Il cattivo poeta è un’opera che, mentre cerca di riflettere sulle proprie prese di coscienza, descrive il Vate Gabriele D’Annunzio

Sinossi di Il cattivo poeta:

Il giovane federale Giovanni Comino (Francesco Patanè) viene incaricato di controllare il poeta Gabriele D’Annunzio (Sergio Castellitto), da prima fedele al fascismo e nel tempo sempre più ostile alla figura di Mussolini. Affiancando il Vate, per Comino si aprirà un nuovo mondo fatto di riflessione e resistenza, che metterà in crisi i suoi ideali.

Recensione di Il cattivo poeta:

Tutto ad un tratto la pandemia ci ha impedito di andare al cinema. Le sale sono state chiuse, i film lasciati in sospeso. Poi le riaperture, nuove speranze. Tentativi tiepidi tra pellicole in uscita e festival svoltisi in sede, quasi un ritorno alla norma che l’estate ci ha donato, per ricadere poi nel baratro. Nel panorama italiano è un’opera come Il cattivo poeta ad essere rimasta sulla soglia ad aspettare più volte l’entrata, sempre in bilico soprattutto in quell’ottobre 2020, quando alla pellicola mancavano solo poche settimane prima di vedere la luce del proiettore. I cinema sono però stati richiusi e l’industria è tornata a fare i conti con le proprie possibilità distributive, rivedendo le strategie di lancio e cercando di non lasciare i propri spettatori senza film originali per quelli che si sono poi rivelati sette lunghi mesi di visione domestica. 

Il cattivo poeta è rimasto lì ad aspettare, silente seppur come un’ombra incombente nel cinema italiano, con quel peso portato sulle spalle dalle opere che sanno il valore che potrebbero rappresentare per la filmografia nostrana e che aspettano solamente il momento per dimostrarlo. Responsabilità di cui si prende carico Gianluca Jodice, regista e sceneggiatore di un biopic che, nella penombra del proiettore in sala, fa rivivere come dei fantasmi le figure storiche di un’Italia alle porte di un secondo conflitto mondiale. Storie di un fascismo di cui l’opera ha due facce, quella di colui che lo ha rinnegato e di chi è pronto a dubitarne.

il cattivo poeta

L’innocenza di Patané e la sostanza di Castellitto

Gabriele D’Annunzio ne è il perno, lo spirito guida, stordito dalle strisce di cocaina e dalle tentazioni sessuali che lo rendono prigioniero per giorni nelle proprie stanze, ma che riesce a prevedere chiaramente i disastri di un’Italia presieduta da Benito Mussolini e il suo andare a legarsi ai tentativi di conquista della Germania. Un poeta che è stato cardine per un pensiero fascista machista e belligerante, che nella guerra vedeva il bello dell’azione e il temperamento degli uomini. Vate però diverso, quello de Il cattivo poeta, che negli ultimi anni della propria (r)esistenza non si redime per il proprio passato, ma cerca altresì di cambiare i contorni che la Penisola potrebbe intraprendere nel futuro. 

Alla disillusione novecentesca di uno scontro militare che è breve dall’arrivare cerca di porsi contrario il giovane federale Giovanni Comini, il quale si fa prestare la fisionomia innocente e intaccata dall’indicatissimo Francesco Patanè. Volto di un giovane in guerra, ma che la guerra non era così che se la era immaginata; descrizione questa di un d’annunziesco Sergio Castellitto, glabro nel capo per richiamare immediatamente all’immagine del poeta italiano. Quasi disegnato, tratteggiato a dovere nel viso e nel fisico, Patanè è la giovinezza vigorosa seppur bonaria ammorbidita non solo dalla descrizione del suo personaggio che va mutando nel corso dell’opera, ma da una luce che ne disperde i contorni come andranno a sbriciolarsi gli ideali in cui credeva l’uomo. Un attore la cui delicatezza è sempre onesta, sincera, necessaria per questo federale ricoprente un ruolo di potere che del potere, però, non ha mai capito la vera fattezza. Un discepolo, quasi; l’aspirante seguace di un poeta che doveva solo controllare, finito poi a diventare misuratore della propria bussola morale.  

il cattivo poeta

Gli insegnamenti della conoscenza ne Il cattivo poeta

Aggirandosi nelle stanze di un Vittoriale che si è aperto per le scenografie di Jodice, intento a far vagare D’Annunzio come sola anima per i corridoi di una ricchezza mozzafiato, Castellitto è al contrario concretissimo seppur anche lui soffuso nella fotografia di Daniele Ciprì. È sostanza nell’offuscamento, è profezia nell’accecamento del partito. È il dislivello tra il Vate che ha conquistato Fiume e se lo è visto sottrarre e un federale ancora agli inizi che ha l’umiltà di saper dubitare dei suoi stessi principi. Il cattivo poeta è la storia di una presa di coscienza che ammonta pian piano, di una consapevolezza che viene spalancata dalla conoscenza e che si infonde nel personaggio di Comini come nello spettatore che lo accompagna. Non è pellicola storica in assoluto, non è concentrato di filologia di un pensiero politico e la maniera di cambiarlo sistematicamente. Il film di Gianluca Jodice è la trasformazione che arriva quando ci si lascia affiancare dai maestri. Quando si riesce a lasciarsi inebriare dal loro mistero, quanto mai lucido e rivelatore anche quando appare confuso e stanco.

Proprio come un’opera già grande, Il cattivo poeta ha un portato classicheggiante che ne fa pellicola d’altri tempi e in quei tempi catapultata. Un’architettura che è terza protagonista nel film di Jodice, predominante nel muoversi incerto di questi personaggi, a confessare la tenuta che manterrà in eterno mentre uomini, politici, partiti e società sono destinati invece a scomparire, a passare. Ma i poeti no, i poeti rimaranno e così la spiritualità del loro pensiero, delle parole da loro dette, scritte, sussurrate. Luoghi che si permeano di artisticità per un’Italia ricostruita a rappresentare la mestizia di uno dei periodi più neri della propria Storia. Un film denso Il cattivo poeta, delle ansie di una morte che incombe, di una purezza destinata a macchiarsi. Di un anfiteatro non ancora finito, di una Regia Marina rifugio in cui meditare. Ma, soprattutto, di un Paese che alcuni individui hanno salutato da un balcone, chi deciso a mandarlo al macello, chi invece desideroso di innalzarlo e proteggerlo fin proprio alla sua fine.