Tra spiritualismo e horror, destino e thriller, L’apparenza delle cose mescola una storia di dannazione che va dal passato fino al presente

Sinossi de L’apparenza delle cose:

Catherine (Amanda Seyfried) lascia il suo lavoro e il suo appartamento per seguire la carriera da professore del marito George (James Norton) in campagna. La casa ottocentesca in cui andranno ad abitare sembra però contenere gli spiriti dei suoi precedenti padroni, per un destino che sembrerà abbatersi sempre uguale anche sulla famiglia della donna.

Recensione del film L’apparenza delle cose:

Dopo non aver vinto quello che sarebbe potuto essere un meritatissimo Oscar per il film Mank, Amanda Seyfriend torna sui canali di Netflix per l’ingarbugliato L’apparenza delle cose. Film diretto da Shari Springer Berman e Robert Pulcini, anche sceneggiatori dell’opera, la pellicola è tratta dalla novella di Elizabeth Brundage del 2016 All Things Cease to Appear, molto più vicino al corrispondente italiano piuttosto che all’originale Things Heard & Seen. Perché l’apparenza è esattamente il fulcro della pellicola. Della storia, dei personaggi, della sua stessa struttura.

Partendo come un horror che si avvale degli stilemi del genere per declamare la presenza di indefiniti spiriti all’interno della nuova casa di campagna dei protagonisti Amanda Seyfried e James Norton, è con i toni di un drammatico ghost movie che il lavoro procede sino all’arrivo della svolta thriller finale. Quell’apparenza che fa credere a spettatori e personaggi che il pericolo è ciò che non possiamo vedere chiaramente, quando invece è qualcosa di estremamente reale, sempre stato lì palesato davanti ai nostri occhi. Un connubio di stili che sposta i contrasti e le atmosfere del film nel suo divenire, mutando e cambiando pelle mantenendo precisamente la direzione da voler delineare, meno convincente quando si esce dall’astratto e si osserva il computo generale. 

l'apparenza delle cose

Il manicheismo degli spiriti

Con l’intenzione di raccontare la spiritualità e come questa crea un ponte tra ciò che è venuto prima e coloro che sono vivi adesso, la storia della protagonista Catherine (Seyfried) apre una via di transito per le anime del passato che tornano a popolare la sua nuova casa. Presenze che inquietano al principio, solo per dare conforto poi. Persone ormai andate che si manifestano per indurre, proteggere, infondere sicurezza e infliggere terrore. Spiriti che prosperano nel bene, ma possono diventare omicidi lì dove si insinua il male. Una doppia natura che si tramanda da decenni in decenni facendo di quella medesima casa un focolaio in continua lotta, dove prima o poi sarà fatta giustizia.

Nell’evocare un tipo di spiritualità molto manichea, L’apparenza delle cose incuriosisce lo spettatore e lo intriga in quanto di fronte a una prospettiva differente con cui guardare al mondo dell’aldilà. Non sono anime necessariamente maligne quelle che infestano le case costruite nel ‘800, non sono padroni che vogliono solamente dominare e soggiogare i nuovi arrivati. Gli spiriti sono estensioni delle personalità, sono letteralmente gli antenati di coloro che calpestano il terreno nel presente, diventando quest’ultimi emanazione ed espansione di coloro che hanno vissuto prima di noi. Un unico grande filo che collega tutti, che unisce universo terreno e ultraterreno e in cui i singoli possono trovare i propri corrispondenti tra ora e passato.

Una filosofia, quella espressa ne L’apparenza delle cose, che si concentra molto sull’indagine spirituale che vede i propri collegamenti tra letteratura, pittura, religione e storia, maneggiati affinché si adattino ai modelli di un racconto filmico che sfrutti le loro suggestioni per emanarne i misteri. I destini di tutti i proprietari della casa si mescolano insieme per un ripetersi all’infinito, per un moltiplicarsi, propagarsi, accumularsi in un continuo che, ad ogni nuova anima, stabilisce un legame sempre più forte. Un’opera che cerca di cancellare qualsiasi confine tra questo mondo e quell’altro, ma che sprofonda negli inferi della mediocrità a causa della propria fattura. 

l'apparenza delle cose

Un terzo atto da…brividi

Il misticismo de L’apparenza delle cose si svincola dal concettuale per farsi opera cinematografica in sé ed è nell’incapacità di incanalare a sufficienza la trascendenza del materiale narrativo che il film depotenzia qualsiasi suo ascetismo, sminuendolo e rendendolo quasi vacuo nell’adattarlo alla storia. Se i cardini sono quindi accompagnati da quella profondità spirituale che sarebbe potuta essere la fiamma a faro dell’opera, è al contempo la regia a concedersi arabeschi e manierismi che ridicolizzano gli intenti del film, assente quando la calma è piatta all’interno dell’opera e pessima quando cerca di apportare la sua artisticità. 

Una bizzarria che l’ultimo atto racchiude e sostiene anche a causa di una fine irrisoria, che nel giro di una manciata di minuti riesce ad affossare il risultato modesto, ma fino a quel momento non eccessivamente scadente di tutta la pellicola. E non si tratta della prevedibilità dei rovesciamenti conclusivi o il raggiungimento di un metafisico che trionfa, bensì di una terribile mancanza di gusto che va dalla regia sconsiderata a una prosa didascalia alquanto imbarazzante, dove qualsiasi prospettiva – orrorifica, thriller, drammatica – viene traghettata ai confini del pasticcio. Come Caronte sulle acque del fiume Stige conduce le anime al riposo eterno, così L’apparenza delle cose spalanca i cancelli della dannazione, quella riservata ai suoi protagonisti e al loro film.