Thomas Vinterberg sa come rendere le sequenze iniziali e finali dei suoi film l’essenza stessa di un’opera. Vediamo come fa con Un altro giro.

Thomas Vinterberg sa come scrivere il finale di un film. Un altro giro ne è la prova, ma più volte nel corso della sua filmografia l’autore danese ha dato esempio di saper creare aperture e chiose in grado di racchiudere al proprio interno l’intero senso di un’opera. Un assunto che prende dalle lezioni fondamentali sui film, sulle analisi che è possibile avanzare e come concernano la comprensione e la veicolazione del tema dichiarato nel racconto. Inizio e fine le quali sono le sequenze che più accompagnano gli spettatori nel flusso temporale della pellicola, accogliendo il pubblico alla soglia di tutto un nuovo mondo che aspetta solamente di aprirsi davanti ai suoi occhi e salutandolo infine facendo in modo che non si dimentichi di lui.

Un principio, quello del chiasmo in apertura e chiusura, che Vinterberg piega perfettamente alla funzionalità delle proprie storie, riuscendo a trasformare il bisogno di esaltazione delle due scene imprescindibili nell’economia di un film l’involucro massimo della sua poeticità autoriale. Se, dunque, Un altro giro tratta dell’esperimento sociale che un gruppo di amici insegnanti applica al proprio stesso stile di vita, ossia quello di assumere sistematicamente ogni giorno un tasso fisso di alcol nelle proprie vene, la sequenza d’apertura e quella finale cercano di esporre nella maniera meno esplicita possibile, benché dichiaratamente esegetica, il cuore pulsante dell’esperienza intrapresa.

Il presupposto della sperimentazione dei protagonisti di Un altro giro è infatti il coinvolgimento totale in quella che può venir considerata una vita piena, priva dell’ansia generalizzata che spesso uomini e donne sono costretti a vivere e che inibisce ogni aspetto della loro esistenza. Una libertà che arriva, per induzione, attraverso l’assunzione di cocktail e superalcolici, i quali contribuiscono all’osservazione dei mutamenti e miglioramenti che i personaggi riescono ad ottenere. Piena anche di quelle avversità che non possono certo risolversi solamente grazie a un bicchiere in compagnia, ma possono altresì rimettere in prospettava la voglia di sentirsi vigorosamente attivi e energici nell’approccio alla vita.

un altro giro

Lo 0,5% di alcol in più nel corpo

Sintassi filmica che Thomas Vinterberg semplifica con l’inquadramento di una festa giovanile con cui spalancare le porte al pubblico per invitarlo a partecipare. Giochi, fiumi di alcol, corse e risate sguaiate, esattamente quello che manca ai protagonisti del film e che quest’ultimi tentano nel corso della pellicola di riacquistare ossessivamente. Il regista ci mostra fin da subito lo scopo da raggiungere dei suoi personaggi, lo pone come predisposizione di una giovinezza che è indubbio che questi amici hanno ormai perso, appartenente a una fase ben precisa dell’età che sicuramente è lontana dalla loro, ma può rivivere sotto diverse forme.

Nello sciogliersi dell’opera, nel districarne i nodi che l’alcol lascia in gola, Un altro giro scivola verso la sua conclusione come un frizzante calice di prosecco, fresco pur destinato ad evaporare ben presto, come il buon proposito nelle intenzioni verso l’esperimento dei protagonisti. Lo 0,5% di cui il corpo umano ha bisogno diventa presto un eccesso, un alcol che circola nel sangue e che non riporta a quella giovinezza dell’inizio, ma a un nuovo e inedito precipitare nell’abisso. Eppure, proprio quando si vede il fondo del barile, è lì che ci si può rialzare. È lì che si può ricominciare a danzare. 

un altro giro

La danza liberatoria di Mads Mikkelsen in Un altro giro

Il ballo finale di Mads Mikkelsen è la liberazione incondizionata che il film sperava per il suo protagonista, al principio incapace di relazionarsi alla sua condizione semi-depressiva in cui si trovava bloccato insieme alla sua famiglia. È l’aver compreso che, a volte, bisogna solamente lasciarsi andare. Senza programmare i propri giorni, senza dover rimanere incastrati in ingranaggi né forzatamente rilassanti, né rigidamente convenzionali. È afferrare una birra e farla volteggiare. È ricordare di quando un tempo si aveva modo e voglia di ballare, riattaccandosi ad un ritmo che non si credeva di possedere ancora. 

Se all’inizio Un altro giro si concentra su di un party di soli giovani, sul finale è Mikkelsen a ritrovarsi centro di quella stessa festività estiva-primaverile come un periodo della vita che il film vuole reiterare con il protagonista e la sua rivisitata conoscenza. L’apprendimento avvenuto nel corso del film che mostra quanto la vita possa essere strana, contorta, dolorosa. Quanto sia mesta alle volte. Triste, malinconica, nostalgica. Ma che, in ogni caso, rimane pur sempre incredibile. Bellissima, infrenabile, meravigliosa. Tutta da scuotere e da saper vivere, buttandosi a capofitto senza sapere come andrà a finire, esattamente come il frame conclusivo del film.

Un’ulteriore testimonianza della mano di Vinterberg, che se nell’incertezza del finale del suo successo Il sospetto mostrava la perpetua ripetizione dello statuto ormai di preda del protagonista, in Un altro giro ingloba tutta la prosperità che ci si augura dalla vita. Quella di cui l’opera cerca di essere inno.

Ma com’è il film Un altro giro di Thomas Vinterberg?

Per leggere la recensione del film cliccate qui!