Gli anni ’90, gli 883, le VHS e lui: internet. Generazione 56K racconta con romanticismo la storia tra Daniel e Matilda, tra i tempi delle medie e i giorni d’oggi

“Stessa storia, stesso posto, stesso bar…”. Così cantavano nel 1995 gli 883. L’album era La donna il sogno & il grande incubo e Daniel e il suo trio di amici non potrebbero descrivere meglio quel periodo. Quello delle medie, dei porno che giravano per i corridoi della scuola e che si sperava di poter vedere il più presto possibile, delle ragazze guardate da lontano mentre si pensava a quanto si era terrorizzati alla sola idea di baciarle. Un’età che è appartenuta a tutti, un momento però vissuto dai protagonisti di Generazione 56K a cavallo di quella fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila, quando il grande spartiacque storico viene segnato dall’arrivo di internet con il suo computer.

I tempi poi per Daniel e i suoi compagni sono cambiati: dalle medie sono passati al mondo del lavoro, dalle VHS porno alla pratica più o meno coniugale, e le ragazze non si osservano più solamente a debita distanza, ma si incontrano online o tramite app. Internet è ancora presente, ma non è più solamente effetto collaterale. È parte integrante di una vita che forse non ci concede più tempo. Tempo per riflettere, per ragionare. Per pensare a noi stessi, per incontrare una persona senza il bisogno di inseguirla continuamente attraverso algoritmi bene o male studiati. Prendersi del tempo per innamorarsi nella più classica delle maniere, come a Daniel capiterà della sua vecchia compagnia di scuola Matilda in una delle serie più romantiche e adorabili della schiera italiana. 

generazione 56k

L’amore pre e post internet

Nato dalla collaborazione tra il collettivo dei The Jackal e la produzione Netflix, Generazione 56K è il progetto che cerca di raccontare un’epoca dividendola tra la visione di ieri e come sono cresciuti quei ragazzini oggi, alle prese con un sentimentalismo che sembra appartenere al passato e che invece è possibile riscoprire anche in questi giorni pieni di distrazioni. Quel cercarsi per bar che sostituisce l’indagine approfondita sui social, l’incontrarsi e parlarsi che vale più di qualsiasi altra chat. Anche il rimanere chiusi all’interno di un ascensore, che può dettare così i minuti e i secondi di un imminente e inevitabile innamoramento.

Di un’ingenuità distensiva e avviluppante, che riempie lo spettatore mentre assiste alla storia di Daniel e della sua controparte Matilda, la serie ideata da Francesco Ebbasta si snoda nel ricordo degli anni per i corridoi in cui i due personaggi si muovevano e li riprende da adulti senza permettere loro di dimenticare com’era essere bambini. Una spensieratezza che è piena della presa di coscienza su quanto i rapporti siano ben più complicati di quando si aveva una cotta per il compagnuccio delle medie, su quanto scoprire la sessualità era un gesto insieme innocente e necessario per entrare preparati nel mondo dei grandi. Su quanto internet abbia saputo avvicinare da prima le persone per farle a volte successivamente allontanare. 

Tornare a quando tutto era – o pensavamo fosse – più semplice permette alla scrittura della serie un respiro che riempie i polmoni di un’isola come quella di Procida, utilizzata per la sua architettura ancora ferma agli anni Novanta. Luogo che si fa motivo e motore dell’operazione stessa, che non cerca le sovrastrutture nelle relazioni e nei rapporti, ma vuole solamente raccontare di come sia meraviglioso potersi trovare o ritrovare ancora. La facilità di lettura di Generazione 56K, il suo non voler essere altro se non la storia d’amore tra Daniel e Matilda, fa della serie la ragione per cui anche il pubblico finirà per donare ai personaggi il proprio cuore, trascorrendo i momenti della visione come attimi sospesi e divertiti sul mare calmo del Golfo di Napoli.

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Il romanticismo di Generazione 56K

Una naturalezza che sarebbe stata impossibile senza la verità e la dolcezza degli interpreti di qualsiasi età, a cui i The Jackal fanno posto e che nel cast contano solamente i loro Gianluca Fru e Fabio Balsamo, lasciando così il passo allo stupore degli sguardi di Angelo Spagnoletti e Cristina Cappelli. Protagonisti che vivono insieme la spontaneità del sentimento amoroso e che sanno descrivere nei loro attimi in solitaria, attraverso gesti e espressioni, i propri personaggi. Un contesto in cui vengono inseriti di ammirevole bravura, dove anche le spalle come Claudia Tranchese evidenziano un’ottima scelta qualitativa a livello di interpreti, e in cui a capeggiare sono i consigli e l’affetto del padre Bruno di Biagio Forestieri.

Dividendosi con piacere tra “Gli anni d’oro del grande Real, gli anni di Happy Days e di Ralph Malph…” e la contemporaneità d’oggi, Generazione 56K è il destino in cui diventa sempre più difficile credere, ma che, anche se nella sua maniera sfasata e indecifrabile, prima o poi viene e ti stordisce amabilmente. È l’intrecciarsi finalmente in questa marea di persone, magari proprio su quell’isola dove non si credeva esserci altro. È una serie Netflix che ci allieta e di cui siamo orgogliosi, che porta un po’ d’amore nella produzione nostrana.