La seconda stagione di Lupin chiude dieci capitoli di rivalsa, colpi di scena e flashback nella speranza di vederlo, magari sotto mutate forme, ancora un’ultima volta.

Sinossi di Lupin 2:

Dopo il rapimento del figlio Raoul (Etan Simon) nelle spiagge di Etretat, Assane (Omar Sy), con la complicità dell’amico antiquario Benjamin (Antoine Gouy) e del poliziotto Guedira (Soufiane Guerrab), è ancora più deciso a dichiarare vendetta a Pellegrini (Hervé Pierre), che intanto utilizza qualsiasi mezzo per spuntare l’ennesima truffa aiutato stavolta da un giovane esperto di finanze.

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Lupin 2: mille travestimenti, una sola origine

È un addetto alle pulizie del Louvre, un rider per le consegne a domicilio, un testimone di un clamoroso scoop politico, un passante qualunque per i boulevards di Parigi. Può essere tutto questo e anche oltre, Assane Diop, protagonista scaltro e maliardo della serie in due parti Lupin, clamoroso riadattamento in chiave moderna dell’infinita serie di racconti scritti da Maurice Leblanc a inizio ‘900. Una rivisitazione contemporanea di un giallo immortale; originato dall’inchiostro e divenuto dapprima manga poi cartoon giapponese, poi ancora tripla serie tv: nel settantuno con Georges Descrières, quattordici anni fa (addirittura) da produzione filippina, e infine in quella digitale, per Netflix, interpretata dall’ ‘Uomo Grande’ Omar Sy.

Muta forma ma l’essenza rimane intatta: per quanto si camuffi, Lupin riesce sempre a giocare di scaltrezza e l’ultimo travestimento ideato da George Kay e François Uzan trova la sua formula calzante, proprio nel gestire al meglio gli escamotage e le virtù cinematografiche per giocare con il suo pubblico, rendendolo parte attiva di una disputa a colpi di  mosse e contromosse sulla scacchiera sinaptica di una storia che ha inizio con un regalo, o meglio con un libro.

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Il romanzo di una vita

I due capitoli di Lupin, non cominciano con il furto del collier indossato da Maria Antonietta esposto in una mostra al Louvre, bensì con le pagine di un volume vero e proprio, donato allora a un figlio da un padre autista emigrato in Francia dal Senegal, accusato di un crimine mai commesso e poi morto suicida nel grido strozzato di un carcere. Sarà proprio il romanzo di Leblanc transitato su tre generazioni, il talismano da cui tramandare la vera eredità per sopravvivere e avviare il piccolo Assane a giochi di prestigio e furbizie machiavelliche essenziali al suo futuro stare al mondo; nel tentativo, anzi proponimento vitale, di far emergere la verità sul padre Babakar fin troppo taciuta, e rivendicarlo qualsiasi la trasognata vendetta comporti.

La spinta propulsiva che muove tutta la serie è dunque la rivalsa, paterna certo ma anche razziale, viste le discriminazioni subdole, ma dalla facciata cortese, alle quali Assane è costretto a subire in adolescenza. Non a caso allora il filiforme Lupin europeo nato dalla penna del francese, qui si tramuta nelle fattezze possenti e nei connotati afro dal magnetico Omar Sy, mescolando il registro del giallo à la Sherlock Holmes con una sotto trama mai secondaria del dramma più autentico nella società (apparentemente) orgogliosamente multiculturale.

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Astuto puzzle in costruzione tra passato remoto e presente

Nel continuo alternarsi in parallelo di flashback del passato utili a riverberare personaggi, luoghi e dinamiche sul presente odierno, gli autori della serie strutturano un vero e proprio puzzle da ricostruire pezzo dopo pezzo, interrogando il suo protagonista sul reale costo della vendetta – soprattutto quando essa sottintenda casomai la messa in pericolo dei propri cari e, ancor più, quando a subire il castigo è un multimilionario detentore di media, marcio fino al punto di accusare ingiustamente un uomo e lederne la dignità.

Un processo narrativo innescato senza fretta e ben oliato sin da subito quello di Lupin, che nella sua seconda parte ricuce sul finale nelle spiagge di Eterat il rapimento del figlio Raoul, alimentando ancor più l’acredine tra Assane e gli scagnozzi di Pellegrini, e sospingendo, soprattutto nei primi due episodi, sul crime/thriller più puro, tra inseguimenti in macchina, colpi d’arma da fuoco, scontri corporei ben coreografati. Ma Lupin è più di semplice azione, e dal terzo episodio il ladro gentiluomo torna con la coda tra le gambe nelle vesti che lo hanno reso tale, per snocciolare nel resto del racconto colpi di scena e sterzate narrative; passaggi indietro per svelare l’inganno della pura apparenza, ma sempre avanzando in avanti  su montaggi arzigogolati eppure così leggibili, depistando agenti della polizia e spettatori tutti.

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Inganni cinematografici e futuro (in)certo

Lupin allora ci trae in inganno: fa della complessità della macchina cinematografica, piegata nella sua mansione di mezzo per costruire una narrazione lambiccata e aggrovigliata, (data la comprensibile ambizione ad essere fedele al libro), la formula per riconsegnare un racconto che a noi pare semplice, godibile, per nulla respingente. La serie pertanto, giocando sul doppio registro va ad umanizzare un protagonista carismatico, affabile, consapevole di sapere come conquistarsi la fiducia delle persone che sta per incastrare e, non di meno, del fruitore al di qua dello schermo, quasi a volerlo rendere icona fumettistica quanto lo è stato il cartoon.

Ma come tutti i ladri, poi Lupin/Assane fuoriesce dai polverosi archivi o dalle catacombe di una Parigi sotterranea, per sferrare il suo ultimo colpo plateale su un palco di un teatro, e dileguarsi nella notte. Forse lo rivedremo ancora per un’ultima volta, in una stagione ancora non confermata, ma che quasi certamente, visto il finale, avverrà. Nel frattempo lo immaginiamo sui tetti della città dell’Amore, proteggendo la sua famiglia nell’attesa di poter davvero, finalmente, rivendicare l’adorato papà.