Il prodotto del MCU che tutti stavamo aspettando: finalmente arriva Loki e, tra viaggi nel tempo e malvage illusioni, l’analisi del famoso “cattivo” si fa seriale 

Arrivati alla terza serie Marvel nel giro di sei mesi, in quanto a fan dei cinecomics e divoratori seriali, non possiamo che ritenerci più che soddisfatti. È sorprendente come però l’arrivo di Loki ci colga ancora una volta sbalorditi, pur essendo in qualche maniera temprati dalle potenzialità che Kevin Feige e la sua banda hanno saputo dimostrare. 

Se l’eccezionalità della creazione del personaggio era già stata assodata nel corso dei suoi dieci e più lunghi anni, la sola presenza di Tom Hiddleston e la popolarità di un villain tra i più adorati dell’interno universo fumettistico non poteva certo dare per assodata la qualità di una serie che si svolge su tutta altra linea temporale rispetto al MCU.

E proprio il tempo è la dimensione in cui va snodandosi la serie, inserita in un vortice di rimandi e deviazioni in cui va capitando il suo protagonista, pronto alla ricerca di se stesso sotto molteplici punti di vista. Se con Avengers: Endgame il viaggio nel tempo era un escamotage che non solo ha suscitato le più alte perplessità, ma ha movimentato con escapismo la narrazione della Marvel, in Loki le realtà extra-temporali sono il lavoro e il pane quotidiano di un’autorità che regola l’universo e la sua Sacra Linea Temporale. È una bolla totalmente altra a confronto con quella che avevamo conosciuto assieme ai personaggi marveliani, un’entità governata da un sistema superiore che amministra i destini di tutti, a cui anche gli Avengers devono sottostare.

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Chi è davvero il Dio dell’inganno

È un’aria quasi sci-fi quella che Loki, in una cornice dal design anni Settanta, inizia a far intravedere con la sua prima puntata, stabilendo un percorso inedito per qualsiasi dei personaggi conosciuti finora, pronto a destrutturare il fratello cattivo dell’eroe salvifico Thor. Nel già imprescindibile rapporto con l’agente Mobius, di cui non possiamo che apprezzare la verve carismatica e ironica del suo interprete Owen Wilson, Loki attraversa una lunga presa di coscienza già dal principio analizzando il suo passato e, al contempo, la sorte che la sua linea predefinita gli ha riservato. 

Una comprensione di un sé che parte proprio da quelle illusioni di cui è stato da sempre il Dio. Dell’inganno, della sofferenza, di una maschera che forse, con la serie, verrà buttata per dettare davvero i passi del proprio futuro.

Pur avendo da anni consapevolezza della corazza che Loki ha forgiato attorno alla propria persona, essendosi esposto più di una volta a favore di una bontà e correttezza che stona con il suo statuto da antagonista, il protagonista avrà modo con la serie a lui dedicata non di redimersi, ma di reinvestire delle abilità che aveva in precedenza votato al male. Diventare re della terra, sovrano di Asgard ha richiesto da parte del dio tutta la convinzione che gli era necessaria: esercitare una forma di paura sugli altri per nascondere il timore che in realtà si prova. Farsi immorali e immortali di fronte a tutti quanti per non mostrare in verità quanto si è deboli.

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Loki e la complessità di un cattivo 

Del primo episodio di Loki è proprio il ruolo fin qui rivestito dal personaggio che verrà esaminato per una decostruzione che andrà mescolandosi alle promesse fantascientifiche e avventuriere delle sei puntate della serie – bisogna ricordare che nell’operazione su Disney+ conosciamo un Loki arrivato fino al primo Avengers del 2012, ignaro quindi degli stravolgimenti previsti da Thanos. 

Nelle parole del Mobius di Owen Wilson c’è tutta la meraviglia per cui Loki è diventato nel tempo tra i divi del firmamento della Marvel: “Un cattivo”, “Io non la vedo così” risponde l’agente al Dio dell’inganno. Ma soprattuto “Perché un essere complesso come te vorrebbe soltanto comandare?”. Come in precedenza WandaVision e The Falcon and the Winter Soldier, anche Loki si fa catalizzatore di una riflessione approfondita sull’interiorità del personaggio, la quale con ogni probabilità andrà ad influire nelle scelte che intraprenderà nel corso della storia seriale. Quel “complesso” che diventa così più di una semplice sete di sangue, in cui ormai è difficile credere.

L’introspezione del personaggio c’è, un’impostazione narrativa che non si vede l’ora di esplorare anche. Ma soprattutto un rimando, conscio o meno, a quel genere di serialità fantascientifica che riporta al materiale temporale di un Signore del Tempo come Doctor Who, forse incredibilmente lontano dalla serie Marvel, ma le cui vibrazioni – in particolare per la grande guerra del multiverso – sembrano a portata di Tardis. Scoprendo già alcune chicche che Loki aveva lanciato col suo trailer come l’identità di D.B. Cooper e con strizzate che vogliono ancora Mephisto nei paraggi della serialità del MCU – dal ragazzino che indica la finestra con raffigurato il diavolo alle gomme che gli vengono donate, che l’autrice del prodotto avrebbero però già smentito – la serie è un ulteriore esperimento che la Marvel vuole offrirci. E che andiamo ad accettare con pieno entusiasmo.