Riemerso dagli archivi della Warner Bros dopo quasi cinquant’anni, Amazing Grace è il documentario mai più uscito della First Lady del Gospel Aretha Frankin e diretto allora da un giovane Sydney Pollack.

Sinossi di Amazing Grace:

Era il 1972 e un anno dopo aver pubblicato venti album e aver vinto cinque Grammy, Aretha Frankin si reca a Los Angeles per incidere un album completamente dedicato alle canzoni gospel cantate con il padre pastore battista nei suoi anni d’infanzia. Nell’arco di due notti in una chiesa di Los Angeles adibita a studio di registrazione, la regina del Soul incanta un pubblico di fedeli e di telecamere, lì inviate dalla Warner Bros per le riprese di un film mai uscito e diretto allora da Sydney Pollack.

La recensione di Amazing Grace

Un dono dal Cielo. Uno strumento divino nelle mani dell’Altissimo. La voce di Aretha Frankin è pura trascendenza, immateriale eppure così corporea; scolpita su immagine e somiglianza di Dio, nel senso più ampio del termine. Una cantante che si è guadagnata il ‘rispetto’ del pubblico a colpi di acuti e note altissime, segnando indelebilmente la musica black dentro e oltre i confini americani, rimanendo cristallina e potentissima anche a diversi anni della sua scomparsa.

Nel 2018 infatti, precisamente il sedici agosto, la regina del Soul si spegneva in un ospizio di Detroit a settantasei anni, lasciando quattro figli e due ex mariti, centododici canzoni incise e un’eredità immensa di riconoscimenti, Hall of Fame, lauree ad-honorem e amicizie clamorose come quella con Stevie Wonder. Quello stesso anno, finalmente e dopo un tira e molla infinito, la famiglia Franklin autorizza il regista Alan Elliott a presentare ufficialmente il suo documentario Amazing Grace al Doc NYC, dopo diversi tentativi mai andati in porto in tre delle maggiori kermesse cinematografiche come il Telluride, il Toronto e il Chicago International Film Festival. Nel 2015 la cantante di Memphis difatti, (figlia di un pastore Battista e una madre portata via troppo presto da un attacco cardiaco), a quel regista che si era impossessato del prezioso materiale datato ‘72 senza il suo benestare gli fa causa più di una volta e l’uscita del girato appartenente alla Warner Bros fino al 2007 viene acquistato dallo stesso Elliott nel tentativo di sincronizzare una buona volta video e audio.

Ostinata fino all’ultimo

Ma quello di Amazing Grace è davvero un tour de force sui generis fino all’ultimo, perché nonostante quello che il film fa scorrere sui titoli di coda, in realtà, per essere davvero misericordiosi, la direzione della pellicola distribuita dalla società di produzione Time e dalla Neon, appartiene verosimilmente a Sydney Pollack, il quale assieme ad una troupe di cameramen testimoniarono, nel corso di quelle due calde sere californiane di cinquant’anni fa, la registrazione dell’album di musica gospel più venduto al mondo che dà il titolo al film. Pollack infatti non viene formalmente accreditato, ma solo ringraziato. Tuttavia è a lui che dobbiamo la nascita di un documentario unico, un girato di non troppe ore in cui Aretha spicca come non mai in tutta la sua aura divistica e divinistica, cantando da un pulpito di una chiesa Battista il suo amore per Gesù; richiamando il pubblico fra Amen e Alleluia, e asciugandosi di continuo la fronte dal sudore, tanta era la potenza e lo sforzo di invocare la grandezza di Dio sulla terra.

Una messa celebrata in due notti accanto al coro del Southern California Choir diretto dal giovane orchestrale Alexander Hamilton e alla voce guida del pastore Clevaland; Amazing Grace ci viene restituito finalmente in perfetto sincro direttamente dai mitici e turbolenti anni ’70, quando Aretha aveva ancora trent’anni e nonostante venti album già incisi sempre circoscritta dal suo fare ritroso e malinconico – almeno fino al punto di sedersi al pianoforte ed iniziare ad incantare tutti i pubblici possibili (dagli ospiti di allora fino a quello nelle sale di oggi) con un crescendo di brani della sua infanzia, quelli intonati in salotto accanto al padre facendo appello alla forza dell’unione tra gli esseri umani verso una terra promessa da Dio, nella rievocazione sofferta dei canti afroamericani nei campi di cotone, che diedero di fatto il là per lo stile musicale della chiesa cristiano-metodista.

In sintonia con Dio, invocando la forza dal Cielo e dall’unione tra gli esseri umani

Il lavoro di Elliott e, di conseguenza del meritato predecessore Pollack, è una vera e propria seduta meditativa e religiosa a cui è difficile rimanere indifferenti, scandita da commoventi attimi d’introspezione cristiana ed esaltanti momenti di condivisione devozionale, in perfetto stile Battista per la quale, a differenza della preghiera cattolica, il contatto con Dio avviene in collettivo e in condivisione mistica a ritmo di Soul.

Nel frattempo Aretha appare una figura quasi inafferrabile ed eterea, vestita prima di una tunica luccicante bianco latte e poi da un abito verde acqua, facendo la sua entrata trionfale nella completa acclamazione del suo pubblico in adorazione, lì per tentare di afferrare “qualcosa di intangibile, come dice ad un certo punto papà C.L, cercando con le parole di descrivere quel dono divino scoperto a 6 anni nel salotto di casa. Da bambina del Tennessee a ragazza d’oro del Soul pop, fino a mito leggendario dell’intera musica mondiale, in Amazing Grace Aretha è più di una voce, è più di una sacerdotessa, contemplando Dio ad occhi chiusi e senza mai sbagliare una singola nota. Come d’altronde solo gli angeli sanno fare.