Rinvii di data, reshoot, scomparsa da tutti i radar: La donna alla finestra arriva dal 14 maggio su Netflix e incarna tutti i nostri timori

Sinossi de La donna alla finestra:

Anna (Amy Adams) soffre di agorafobia e da un anno non esce di casa. La donna inizierà a passare diversi giorni davanti alla finestra di casa e, un giorno, assisterà a un delitto. Quando cercherà di riportare l’omicidio alla polizia, scoprirà che le cose sono diverse da come sembrano…

Recensione de La donna alla finestra:

C’è una regola non stabilita, ma che si ritiene veritiera ogni volta, ossia che quando un’opera ha problemi di produzione difficilmente finirà per essere un buon film. Non capita sempre, non è un destino predefinito. E non è nemmeno detto che un piccolo intoppo debba necessariamente intaccare l’intera macchina di un lavoro intenso e ragionato. È vero anche che quelli di La donna alla finestra di Joe Wright non sono stati certo segnali d’allarme da poco. Se l’assemblaggio del film è stato impegno travagliato per il regista e la crew, a mettersi di mezzo è stata una brutta accoglienza nei primi test screenings e il bisogno di rimboccarsi le maniche per dei nuovi reshoot che aggiustassero il tiro per il mancato apprezzamento.

Da qui il primo slittamento di data, l’assenza totale del film da qualsiasi radar, fino alla ricomparsa per la cessione dei diritti alla piattaforma Netflix, che ha deciso di rilasciare il film come suo originale. Un percorso apparentemente calcolato per far parlare il meno possibile di sé, comunque esplicativo soprattutto se si vanno ripercorrendo con la mente le dicerie che avrebbero voluto addirittura La donna alla finestra al Festival di Cannes dello scorso anno (prima che venisse annullato) e la sua improvvisa scomparsa per gli svariati mesi a venire. 

Se quindi non c’è maledizione che tenga e ogni film intraprende un iter personale che non si predispone obbligatoriamente al disastro, da aggiungere sono anche le critiche assai tiepide ricevute dal romanzo di riferimento ai tempi della sua uscita, scritto da A. J. Finn e pubblicato nel 2018. Ma anche qui la preoccupazione deve porsi come circostanziale: Alfred Hitchcock era solito basare i propri racconti su romanzi che non avevano alcuna valenza letteraria, trovando che da un materiale di partenza grezzo si potesse tirarne fuori la punta di diamante. E di Hitchcock ne La donna alla finestra c’è tanto, tutto. Ci sono i frame iniziali di un film che passa in televisione, il riferimento nel titolo che porta la propria protagonista a spiare nella casa dei vicini un delitto avvenuto in diretta. Non un caso, non un momento di sfuggita.

la donna alla finestra

Il preludio di una catastrofe annunciata

Se il Jeff di James Stewart ne La finestra sul cortile era costretto dentro casa su di una sedia a rotelle e una gamba ingessata, con il solo intrattenimento derivante dall’osservare la vita dei condomini del palazzo di fronte come contenuti in tanti piccoli schermi cinematografici, la Anna di Amy Adams soffre di un’agorafobia acuta che le impedisce di uscire dall’edificio. La curiosità, definita tale dallo psicologo della donna, diventa ossessione quando la protagonista vede assassinata una persona che sembra non essere mai esistita. Ma lei lo sa, sa cosa ha visto. Sa che il marito della donna uccisa è un violento e che il figlio è in pericolo. Rinchiusa nella propria casa, Anna fa dello spionaggio la maniera per riparare un trauma, quello che forse le permetterà di fare un passo fuori dalla propria dimora o che, al contrario, potrebbe inchiodarla per sempre.

La ripresa dei grandi classici della cinematografia mondiale non è però il problema de La donna alla finestra. Non il solo, non quello predominante. La verità è che per quanto si voglia sempre augurarsi il meglio per una pellicola, soprattutto quando questa ha alle spalle la conoscenza e la mano di un autore come Joe Wright, la storia sembra essere già stata scritta e, così, la catastrofe globale dell’opera. Quello che più, infatti, si sente della regia de La donna alla finestra, è l’estrema discrepanza tra un’idea di cinema che non appartiene al proprio regista e la messa in pratica di soluzioni che non gli si confanno per stile e soluzioni.

la donna alla finestra

Joe Wright e la perdita dell’identità con La donna alla finestra

L’eleganza di Joe Wright, che permea intrinsecamente la sua filmografia anche nelle opere meno riuscite, è messa al servizio di un’eccentricità che viene percepita come la spinta propulsiva al voler osare. Designata così a finire come ogni qualvolta qualcosa di raffinato tenta di essere sfacciatamente azzardato, non macchiandosi però di amabili note camp, bensì svilendosi nel più kitsch degli esperimenti. Wright soffre di perdita dell’identità con un thriller che vagheggia tanto da attingere da atmosfere che captano un sentore di Charlie Kaufman nella sua versione Sto pensando di finirla qui, fino a concludersi con picchi horror erroneamente giostrati che evidenziano tutta l’incomprensione del regista verso tal genere. 

Gli inserti visuali montati, le arzigogolate ruotate della camera, l’incomprensione del tono che si vuole dare alla propria pellicola, non rendendola uniforme e direzionando malamente anche le intenzioni e le performance degli attori, esplicitano il desiderio vano di Joe Wright di fare di una storia insignificante un giallo dall’intelligenza classicheggiante. Un gusto retrò riportato al moderno che trova presa solamente nella tinteggiatura della vernice delle pareti della casa della protagonista Anna, colori sgargianti tornati in auge in quegli anni Cinquanta de La finestra sul cortile, dove il technicolor occupava buona parte della retina oculare per attrarre e conquistare lo spettatore. 

Lì dove la narrazione de La donna alla finestra non poteva venir migliorata dalla sceneggiatura di Tracy Letts, si sperava quanto meno nella squisitezza delle carezze registiche di Wright o nella grazia delle sue composizioni. È invece un film terrificante quello che Netflix ha acquistato e che si staglia come ultima produzione dell’ormai acquisita 20th Century Fox, dove l’ingenuità del suo avvio non può venir condonata se posta in prospettiva all’indecenza perpetrata che affligge il terzo atto. Un’opera posticcia dove lo sguardo al passato è un omaggio indecente e disonestamente applicato, imbarazzante per la sua iniquità. 

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