Lasciando fuori gli scandali, Woody Allen dirige la sua ultima pellicola Rifkin’s Festival: tutto il sentore degli anni che avanzano e del cinema vissuto 

Sinossi del film Rifkin’s Festival:

Mort Rifnik (Wallace Shaw) accompagna sua moglie Sue (Gina Gershon) al festival del cinema di San Sebastien, dove la donna segue il giovane regista Phillippe (Louis Garrel) come ufficio stampa. Mort è convinto che la moglie abbia una storia con il suo cliente e, mentre i due sono impegnati tra proiezioni e interviste, l’uomo girerà per la città mosso dalla sua ipocondria, dall’incontro con una donna e dai suoi sogni e incubi sul cinema.

Recensione del film Rifkin’s Festival:

Rifkin’s Festival è l’opera della senilità di Woody Allen. Si possono cogliere gli arrivi di una vita e di una carriera nel film del cineasta newyorkese, tutta la gravosità di un’esistenza buttata giù da un dirupo dopo il ritorno in auge dello scandalo con la figlia Dylan Farrow e le ristrettezze produttive che ne sono derivate, andate ad incidere sia finanziariamente che artisticamente sulle possibilità creative del cineasta e del suo solito film annuale. Prima dell’annuncio di una pausa per un autore pur sempre nel pieno dei suoi più che ottant’anni, Allen ha avuto occasione di girare in un posto che ancora lo apprezza con attori e maestranze che non l’hanno ad oggi ostracizzato, dalla fedeltà di alcuni interpreti come il suo Wallace Shawn protagonista alla congiunzione tecnica e fidelizzata di un direttore della fotografia quale Vittorio Storaro.

L’opera ultima di Woody Allen – forse per sempre? – ha dunque un portato problematico quanto interessante visto che rende possibile l’osservazione sia di un’operazione venutasi ad assemblare con le ristrettezze e lo sfavore di Hollywood, sia di una narrazione che ne descrive non lo stato d’animo per il voltafaccia subito, bensì per una fine che soccombere e avanza. Mentre il panorama americano e mondiale infiamma aizzato ancor più dalla serie documentaria Allen v. Farrow, l’autore reagisce non curandosi delle dicerie, accuse, indagini e stigmatizzazioni che il popolo e il popolare riversano, non adottando il proprio cinema ad arena di difesa o ad un palcoscenico su cui auto-plocamarsi innocente, gestendolo invece ancora una volta nel pieno dei suoi soli piaceri. Quello che Woody Allen riporta in Rifkin’s Festival è comunque qualcosa di incredibilmente attinente al periodo esistenziale che l’uomo/autore sta vivendo, specchio di un trascorso inevitabile e metabolizzato all’interno di un’opera che ne delinea il raggiungimento e le criticità.

rifnik's festival

Rifkin è Woody Allen

È la vecchiaia la costante taciuta, ma presente nel film ambientato durante il festival del cinema di San Sebastián, sempre stato leale al lavoro di Woody Allen. È quella che l’autore non può nascondere e non vuole farlo, mai esplicitata eppure chiarificatrice degli intenti dei suoi personaggi e dell’atmosfera tutta, che nel ripercorrere le passioni di un protagonista, che sono quelle del suo burattinaio-regista, ne delinea il percorso intrapreso e la meta raggiunta. Rifkin, come la maggior parte della filmografia del cineasta, è Woody Allen. È l’aria da snob riconosciuta e nonostante questo mai smussata. È la fascinazione per delle donne più giovani (seppure qui già adulte e mature, per evitare qualsiasi accusa) e l’ammirazione per la loro attrattiva. È l’amore per il cinema che sa essere indipendente dalla realizzazione o meno di una grande opera, rimanendo più sull’ammirazione che sulla voglia di essere a propria volta ammirato, sull’amare l’arte piuttosto che venirne considerato al pari.

Rifkin’s Festival è la panoramica su un’industria in cui Allen non si è mai sentito particolarmente a proprio agio, ma che non per questo ritrae con asprezza o disprezzo. È il riflesso di un circolo di intellettuali, di interviste insostenibili, di party e proiezioni da non poter saltare, quando l’unico desiderio è semplicemente poter disquisire per ore sulla grandiosità della monografia di Truffaut. Non c’è sferzata, non c’è satira. È la placidità di un uomo arrivato ad una veneranda età che cerca di descriversi ancora una volta e lo fa con la leggera pesantezza degli anni, delle esperienze cinematografiche provate, del fatto di essere ormai fuori dai giochi eppure non per questo rancoroso verso un mondo che, per la sua intera vita, è stato il suo. 

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Rifkin’s Festival: un viaggio nei ricordi e nel cinema

Ripercorrere e modellare sui sogni e gli incubi del protagonista i classici di Fellini e Bergman, di Godard e Buñuel è un modo per Woody Allen di ripercorre la sua stessa infanzia, giovinezza, età adulta. È l’elaborazione di quello che ha attraversato nel passato e delle sue aspettative funebri per il futuro. È una donna da spiare mentre ha accanto a sé un cestino di fragole e la Morte che su di una spiaggia attende la sua partita a scacchi. Allen ha lasciato fuori il contesto, le persone e gli ingranaggi che lo hanno declassato (Giustamente? Ingiustamente? Non è questa recensione la sede in cui dibatterne), ed ha inserito i suoi gusti, le passioni e gli anni che ha trascorso plasmandoli a propria volta. 

Visibilmente modesto e dalla scrittura di un cineasta di cui si intravede ancora la brillantezza seppur offuscata da una coltre opaca, Rifkin’s Festival è un’opera modesta raffreddata dal processo mediatico e sociale del suo regista. La pellicola è però anche, e soprattutto se si guarda solamente al racconto, la storia di un autore alle sue battute finali, la stanchezza giustificata di un uomo e artista al suo viale del tramonto. Rifkin’s Festival è un film con cui Woody Allen non manca di ricordarci che lui il cinema lo ha avuto sempre dentro e che, qualsiasi cosa ne sarà di lui, è così che lo ha vissuto.