Panic è la serie teen di Amazon Prime in cui dei ragazzi si sfidano in un gioco per nulla intrigante in una cittadina americana

Puntare su il teen drama è perlopiù una mossa vincente da parte della serialità, passata e contemporanea. È pur vero che è stato Netflix a spargere il carburante per la miccia giovanile da inserire insistentemente nelle sue serie, alcune bruciatesi troppo presto non conquistando l’interesse del pubblico, altre riuscite a far cuocere lo spettatore a fuoco lento. Non è però soltanto la piattaforma ad aver accesso un faro illuminato a giorno sulle narrazioni che coinvolgono le nuove generazioni, genere che ha comunque da sempre invaso il panorama audiovisivo e che ha segnato alcuni dei prodotti più incisivi del palinsesto televisivo. 

A tentare per la seconda volta con una formula che, dunque, sembra riuscire a suscitare solitamente dei discreti risultati anche nei casi meno fortunati, è Amazon Prime Video. Reduce dalla poca pubblicità e sponsorizzazione della serie The Wilds, pur essendosi quest’ultima aggiudicata una seconda stagione sulla vetrina streaming, la piattaforma punta questa volta sul lavoro di Lauren Oliver, che prendendo spunto dal suo romanzo del 2014 sviscera la storia della protagonista Heather Nill e dei suoi compagni nella serie thriller Panic.

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Il gioco più noioso al mondo

Un incipit interessante, uno svolgimento deleterio per la protagonista e il suo circolo di conoscenze. In un ambiente cittadino ristretto, in una piccola comunità in cui non sembra succedere mai nulla, è l’estate l’unico momento in cui i giovani di Carp possono realmente sentire un brivido grazie alla tradizione del gioco Panic. Coloro che si sono diplomati, pronti a spiccare il volo sperando di farlo il più lontano possibile. I ragazzi devono affrontare una serie di prove terribili e pericolose che, nel corso degli anni, hanno mietuto anche diverse vittime. È con il peso della morte di due ragazzi l’estate precedente che Heather (Olivia Welch) e i suoi amici affronteranno il gioco, volenterosi di poter trovare una maniera di poter lasciare la loro cittadina e scoprendo indicibili verità sui suoi abitanti.

Applicando alla fittizia calma di un contesto periferico il tumultuoso sottobosco delle sregolatezze giovanili, Panic assembla insieme degli stilemi solitamente funzionali se combinati attraverso il disvelamento di un marciume che si nasconde sotto gli occhi di tutti attraverso un’apparenza finta e bugiarda. Un silenzio, quello che scende durante l’anno tra gli abitanti di Carp, che sopprime l’urlo delle irregolarità e delle violenze che, in verità, anche in quella città vengono perpetrate. Un male che agli occhi dell’opinione comune sembra provenire proprio da quella sorta di passaggio rituale dei giovani e delle loro sfide intraprese con Panic, in realtà ben più radicato e instabile di quanto si possa pensare.

Panic ha così il mistero che i sobborghi americani possiedono quasi come alone naturale, ma che rimane mal utilizzato nella creazione di una suggestione che non appartiene, infine, né alla messinscena del gioco, né alla sensazione che riesce a smuovere nel pubblico. Una conoscenza delle potenzialità di determinati temi e composizioni tra quest’ultimi che non veicolano in alcun modo né l’appiglio che la serie dovrebbe riuscire a stuzzicare, proprio grazie all’intrigo del gioco e dei suoi livelli sempre più rovinosi, né le sue possibilità interne, rendendo quello di Panic il torneo più noioso al mondo a cui ci sarebbero mille e più motivi per cui non partecipare. Compresi gli spettatori. 

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La totale immobilità di Panic

La tensione che un’operazione basata su adrenalina e indagini dovrebbe provocare si perde negli infiniti dialoghi senza direzione e nelle riflessioni reiterate e inconcludenti affidate ogni qualvolta ai diversi personaggi. Un’attenzione che la serie va ponendo più sui rapporti interpersonali dei protagonisti che, bloccando in questa maniera tutta la narrazione, non permettono al racconto di avanzare, dando così vita a un attrito dall’effetto immobilizzante. Non solo quindi del gioco in sé se ne vede ben poco, ma quello che viene offerto è talmente diluito da conversazioni infruttuose e da un avanzamento zoppicante da plasmare così una bolla in cui il prodotto nasce, cresce e muore non generando alcun tipo di presa o concentrazione, di ansietà o apprensione.

Un’operazione che si accartoccia completamente su se stessa quella gestita dall’ideatrice Lauren Oliver, che rimane circoscritta puramente alla partecipazione dei suoi personaggi e all’estraneità del loro pubblico. L’esposizione continua di giochi sciocchi o privi di una vera pericolosità, distesi anche questi e assolutamente poco avvincenti, fanno perdere da subito alla serie l’essenza stessa della sua esistenza. Sfide che non hanno solo stancato la cittadina in cui vengono svolte, ma che non acquistano mai la curiosità del pubblico, facendo perdere qualsiasi scommessa alla serie fin dalla sua partenza.

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