Da Luca a Soul, ma comprendendo tutti gli altri film e personaggi: come mai empatiziamo tanto con i protagonisti Pixar?

Che possa piacere o meno la storia, che si apprezzi più un titolo rispetto ad un altro, di una cosa la Pixar non sarà mai sprovvista: di personaggi in grado di scaldare il cuore. Che provengano dal Messico, da New York o da posti immaginari quale la mente e l’interiorità umana, i protagonisti fittizi della casa di animazione sanno perfettamente come fare centro nell’emotività del pubblico, che attraverso i loro occhi sente di filtrare una dimensione irreale che vuole però educare e insegnare qualcosa dell’esistenza che ogni giorno viviamo. Una connessione diretta che coinvolge in prima persona lo spettatore, il quale sente un collegamento con personaggi anche molto lontani da sé eppure predisposti ad una sovrapposizione camaleontica tra l’animosità di chi è animato sullo schermo e chi vive in carne e ossa sulla terra.

Capacità che potrebbe essere circoscritta alla qualità impeccabile degli artisti della Disney Pixar, della crescita esponenziale che ogni sua produzione fa fare alla casa di creazione di personaggi e storie, ma che affonda le proprie mani in una verità assai più concreta, appartenente ai propri lavoratori. È risaputo, infatti, che ciò che più conta all’interno di un’azienda che guarda a milioni di spettatori e di possibili mercati è sempre l’individualità del singolo. L’esperienza personale, il portato umano e di vita che l’animatore può inserire all’interno del proprio progetto, trasformandolo in materiale universale. Un’intuizione che alla Pixar ha permesso di indagare nelle profondità dei propri protagonisti perché ogni volta pieni delle paure, dei timori, delle gioie e delle consapevolezze dei corrispettivi umani. 

Luca

Luca o dell’imparare dall’amicizia

Non una ripresa fedele del loro accaduto, ma il desiderio di arrivare nelle parti più intime di loro stessi, poiché è scendendo in profondità che si scopre quanto si è similari agli altri. Concetto che la Disney Pixar ha voluto porre come base per l’ideazione dei propri racconti, che da un aspetto apparentemente privo di interesse come la vita di una persona sola ha abbracciato uno spettro negli anni sempre più enorme di pubblico. Una bellezza di quegli archetipi presi e messi in comune da poter diventare oggetto delle riflessioni delle narrazioni animate, intervallate dai momenti di giocosità delle pellicole. Caratteri e sentimenti che, dall’allegria al dolore, hanno proposto tutte le sfumature dell’essere umani, anche quando a mostracelo erano delle emozioni, un gatto con l’anima di un uomo o un topolino che voleva essere cuoco.

È così che con Luca, pur circoscritto in una realtà puramente italiana e localizzato in un piccolo borgo estivo inventato dal nome Portorosso, il protagonista Luca Paguro diventa comunque faro per un’empatia che ci permette di guardarlo come guarderemmo a noi stessi. Un ragazzino diviso tra il sopra e il sotto la superficie dell’acqua, tra la paura di un mondo che deve ancora scoprire e quel senso di avventura e voglia di sapere che gli impedisce di tenere le pinne nel mare. Luca sono gli anni dell’incertezza che la vicinanza al tuo migliore amico può aiutare a spazzare via. È quel crescere in maniera così naturale eppure all’apparenza spaventosa che ci fa vivere i migliori anni della nostra giovinezza, consapevoli che rimaranno per sempre tali.

Luca è la timidezza del porsi nel mondo che anche i più spavaldi hanno provato. Come il suo amico Alberto, la sua guida, il suo mentore per un pezzo di strada del film. Ma, alla fine, anche lui un ragazzino che ha ancora tutto da imparare e che, forse anche più di Luca, ha il terrore di quello che realmente là fuori lo aspetta, come il poter rimanere da solo per tutta la vita. Di una tenerezza infinita e centro di una dolcezza che viene tanto data quanto ricevuta, Luca Paguro e Alberto Scorfano non solo hanno i nomi più belli mai posseduti da personaggi della Pixar, ma sono l’ennesima prova di una vicinanza che la casa d’animazione sa stabilire colpendo direttamente nell’interiorità. 

Luca

Soul, Joe Gardner e la meraviglia delle piccole cose

Medesima sensazione che un personaggio come Joe Gardner è riuscito a suscitare. Seppur forse prototipo sui generis per i canoni Pixar, un professore di scuola in là con gli anni e il sogno di diventare un musicista jazz, col suo Soul il personaggio ha saputo come far distillare attraverso la propria persona un insegnamento che ogni spettatore è riuscito a cogliere. Una disamina sull’apprezzamento delle piccole cose che ci offre la vita, che non passano solamente per quello che noi sentiamo come il nostro destino e che ribaltano il concetto stesso dello scopo nella nostra esistenza. Ritrovarsi nell’Oltremondo, poi nel corpo di un felino, poi ancora in quello umano con una seconda opportunità da poter vivere: Joe Gardner con Soul è diventato noi quando ci commuoviamo per una foglia che cade, per la risata dei bambini, per una sonata al pianoforte emozionale e intensa.

È per questo che amare i film Pixar, ma ancora di più amare i suoi personaggi, è inevitabile. Perché sono un pezzo di altre persone e ci permettono di comprendere quanto possiamo sentirci in sintonia con le loro anime. È Enrico Casarosa che in Luca inserisce la memoria della propria infanzia e delle uscite in motorino col suo amico reale Alberto. È la famiglia di Pete Docter composta da musicisti e in cui riesce con Soul a ritagliarsi uno spazio grazie all’utilizzo di sonorità jazz per raccontare la vita sulla terra. Un’abilità che non detengono tutti quella di saper mettere in comunicazione le persone, di farci sentire contemporaneamente al fianco dei protagonisti di un film d’animazione e della gente che abbiamo accanto. Un dono di cui siamo grati, come Luca per i suoi piedi da umano e Joe per i tasti del suo pianoforte.