Dal 26 maggio arriva su Netflix il biopic Il Divin Codino, film su Roberto Baggio scandito da tre momenti dolorosi della sua carriera

Sinossi de Il Divin Codino:

Roberto Baggio (Andrea Arcangeli) è una delle figure più amate della storia del calcio. Il film di Letizia Lamartire ripercorre tre dei momenti più difficili del giocatore, concentrandosi sul suo desiderio di vincere ai mondiali, sull’importanza della sua famiglia e il rapporto col padre.

Recensione de Il Divin Codino:

Si dice: l’uomo dietro il mito. Tantissime pellicole hanno voluto, nella descrizione dei propri protagonisti, plasmare una figura che fosse quella dell’individuo privato a fronte della messa in scena del personaggio comune che ognuno aveva conosciuto attraverso la costruzione di un immaginario condiviso. L’uomo dietro al mito è una forma di impalcatura che ha aiutato il cinema e le altre arti ad amare o disprezzare la personalità dietro al lustro, l’animo dietro all’apparenza, facendo dei gesti e dei miracoli di tali leggende del semplice materiale da cui partire per scovare affondo un’umanità che ci accomuna tutti e che rendeva quei singoli, quegli esseri a un passo da Dio, più vicini a noi umani.

Si potrebbe pensare che Il Divin Codino sia l’operazione del “l’uomo dietro al mito” per la produzione di Fabula Pictures e la distribuzione sulla piattaforma Netflix sul calciatore “predestinato” Roberto Baggio. Che sia il modo, quello della regia di Letizia Lamartire e degli sceneggiatori Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, di far specchiare lo spettatore nella persona che è e che è stata Baggio, non nel piede benedetto che lo ha contraddistinto. E invece, contro qualsiasi previsione, Il Divin Codino non solo cerca di evitare lo stereotipo del biopic “privato”, ma utilizza elementi cardine dell’esistenza dell’uomo e calciatore per innalzarci attorno un racconto di pura materia narrativa.

il divin codino

Le tappe di un eroe calcistico 

Nella più lineare delle scritture, nel più chiaro degli edifici filmici montati su di uno script semplice e ridotto all’osso, il film di Lamartire fa di pochi sbocchi fondamentali della carriera di Baggio un intero racconto, che cerca in quei perni dell’esistenza dell’uomo il modo per rispettare quello che è da sempre stato il tipico viaggio dell’eroe. Le tappe sono evidenti fin dal principio, lo schema si ripete pedissequamente e con lode di intenti. È una storia di destino, ansie, cadute – molte cadute. Di picchi, di smarrimento, di euforia. Di una chiusura che svia dalla classica bella fine propriamente intesa, che al suo protagonista non fa certo segnare quel clamoroso rigore nei mondiali del ’94, ma che gli ricorda cosa ha significato per i suoi tifosi non solo in quel momento, ma nella sua intera carriera.

È una maniera misurata quella che è stata scelta per raccontare il talento di un uomo designato a diventare un campione, al quale gli eventi hanno riservato il tocco meno convenzionale per dimostrarlo. Certo compiendo prodezze sul campo, mettendo la palla in rete con una grazia che hanno solo coloro graziati da un talento, appunto, “divino”. Ma “forse è proprio perché tu quel rigore lo hai sbagliato che tutti ti amano” gli rivela la moglie Andreina, sottolineando come gli eroi non sono, per noi, solamente quelli che ce la fanno, bensì coloro che continuano a lottare. 

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Te li vinco io i Mondiali papà

Il Divin Codino si riduce così a film in atti dove ogni cambiamento viene posto a stravolgimento e ribaltamento del percorso calcistico dell’atleta italiano. Un racconto che porta sull’erba sintetica un giocatore descritto attraverso il rapporto famigliare e un egocentrismo posto a confronto con il bisogno di rispettare un ideale, di raggiungere uno scopo prefissato, di vincere quei Mondiali contro il Brasile come aveva promesso quando aveva tre anni al padre. È l’essere al centro del campo come non si era mai sentito invece nella sua famiglia natale. Di un sostegno unico e di una fiducia smisurata da parte di quest’ultima, ma al contempo il costante conflitto col genitore Florindo (Andrea Pennacchi) che nell’essere così duro e privo di carezze gli ha insegnato a non smettere di spingersi mai oltre quello che si poteva desiderare. 

Sono proprio le sequenze tra Andrea Arcangeli, il Baggio dell’occasione, e Andrea Pennacchi quelle più intrise di un’emotività che va a motore delle determinazioni e dei risultati del calciatore. Un rapporto che viene descritto con poche scene di dialogo, con conversazioni mai appesantite dall’esplicazione dei propri pensieri, rancori, sentimenti, eppure una relazione padre-figlio dove c’è tutto. C’è l’obiettivo di Roberto Baggio, il suo modo di comportarsi, di correre come una furia in campo. C’è il bisogno di non venir oscurato, lui che aveva sette fratelli e ha cercato sempre su tutti di prevaricare. E così nella vita calcistica, per rivelarsi al padre, ma forse anche un po’ per se stesso.

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Il Divin Codino è l’opera per chi ha ammirato Baggio e non vuole smettere di farlo

Arcangeli, che giovanissimo ripercorre diversi stadi dell’esistenza di Baggio, manifesta a propria volta una capacità camaleontica che non deriva solamente dall’assimilazione delle movenze e della parlata del calciatore, ma dall’appropriarsi di uno stile e di un’attitudine in cui si è calato completamente, dimostrando a propria volta il suo di talento. A contornarlo interpreti che lo eguagliano nelle loro veritiere performance e che portano a congratularsi con la direzione impeccabile della loro regista Lamartire, che rende Il Divin Codino il film di ognuno di questi personaggi, di un costellazione attorno a Roberto Baggio e che ha contribuito a foggiarlo

Scegliendo di svincolarsi dalla riproposta dell’intera carriera del giocatore, facendo del proprio biopic la versione più cinematografica possibile, Il Divin Codino fa della propria storia di resistenza il più bel riconoscimento nei confronti di uno degli idoli del calcio nostrano. Un omaggio che riconferma come non è stato il Baggio delle azioni eclatanti quello che ha fatto innamorare milioni di persone, ma quello degli errori, delle incertezze, mescolate però a un profondo rispetto per il proprio mestiere e, soprattutto, per quella maglia azzurra rincorsa e rincorsa una volta ancora. Un’opera per chi non smette di commuoversi pensando a questo grande calciatore. E per chi non vuole farlo.

Volete scoprire di più sulla lavorazione de Il Divin Codino?

Leggete qui le dichiarazione di Roberto Baggio