Milla Jovovich è la protagonista di Monster Hunter, film tratto dal videogioco omonimo dove si combatte molto, ma si esplora assai poco

Sinossi di Monster Hunter:

La ranger Natalie Artemis (Milla Jovovich) viene risucchiata in quello che viene definito il Nuovo Mondo, dove dovrà proteggersi da mortali e giganti creature per poter tornare a casa.

Recensione Monster Hunter:

Paul W. S. Anderson è uno dei re dei flop oltreoceano. I suoi film non riescono a raggiungere mai un dignitoso compenso, mai una benché rassicurante critica, eppure il regista continua da anni a proporre e riproporre e riproporre ancora un cinema puramente ludico dove ad accadere non è assolutamente nulla se non la sostanziale vuotezza del blockbuster americano. C’è per chi questo rappresenta ogni male, mentre per altri è soltanto l’ennesima prova che l’industria statunitense ha sbagliato a fagocitare qualsiasi aspetto intattenitivo di una Hollywood vorace e tendente alla pochezza dei contenuti. Ma la realtà invece, che può non piacere eppure è facile da cogliere, è che nel mondo dello spettacolo possono e devono esistere autori come Paul W. S. Anderson, con tutto ciò che hanno da offrire.

Monster Hunter del regista di saghe quali Residente Evil o improbabili s-cult come Alien vs. Predator è perciò un ulteriore tassello nella cinematografia di Anderson che, esattamente come i suoi colleghi omonimi, mostra di saper apportare un proprio marchio ai suoi lavori, teso però verso la commercialità e la plasticità dell’aspetto spettacolare. E nonostante l’opera tratta dal videogioco non abbia saputo riscuote alcun successo in patria, con la critica che ha tentato con ogni modo di sferrare colpi assai letali contro la pellicola, il film con protagonista Milla Jovovich ha presentato proprio cosa da tale produzione ci si sarebbe aspettato, confermando così le stesse aspettative nei confronti del regista.

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Quando il blockbuster non ha storia

Il blockbuster dalla nulla profondità riempita dalla massiccia quantità di CGI ha di per sé una doppia ottica sotto cui è possibile inquadrarla: quella che vuole difendere lo statuto e il motivo per cui queste pellicole sono destinate a vivere e dall’altra l’insofferenza che però vanno a suscitare nel momento in cui non riescono a rispettare il proprio compito a dovere. Se il presupposto di un film come Monster Hunter si basa sul fatto di poter assistere per più di ora e mezza ad un’atletica Milla Jovovich che si barcamena per difendersi e sconfiggere dei mostri, è la sua mancanza di struttura ossea a rendere molle e completamente debole il proprio contenuto, non rispettando le più minimali delle regole per poter così funzionare come si deve.

Se l’azione è tutto ciò che ci si aspetta dalla pellicola di Paul W. S. Anderson, è pur vero che da rispettare sono i dettami di una costruzione narrativa che serve a sostegno di quelle sequenze puramente adrenaliniche che altrimenti perdono di efficacia, anche solamente per lo svago che contengono. Pur attendendo fin dal principio l’arrivo del disastro che si conclude con l’apertura di un’inaspettata avventura in un altro mondo per la ranger Natalie Artemis di Milla Jovovich, per la sua intera prima ora Monster Hunter non fa che sottoporre lo spettatore a una lotta costante prima tra la donna e le creature che popolano quella terra e, successivamente, con un umano e possibile alleato. Una reiterazione che condiziona l’attenzione del pubblico e l’andamento del racconto, costringendo il film a farsi ancora più caotico e frenetico nella sua parte finale, dove va sciorinando tutto ciò che sarebbe stato piacevole scoprire in una cadenza ragionata all’interno della pellicola.

L’altro luogo in cui Natalie è capitata, la presenza di altri combattenti, l’arresto della furia di mostruosità venute sulla terra per terrorizzare vorticano con sconsideratezza nell’ultima manciata di sequenze che il film va offrendo. Una conclusione non solo frettolosa, ma che avrebbe spalancato le porte di un mondo immaginifico allo spettatore. Una maniera con cui il pubblico si sarebbe sentito ancora più coinvolto invece di vedere i due co-protagonisti, la ranger e un natio del paese ignoto, litigare a lungo con un pretesto tutto incentrato sul mostrare la lotta dei personaggi. Il film, però, non è intenzionato a portare avanti la storia, bensì solamente a incastrarsi su se stesso e su due individui che continuano a picchiarsi costantemente senza domandarsi quasi perché.

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Gli effetti visivi di Monster Hunter vs la sua caoticità

Se Monster Hunter, nonostante la sua tamarraggine, poteva raggiungere almeno la sufficienza, è purtroppo anche nelle scelte tecniche che spesso il film collassa, affondando assieme alle proprie stesse scene, pur manifestando con orgoglio una massiccia dose di effetti visivi. Spesso con la qualità di quest’ultimi vanificata dal montaggio sincopato e isterico di Doobie White, ma pur sempre aspetto di certo lodabile del lavoro di Paul W. S. Anderson. Trovate che sono la maggior fonte di investimento del film e cosa da questo si vuole tirare fuori.

Non sfruttando la possibilità di far entrare davvero lo spettatore in questo Nuovo Mondo mostrato nel film, rendendo perciò tutto macchiettistico in virtù della mancata spiegazione che avrebbe potuto creare la rete di contatti per i propri personaggi, Monster Hunter può pur essere un guilty pleasure come tutta la filmografia di Paul W. S. Anderson, ma raggiunge tale statuto con difficoltà. Un’anima troppo poco consapevole del proprio stesso trash, che avrebbe potuto volgere a suo favore invece di prendersi tanto sul serio