Con la riapertura delle sale i cinema offrono la visione di grandi classici e Old Boy ci ricorda perché siamo tanto incatenati a questa brutale arte

A diciotto anni dalla sua prima uscita, Old Boy torna al cinema. La versione è restaurata, per poterne godere della qualità migliore. È incredibile come alla prova del tempo, il film di Park Chan-wook risponda con un’attitudine quanto mai attuale, contemporanea, eterna. Figlio non solo di un 2003 in cui la società del controllo era già preoccupantemente realtà, ma di un 2021 che vive e rabbrividisce per gli stessi timori, per quello stesso immaginario vertiginosamente plausibile. E lo è ancor più con il ritorno del cinema, con la riapertura delle sale, con l’accoglienza che gli esercenti mostrano nuovamente ai propri adepti, pronti a rinchiuderli in quelle celle metaforiche per far loro vivere i sogni e gli incubi che hanno sempre desiderato.

Quella di Old Boy è tra le prigioni più famose che esistano. Che mente umana abbia mai potuto inventare, che uomo sfortunato abbia mai dovuto abitare. Ma prigione è la stessa cinefilia che, se negli anni è mutata, è rimasta sempre fedele a quel suo padrone che non è altro se non il proiettore di una sala buia, la luce sparata su di una tela bianca che fa vivere le nostre illusioni. Nel delirio psichico e artistico del capolavoro di Old Boy la clausura forzata è quella che lo spettatore può finalmente ri-imporsi dopo essere stato privato per troppo tempo di un luogo che, al proprio interno, contiene tutto il necessario. Storie con cui imparare, storie con cui nutrirsi, storie con cui mantenere allenata la propria moralità. Storie che ti confondono, storie che ti fanno cadere addormento, storie che vanno avanti per quindici lunghi anni prima di vedere al fondo uno spiraglio, una luce.

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Old Boy e le nostre prigioni

E proprio quando al protagonista Oh Dae-Su si spalancano le porte della libertà, noi spettatori rimaniamo completante legati alle catene della narrazione, sceneggiata e visuale, che in Old Boy diventa cifra stilistica che avrebbe segnato le pellicole e gli stilemi cinematografici del futuro. Una libertà per il personaggio interpretato da Choi Min-sik che, per lo spettatore, equivale al divertimento sadico dell’antagonista dell’uomo. Veder vagare Oh Dae-Su alla ricerca di una spiegazione che appare continuamente sfuggevole e inspiegabile è la punizione che l’uomo in prima persona vive, seguito da noi spettatori che assistiamo non potendo fare a meno di attaccarci morbosamente al personaggio. Ossessionandoci al medesimo modo in cui lui si ossessiona per la conquista della verità. 

La croce che porta Oh Dae-Su è proprio quella che appassiona il pubblico, a propria volta prigioniero del lavoro di Park Chan-wook. Tutto legato, tutto collegato. Un film dove nulla è lasciato al caso, in cui l’idea che si possa uscire illesi da quella detenzione, mentale e fisica, è una pura falsità che si racconta il protagonista e che trasmette al suo vestale spettatore. Entrare in Old Boy è decidere a priori di voler rimanere incastrati in un teatro di ombre. Patto suggellato dalla riproposta del film nelle sale cinematografiche, a cementificare ancora una volta l’assuefazione che i racconti cinematografici sanno dare, pari solo al bisogno di realtà del protagonista.

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L’unica e sola verità: la grandezza di un classico

La prigione di Oh Dea-Su, quella in cui viene rinchiuso per anni, quella che lo continuerà a perseguitare anche quando sarà uscito dalle quattro mura rossastre della sua stanza, quella in cui si nasconderà ancora una volta quando deciderà di far morire il Mostro che è in lui, per il pubblico che può tornare al cinema con il classico coreano è perciò un ulteriore bollo. Quello attuo a firmare un contratto, a convalidare un atto indissolubile. Quello di un qualcuno per sempre unito a stretto giro con un immaginario più grande, spesso disdicevole, che a volte si fa balsamo per poter dimenticare. Che nel film di Chan-wook ci ricorda che siamo continuamente guardati, osservati, seguiti, rintracciati. Che una parola può determinare il nostro destino, e così può fare anche un film.

In una scatola chiusissima in cui l’unica possibilità per poter entrare è farsi doppio del protagonista, Old Boy riconferma che la peggior galera è quella che gli uomini stessi si creano, che usano per farsi del male. È quella ripresa ventiquattrore su ventiquattro, aspettando una vendetta di cui ci si domanda, alla fine, chi ne sia il ricevente e chi il portatore. È uno spettatore che, da imprigionato, è l’unico a potersi districare sul finale rendendosi testimonianza di quello che è accaduto all’interno di quel circuito inaccessibile. E la verità è quella che lui, liberato grazie e dal film, può portare al di fuori della sala cinematografica: Old Boy è uno dei più grandi film di sempre e questa è l’unica cosa da dover sapere. E ricordare