Zero è la serie italiana con protagonisti un gruppo di immigrati di seconda generazione alle prese tra amicizia, superpoteri e il bisogno di salvare la propria casa

L’inclusività parte dalla vita vera per guardare al suo corrispettivo finzionale. Quello che passa attraverso i film e le serie tv, che nell’audiovisivo trova un modo di espressione che cerca di restituire il reale, contribuendo all’integrazione e sperando di poter contare su un ruolo di giocoforza tra ciò che avviene nel quotidiano e ciò che vediamo attraverso i prodotti mediali. Così, in un periodo storico in forte fermento, è arrivato il momento di presentare la prima serie con protagonista un gruppo di ragazzi tutti italiani, ma dalla pelle scura. Immigrati di seconda, terza generazione che lottano per una casa che è nostra quanto loro. E viceversa.

Di Zero si fa carico Netflix e con lei il fumettista e sceneggiatore Menotti, che dopo aver contribuito alla sceneggiatura di Lo chiamavano Jeeg Robot assieme a Nicola Guaglianone torna alla periferia nostrana e all’esplorazione di superpoteri tanto insoliti per le nostre produzioni italiane. Ma Zero prende liberamente spunto in prima istanza da Non ho mai avuto la mia età di Antonio Dikele Distefano, scrittore figlio di angolani nato a Busto Arsizio, che a tutti gli “Zeri” incontrati lungo il percorso e a cui lui stesso si è sempre associato ha voluto donare una storia che li rappresentasse.

 zero Netflix

Salviamo il nostro quartiere

Se però Enzo Ceccotti cadeva nel Tevere e assumeva una forza sovrumana, in Zero il protagonista Omar (Giuseppe Dave Seke) sembra possedere da sempre la capacità di poter rendersi invisibile a occhio umano. Un’abilità che verrà scoperta da Sharif (Haroun Fall) e dalla sua cerchia di amici, intenti a sfruttare il superpotere del loro nuovo amico e proteggere così il proprio quartiere.

Atti di vandalismo, incendi, barboni lasciati morire pur di degradare quello che per alcuni imprenditori è una macchina da soldi, mentre per tante famiglie è il nido a cui tornare, la roccaforte in cui sentirsi al sicuro. Zero ragiona sulle radici e sul senso di collettività partendo dalla casa, da quel luogo a cui sentiamo di essere legati e che, per Omar, non è mai esistito. Non basta l’affetto della sorella o un tetto offerto dal padre. Perdere la madre da piccolo e sentirsi costantemente fuori posto ha sortito nel protagonista la decisione di andare via, di non curarsi di ciò che, in caso, avrebbe lasciato dietro. La fine della sua vecchia vita sarebbe stata segnata dall’addio a un quartiere che non aveva mai veramente sentito suo e che percepirà invece come essenziale proprio quando rischierà di perderlo.

Una riflessione, quella che Zero applica, la quale estende il concetto di appartenenza allargando il cerchio del semplice Barrio cantato nel 2019 da Mahmood, il quale in occasione del rilascio della serie si offre per un brano originale dal titolo omonimo, una canzone contenuta nelle puntate a sottolineare il discorso che il prodotto vuole avanzare. Ponendo lo sguardo dello spettatore a favore di quello del protagonista, ragionando insieme a lui sulle implicazioni del veder distrutto il proprio quartiere e l’importanza di difendere la propria casa, Zero funge da cartina tornasole di un pregiudizio e un’ostilità fintamente patriottica che non comprende l’essere tutti cittadini della stessa terra. La questione razziale manifesta l’altra faccia che poco – se non mai – era stata mostrata nel Belpaese, quella di chi sulla penisola è nato e la considera il proprio porto, culla da non dover lasciare anche quando sembra lei stessa a non volerti far restare.

zero Netflix

Le ingenuità della narrazione e del tono di Zero 

Nell’originale Netflix il sociale trova mescolanza con il fulcro familiare, non solamente quello dei propri fratelli o genitori, ma di quegli amici che diventano, al pari del quartiere, condizione per cui sentire di dovere e poter lottare. La minaccia in Zero però non rimane solamente di carattere civico, ma struttura il proprio racconto in base agli interessi di criminali da dover sconfiggere e l’utilizzo del potere di Omar da usare per portare a compimento la missione. La narrazione rimane tuttavia lacunosa, sia per quanto riguarda lo spirito d’intrattenimento, sia per gli snodi a cui è sempre più difficile credere man a mano che si arriva alla fine. 

Dalla scoperta del trucchetto dell’invisibilità alle strategie per mantenere salvo il quartiere, Zero dà solamente una bozza di quello che sarebbe voluta essere la serie, rendendo ogni volta meno giustificabili le sbavature e facilonerie di una storia che, come i suoi personaggi, mette tutta l’intenzione possibile, ma non riesce a soddisfare a pieno. Una produzione fruttata a metà a cui si perdona un’ingenuità generale, ma di cui è infattibile non considerare le debolezze e le conseguenze che queste accumulano nello scorrere della serie.