani e indebitati, rapinano a mano armata una filiale bancaria per tentare di salvare il loro negozio di abbigliamento hip hop. Sogno americano in grande, segno di disperazione tra i disperati: Sibil patteggia e dei dodici anni ne sconta tre e mezzo; lui si presenta dal giudice e il processo lo condanna a sessant’anni di carcere. Nel frattempo lei partorisce i gemelli, cresce da sola sei maschi, chiede perdono alle donne della banca, e comincia il doppio percorso di redenzione e lotta. Da un lato è mentore di giovani e donne afroamericane quasi ad ergersi a pastore gospel degli ‘ultimi’, dall’altro poggia il microfono e attende minuti interi al telefono, appesa a giudici, segretarie e figure giuridiche pregando Dio che sia la volta buona e che dell’uscita di Rob finalmente si sappia qualcosa.

Un film sul carcere senza il prigioniero, un racconto sull’implacabilità del tempo perché percepito solo in funzione della liberazione, Time di certo non snocciola dati, non sciorina leggi o grafici sul sistema carcerario statunitense né, tanto meno, è il suo obiettivo. Quello che la Bradley offre è il ritratto matriarcale di una strong black women in una comunità a cui il tempo di certo non regala nulla, forgiata sulla rabbia educata perché conformata ai bianchi che le regole non le infrangono, ma le fanno.

DISTANZE FISICHE E VICINANZE COMUNITARIE

Una moderna schiavitù quella delle carceri a stelle e strisce, “l’uomo bianco ti tiene dentro finché non decide di farti uscire” dice lei, e tra il dentro e il fuori nell’editing curato da Gabriel Rhodes c’è soprattutto l’annullamento fisico della distanza dell’intera famiglia Richardson, lo schermo del cellulare, della macchina da presa e della videocamera di Fox ventenne che assumono valore identitario: esistere perché mostrarsi in video, parlarsi al telefono a chilometri di distanza e dunque stare insieme.

Di bianco e nero, oltre ai ‘bianchi’ e ai ‘neri’, c’è la scelta estetica bicromatica e simbolica del black & white elegante e quasi impalabile, Time proprio nell’azzeramento del colore sembra quasi cristallizzarsi nell’universale e nell’umano, in una sorta di eterno presente in stand by. Artificio tonale riposto anche sui tasti del piano di Jamieson Shaw e Edwin Montgomery, compositori superbi di una colonna sonora monumentale ma involuta, a tratti quasi svirgolata in stile jazz e ritmi afro. Se ai Richardson spetti il lieto fine sta al lettore scoprirlo, ma sarà forse sufficiente riavvolgere il nastro e vedere con occhi nuovi pezzi di vita perduti ma riconsegnati dal tempo, lo stesso che sembrava così infinito e poi, lottando, ha concesso la grazia. Lo trovate su Amazon Prime. Imperdibile.

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